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אמן + + + + I AM YOUR GOD + + + + آمين
IO SONO IL SIGNORE DIO TUO


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יום שני

 
IL PARADISO CHE TU HAI PERDUTO…

IL PARADISO PERDUTO

LIBRO PRIMO

In questo primo libro si propone in breve il soggetto del poema, cioè la disubbidienza dell'uomo e la perdita del paradiso in cui egli era stato collocato; e si accenna la prima cagione di sua caduta, cioè il serpente, o piuttosto Satáno nascosto entro il serpente, che già ribellandosi a Dio, e traendo alla sua parte molte legioni d'Angeli, fu per divino comando scacciato dal cielo con tutta la sua torma nel gran Profondo. Dopo ciò il poeta entra nel soggetto e rappresenta Satáno e gli angeli suoi in mezzo all'inferno, ch'è posto non già nel centro del mondo (poiché il cielo e la terra ancora non erano), ma in un luogo di tenebre esteriori, più acconciamente chiamato Caos. Là Satáno, giacente sul lago di fuoco co' suoi Angeli, fulminato e stordito, ripiglia spirito e tien parole con Belzebù, il primo dopo di lui in potenza e dignità. Parlano eglino insieme della loro infelice caduta: Satáno risveglia le sue regioni che si alzano dalle fiamme. Loro numero, ordine di battaglia, e principali Capi sotto i nomi degl'idoli conosciuti di poi in Canaan e nelle vicine contrade. Il principe di Demonj rivolge loro il discorso, gli conforta con la speranza di racquistare il cielo, e loro parla infine d'un nuovo mondo, e d'una nuova creatura che doveva un giorno essere creata secondo un'antica profezia o racconto sparso in cielo, giacchè parecchi antichi Padri credono gli Angeli esser creati molto tempo innanzi a questo mondo visibile. Propone Satáno di esaminare in pieno consiglio il senso di quella profezia, e decidere quel che si possa in conseguenza tentare. Il Pandemonio, palagio di Satáno, sorge, fabbricato ad un tratto, fuori dal Profondo. gli spiriti infernali vi si raccolgono per deliberare.



Dell'uom la prima colpa e del vietato
Arbor ferale il malgustato frutto,
Che l'Eden ci rapì, che fu di morte
E d'ogni male apportator nel mondo,
Finchè un Uomo divin l'alto racquisto
Fa del seggio beato e a noi lo rende,
Canta, o Musa del ciel; tu che del Sina
dell'Orebbe in sul romito giogo
Inspirasti il pastor che primo instrusse
La stirpe eletta come i cieli e come
La terra in pria fuor del Caosse usciro;
se più di Sión t'aggrada il colle,
il rio di Siloè che al tempio augusto
Di Dio scorrea vicino, indi tua fida
Aita imploro all'animoso canto
Che d'innalzarsi a nobil volo aspira
Oltre l'Aonio monte, e a dir imprende
Cose ancor non tentate in prosa o rima.
E pria tu Divo Spirto, a cui più grato
È d'ogni tempo un retto core e puro,
Sii, tu che sai, maestro mio: presente
Dal principio tu fosti, e con distese
Ali robuste, di colomba in guisa,
Stesti covante sopra il vasto abisso,
E di virtù feconda il sen n'empiesti.
Tu quanto è oscuro in me rischiara, e quanto
È basso e infermo, in alto leva e reggi,
Onde sorgendo a par del tema eccelso,
Svelare all'uom la Provvidenza eterna
Io possa, e scioglier d'ogni dubbio gli alti
Di Dio consigli e le ragioni arcane.
Narra tu prima (poichè nulla il cielo,
Nulla l'inferno agli occhi tuoi nasconde),
Narra qual mai cagion gli antichi nostri
Padri, sì cari al cielo e in sì felice
Stato locati, a ribellarsi mosse
Da lui che gli creò. Mentre signori
Eran del mondo, un suo leggier divieto
Come romper fur osi? Al turpe eccesso
Chi sedusse gl'ingrati? Il Serpe reo
D'inferno fu. Mastro di frodi e punto
Da livore e vendetta egli l'antica
Nostra madre ingannò, quando l'insano
Orgoglio suo dal ciel cacciato l'ebbe
Con tutta l'oste de' rubelli Spirti.
Su lor coll'armi loro alto a levarsi
Ambìa l'iniquo e d'agguagliarsi a Dio
Pensò, se a Dio si fosse opposto. Il folle
Pensier superbo rivolgendo in mente,
Incontro al soglio del Monarca eterno
Mosse empia guerra e a temeraria pugna
Venne, ma invan. L'onnipossente braccio
Tra incendio immenso e orribile ruina
Fuor lo scagliò dalle superne sedi
Giù capovolto e divampante in nero,
Privo di fondo disperato abisso;
Ove in catene d'adamante stretto
A starsi fu dannato e in fiamme ultrici
Qual tracotato sfidator di Dio,
E già lo spazio che fra noi misura
La notte e 'l dì, nove fiate scorse,
Che con l'orrida ciurma avvolto ei stava
Nell'igneo golfo, tutto sbigottito
Benchè immortal. Pur lo serbava ancora
A maggior pena il suo decreto. Intanto
L'aspro pensiero del perduto bene,
E del futuro interminabil danno
Il cruccia alternamente. Intorno ei gira
Le bieche luci una profonda ambascia
Spiranti e un cupo abbattimento misto
D'odio tenace e d'indurato orgoglio:
Ed in un punto, quanto lungi il guardo
D'un Angelo si stende, ei l'occhio manda
Su quell'atroce, aspro, diserto sito;
Carcere orrendo, simile a fiammante
Fornace immensa; ma non già da quelle
Tetre fiamme esce luce; un torbo e nero
Baglior tramandan solo, onde si scorge
La tenebrosa avviluppata massa
E feri aspetti e luride ombre e campi
D'ambascia e duol, dove non pace mai,
Non mai posa si trova, e la speranza
Che per tutto penétra, unqua non scende.
Quivi è tormento senza fin, che ognora
Incalza più, quivi si spande eterno
Un diluvio di foco, ognor nudrito
Da sempre acceso e inconsumabil solfo.
Tal la Giustizia eterna a quei ribelli
Aveva apparecchiata orrenda chiostra
D'esterno tenebror, remota tanto
Dalla luce del ciel quant'è tre volte
Lontan dal centro della terra il polo
Dell'Universo. Oh dalla stanza prima
Stanza diversa! Egli i compagni quivi
Di sua caduta scerne urtati, avvolti
Fra i turbinosi vortici, fra i gorghi
Del tempestoso foco, ed al suo fianco
Voltolantesi quei che gli era in cielo
In potere e 'n delitto il più vicino,
E noto poscia e Belzebù nomato
Fu in Palestina. Ad esso il gran Nemico
(Satáno è detto in ciel) si volse, e in queste
Parole audaci il fier silenzio ruppe:
Se quel tu sei... (Ma qual ti miro, e quanto
Cangiato da colui che ne' beati
Regni di luce tante schiere e tante
Di Spirti fulgidissimi vincevi
Tutto vestito di fulgór!). Se quegli
Tu se' che nell'ardita illustre impresa
I conformi pensier, le stesse voglie,
Egual speranza ed egual rischio meco
Strinsero in salda lega e che or congiunge
Un crudo egual destin, da quale altezza
Vedi in qual ruinammo orribil fondo!
Tanto la folgor sua colui più forte
Rese di noi: fatale atroce telo!
Chi pria d'allor ne conoscea la possa?
Ma non io per quell'arme, e non per quanto
L'ira del vincitor su me s'aggravi,
Non io mi pento o cangio: invan son io
Di fuor cangiato, il cor lo stesso è sempre;
Del mio spregiato merto ivi entro impressa
Altamente ho l'ingiuria, hovvi confitto
Il fero sdegno che a lottar mi spinse
Con quel Possente. E che! Potei pur trarre
Contr'esso in campo innumerabil'oste
Di congiurati valorosi Spirti
Che il regno suo dannavano, che a lui
Me preferìan, che di virtù, d'ardire
Diero alte prove memorande incontro
Gli estremi sforzi suoi, che sugl'immensi
Lassù celesti campi in dubbia lance
Tenner vittoria e gli crollaro il trono!
Perduto è il campo, e sia: perduto il tutto
Dunque sarà? Quell'invincibil, fermo
Voler ci resta ancor, quel di vendetta
Fero desìo, quell'immortal rancore
E quel coraggio che non mai s'abbatte,
Che mai non si sommette. E che altro è mai
L'essere invitto ed invincibil? Questo
Vanto la rabbia sua, la sua possanza
No, non avrà da me. Ch'io grazia chieda?
Ch'io mi prostri al suo piè? che qual mio Nume,
Qual mio Signor lui riconosca e onori,
Lui che il terror di questo braccio mise
Testè del regno in forse? Ah! questa invero
Fora viltà, fora ignominia ed onta
Peggior della caduta. Or poichè 'l Fato
Tai ci formò che il vigor nostro e questa
Celestïal sustanza unqua non ponno
Venirci men, poichè la fresca prova
Di tanto evento noi peggiori in arme
Punto non rese, e il preveder ci accrebbe,
Con speranza miglior, nuova ostinata
Guerra eterna moviamgli, e forza e frode
S'impieghi contro lui ch'ebbro d'orgoglio
Ora gioisce ai nostri mali, e solo
Da tiranno nel ciel trionfa e regna.
Così Satán, nel tormentato fondo
Del cor premendo un disperar feroce,
Imbaldanziva favellando, e a lui
Tal diè risposta il suo compagno audace:
Prence di tanti Eroi, sovrano Duce
Di tanti Duci, che al tuo cenno intenti
De' Serafini le ordinate squadre
Condussero al conflitto, e sempre in ogni
Più duro scontro impavidi e tremendi
Poser l'Eterno in rischio, e prova fèro
S'ei per forza o per caso o per destino
Lassù tenesse il primo seggio, e come
Vuoi ch'io non vegga il lacrimabil caso
Che il ciel ne ha tolto, e sì grand'oste ha tutta
Spinta in ruina orribile, per quanto
Posson perir celesti Essenze e Numi?
Ah troppo il veggo, ah troppo il sento! È vero
Che sebben spenta sia la gloria nostra,
E quel primier felice stato assorto
In eterna miseria, un'alma in noi
Invincibil rimane, e al core, e al braccio
Il perduto vigor pronto ritorna;
Ma che valer ci può, qual pro che il nostro
Onnipossente vincitor (m'è forza
Ora crederlo tal, chè tal se in vero
Egli non fosse, soggiogar tentato
Un poter pari al nostro avrebbe invano),
Qual pro che questa forza e questo spirto
Ci lasci integri? Non vuol ei capaci
Così farci d'un duol che fin non abbia
Per pascer senza fin quel suo feroce
Di vendetta inesplebile talento?
Ah! che quai schiavi per ragion di guerra
A qualunque pensier gli sorga in mente
Egli ci serba; ad opre indegne e dure
Forse ei qui ci destina in mezzo al foco,
O messaggeri suoi pel tenebroso
Imo baràtro. Il non scemato adunque
Nostro vigor, la nostra essenza eterna
Altro fruttar ci può che eterna pena?
Caduto Cherubino (a lui risponde
Vivamente Satáno), alma che langue,
Nell'oprar, nel soffrir, misera è sempre.
Tu certo intanto sii che nostra impresa
Il ben non fia mai più. Nel male ognora,
Nel mal che opposto è per natura all'alto
Voler di quei cui facciam guerra, il sommo
Dobiam cercar nostro diletto e vanto.
Studi egli pur con provvido consiglio
Volgere in bene il male; ogni nostr'arte
Quel suo disegno a distornar si volga,
E fuor del seno ancor del bene stesso
Per nostre oblique trame il mal germogli.
Ciò può spesso avvenirci, e, s'io non erro.
Forse ei vedrà dolente i suoi più chiusi
Pensieri ir lungi dal proposto segno.
Ma vedi tu? Quel vincitore irato
Alle porte del cielo i suoi ministri
D'inseguimento e di vendetta indietro
Ha richiamati. Quel sulfureo nembo,
Quella rovente impetuosa folta
Grandine ond'ei nel precipizio nostro
Ci flagellava, dileguossi omai;
E 'l tuon dell'ali sue di rabbia e foco
Scarichi tutti e logri alfin gli strali
Ha forse, e cessa di mugghiar pel vasto
Abisso interminato. Afferriam pronti
L'occasion che, sia dispregio o sia
Sazio furore, or ci abbandona il nostro
Crudo nemico. Vedi tu quell'ermo
Lugubre piano, inospite, coverto
Di folta tenebrìa, tranne quel raggio
Che spaventoso e lurido vi getta
Di queste vampe il livido barlume?
Lungi colà dal tempestar di queste
Onde focose indirizziamci, ed ivi
Posiam, se posa esser vi puote alcuna;
E raccogliendo le disperse schiere,
Cerchiam qual via ci resti, onde al nemico
Più grave danno in avvenir s'arrechi;
Cerchiam qual sia della sconfitta nostra
Il riparo miglior, come sì cruda
Sciagura superar, qual dalla speme
Forza ritrarre, o, in fin, qual dar ci possa
La disperazïon consiglio estremo.
Così al compagno suo dicea Satáno
Colla testa alta fuor dell'onde, e fuori
Degli occhi folgorando orribil lume:
Prono su i flutti e galleggiante il resto
Delle immani sue membra un ampio e lungo
Spazio di molti iugeri coprìa.
Tali in lor mole della terra i figli
La favolosa Grecia a noi dipinse
Che osâr Giove assalir, quel Briaréo
O quel Tifóne, cui di Tarso antica
Il grand'antro accogliea. Tal è fors'anco
Quel mostro enorme, a cui null'altro eguale,
Fra quanti l'ampio mar rompon col nuoto,
Creonne Iddio. Sulle Norvegie spume
(Se la fama col falso il ver non mesce)
Ove in lui steso per dormir s'abbatta
Il pallido nocchier di picciol legno
In buia notte a naufragar vicino,
Spesso un'isola il crede, in sua scagliosa
Scorza l'áncora gitta e a lui s'afferra,
Finchè la notte il mar ricopre, e tarda
La sospirata aurora. Incatenato
Su quell'ardente pelago giacea
Così vasto e disteso il gran nemico;
Nè alzata mai, nè scossa pur l'altera
Cervice avrìa di là, se il ciel che tutto
Regge e governa, non lasciava appieno
Ai disegni di lui libero il corso;
Ond'egli colpe accumulando a colpe
E l'altrui mal cercando, anco sul capo
Dell'ira eterna s'accrescesse il peso,
E furibondo al fin non altro frutto
Fuor dell'arti sue prave uscir vedesse
Che infinita bontà, grazia, mercede
Sull'uom da lui sedotto, e piover doppio
Scorno sopra di sè, furor, vendetta.
Repente egli erge dal bollente gorgo
Sua vasta mole; d'ambo i lati spinte
Torcon le fiamme le appuntate cime
E raggirate in grosse onde nel mezzo
Lascian orrida valle. Alto egli spande
L'ali e dirizza il vol per l'aria fosca
Che stride al peso inusitato, e sovra
L'arida terra approda alfin, se terra
Quella pur è che di massiccio foco
Tutt'arde ognor, siccome il lago ardea
Di foco alliquidito; e tal rassembra
Qual di rabbiosi sotterranei fiati
Per la gran forza da Peloro svelto
E via scagliato alpestre masso; o quale
Di Mongibello il fracassato fianco,
Quando le gorgoglianti ime fornaci
Di solfo pregne e d'irritati venti
Fuore sbocca tonando e al guardo scopre
Tutte di fumo e di fetor ravvolte
Le arroventate orribili caverne.
Sopra sì fatto suol, dal suo compagno
Seguìto ognor, le maledette piante
Satáno arresta, e baldanzosi entrambi
Vantansi dalla Stigia accesa lama
Per la lor propria ricovrata forza,
Quai Dei, scampati, e che il gran Re del Tutto
Così permise, immaginar non sanno.
Quest'è la regïon, la terra è questa,
Disse Satáno allor, quest'è la sede
Che abitar ci convien del cielo invece?
Questo lugubre orror per quella viva
Serena luce? Or sia; poichè colui
Ch'adesso è Re, così dispone e assesta
Il retto e 'l giusto al suo piacer sovrano.
Sì, miglior sempre il più lontano albergo
Sarà da quegli, cui Ragione agli altri
Agguaglia, e Forza sopra gli altri innalza.
Addio, felici campi; addio, soggiorno
D'eterna gioia. Salve, o Mondo inferno,
Salvete, Orrori; e tu, profondo Abisso,
Il tuo novello possessore accogli;
Accogli quei che in petto un'alma serra
Per loco o tempo non mutabil mai.
L'alma in se stessa alberga, e in sè trasforma
Nel ciel l'inferno e nell'inferno il cielo:
Che importa ov'io mi sia, se ognor lo stesso,
E qual deggio, son io? se tutto io sono,
Fuorchè minor di lui che il fulmin solo
Fe' più grande di me? Liberi almeno,
Qui liberi sarem: questo soggiorno
Egli non fece onde lo invidii, e quindi
Sbandirci non vorrà: regnar sicuri
Qui noi possiamo, e, al parer mio, quaggiuso
Anco è bello il regnar; sì, miglior sempre
Che in ciel servaggio, è nell'inferno un regno.
Ma perchè i nostri sventurati e fidi
Compagni e amici, istupiditi, avvolti
Lasciam colà sul fero lago, e a parte
Non gl'invitiam con noi di nostra sorte?
Sì, consultiam, veggiam ciò che, raccolte
Nostr'armi, in cielo racquistar si possa,
O se a perder quaggiuso altro ci resta.
Così Satán parlava, e in questi accenti
Rispose Belzebù: Duce di quelle
Raggianti schiere, cui sconfigger solo
Potea chi tutto può, se ancora il suono
Di tua voce elle udran, di quella voce
Che, quando più ostinata, incerta, orrenda
La pugna inferocía, di loro speme
Fu il pegno animator, fu in ogni assalto
Il più sicuro ed ubbidito segno,
Se ancor la udran, nuovo coraggio in esse
Vedrai rinascer tosto e nuova vita.
Or se, qual noi testè, sull'igneo lago
Trambasciate si stan, stordite, inerti,
Meraviglia non è dopo cotanto
Spaventevol caduta. Aveva appena
Di dir cessato Belzebù che l'altro
Vèr la spiaggia movea. Dietro le spalle
Ei si gittò lo scudo, eterea tempra,
Ponderoso, massiccio, ampio, rotondo:
Il largo cerchio a tergo gli pendea
Simile a luna, quando a sera il grande
Toscan Maestro con suoi vetri industri
Dal Fiesolano colle o di Valdarno
La sta mirando a discoprir novelle
Terre e nuove montagne e nuovi fiumi
Nel maculato globo. All'asta sua
Se il più gran pin delle Norvegie selve
Troncato a farne smisurata antenna
Di regal nave, agguagli, è verga lieve
Nella sua man: con essa ei regge e ferma
Sulla rovente sabbia i passi, oh quanto
Da quei diversi che sul piano azzurro
Dell'Empireo movea! La torrid'aura,
Che sul suo capo l'ignea volta manda,
Forte anco il fiede e abbronza; ei nulla cura
Per tanto ed oltre va, finchè sul margo
Di quel mare infiammato il piede arresta.
Alza il grido colà verso le sue
Prostese innumerabili falangi
Che ammucchiate giacean qual sotto gli alti
Archi de' boschi opachi in Vallombrosa
S'ammassano e ricoprono i suggetti
Rivi in autunno le cadute foglie:
E forse è folta men l'alga ondeggiante
Quando Orión di feri venti armato
Tutto dall'imo fondo alza e sconvolge
Quel mar famoso, entro i cui flutti vide
Il perseguìto Ebreo dal salvo lido
Busiri andar con l'oste sua sommerso,
E galleggiar tra rotti carri i morti
Cavalli e cavalieri e fanti avvolti.
Così densa coprìa quel vasto gorgo
La perduta oste rea, che più se stessa
Per lo stupor del cangiamento strano
Non conosceva: alto ei chiamolla, e tutti
Rintronàr dell'inferno i cupi seni
A quella voce: O Potentati, o Prenci,
Guerrieri che del ciel l'onor già foste,
Del ciel già vostro, ed ora, oimè! perduto,
Se un letargo simìl voi, Spirti eterni,
Puote ingombrar così: questa dimora
Sceglieste forse a ristorar la stanca
Vostra virtù dopo la pugna? è questo,
Come lassù del ciel le amene valli,
Il loco adatto ai vostri sonni? o in tale
Postura abietta d'adorar giuraste
Il vincitor? Ch'ei dal suo trono or miri
Le vostre insegne, le vostr'armi sparte,
E voi medesimi in questo mar convolti,
Nulla curate? Ma che parlo? Forse
State attendendo che, il vantaggio scorto,
Quel suo veloce inseguitor drappello
Dalle soglie del ciel scenda a calcarci
Giù col piede le languide cervici,
O co' fulminei catenati strali
Di questo golfo ci conficchi al fondo?
Scuotetevi, sorgete, o eternamente
Siate perduti. Eglino udir, vergogna
Gli punse, e l'ali dibattendo, a un tratto
Tutti s'alzaro. Quasi talor sull'armi
Dal capitan temuto a dormir colte
Le sentinelle, non ben deste ancora
Rizzansi e mostra fan d'ardite e franche,
Tai sembravan coloro. Il crudo stato
Senton ben essi e le lor pene acerbe:
Ma pur del Duce al grido in un istante
Obbedisce ciascun; tutto all'intorno
Si scuote, tutto freme e tutto ondeggia.
Così al brandir della possente verga
Del figliuol d'Amràm vide l'Egitto
Inorridito in quel feral suo giorno,
Curva sull'Euro comparir repente
Caliginosa mormorante nube
Di voraci locuste, e, come notte,
Dell'empio Faraòn pender sul regno
E coprirlo di tenebre. Tal era
L'innumerabil numero di quelle
Malvagie squadre che laggiù d'inferno
Sotto la vôlta, tra le basse ed alte
E d'ogni lato circolanti vampe,
Stavan sospese sugli aperti vanni;
Finchè, qual segno, l'aggirata in alto
Asta del magno Imperador diresse
Il corso lor. Sulle librate penne
A quella vôlta giù tosto si calano
Sovra quel fermo solfo e 'l vasto piano
Ingombran tutto; immensa torma, a cui
Una simil non mai versò da' suoi
Ghiacciati fianchi il popoloso Norte,
Quando, varcata la Danoia e 'l Reno,
Come un diluvio, i barbari suoi figli
Cadder sull'Austro e passâr Calpe, e tutte
Le Libiche inondaro aduste sabbie.
Repente fuor d'ogni squadrone uscendo
I condottier colà s'affrettan dove
Stava il gran Duce lor; divine, eccelse
Sembianze e forme, ogni beltà terrena
Superanti d'assai; Principi e Regi
Ch'eran nel ciel poc'anzi assisi in trono.
Ogni memoria de' lor nomi spenta
Or è lassuso, cancellati e rasi
Per la lor fellonía da' libri eterni
Di vita eternamente, e nuovi nomi
D'Eva tra i figli non aveano ancora.
Iddio provar l'uom volle e lor permise
D'ir la terra scorrendo, e sì potero
La più gran parte dell'uman lignaggio
Togliere al culto del verace Dio
Con lor menzogne e loro inganni, ond'essa
Lui glorioso, onnipossente, eterno,
Non comprensibil, non visibil, spesso
Coll'insensata imagine d'un bruto
Tutta di pompe e d'ôr cinta e coperta
Scambiò miseramente, e, come Numi,
I Démoni adorò. Diversi allora
Ebber costoro in terra idoli e nomi.
Di', Musa, dunque i nomi lor; chi prima
Surse, chi poi da quel bollente letto,
Da quel letargo, e, dietro a sè lasciando
De' minori guerrier la turba immensa,
Solo avvïossi ove il gran Duce alzava
Su quella spiaggia orribile e deserta
La rampognante imperïosa voce.
Capi eran quei che dal profondo abisso,
Lungo tempo dipoi, di preda in traccia
All'aure usciti, di locar vicine
Alla sede di Dio lor sedi osaro
E l'are lor presso alla sua; che gli empi
Voti usurpar de' popoli e gl'incensi.
Di Iéova stesso in trono assiso e cinto
Da' Cherubini suoi lo sguardo e 'l braccio
Fulminator non spaventolli, e spesso
Dentro Sionne ancor, dentro il medesmo
Santuario di lui gli abbominandi
Lor simulacri spinsero, le auguste
Pompe e i riti ineffabili e tremendi
Profanar s'attentaro, e l'empie loro
Tenebre opporre all'immortal sua luce.
Primo è Molocco, orrido Re, che bebbe
L'umano sangue ed i materni pianti
Sugli altari crudeli, ove le strida
Delle vittime sue tra 'l foco avvolte
Soffocava un frastuono alto, incessante
Di tamburi e taballi. A lui prostrossi
L'Ammoníta entro Rabba; e nelle sue
Pianure acquose ed in Basanne e Argobbe
Fin dell'Arnonne alle rimote sponde:
Nè pago ancora di cotanto audace
Sua vicinanza, il saggio cor sedusse
Di Salomone fabbricargli un tempio
In faccia al divin tempio, in cima a quella
Montagna obbrobriosa, e suo boschetto
Fece d'Innòm la dilettosa valle
Ch'ebbe indi il nome di Toféto e d'atra
Géenna, dell'inferno orrida imago.
L'altro è Chemosse, di Moabbo a' figli
Spavento osceno da Aroarre a Nebo
Fin d'Abarimme alle remote australi
Erme contrade. In Esebòna ancora
Stese l'impero e in Oronài, reame
Di Seòne, e di Sibma oltre la valle
Di liete vigne e fior tutta ridente,
E corse audace in Eleal perfino
All'Asfaltico stagno. Ei di Peorre
Il nome ancor portò, quando Israello,
Mentre fuggìa dalle Niliache sponde,
Colà in Sittimme ai suoi lascivi riti
Fu sedotto da lui, riti che furo
Di tanti mali la fatal sorgente.
Ei distese di là sovra quel colle
D'infamia eterna, che sorgea vicino
Del fier Molocco alla cruenta selva,
L'orgie impudiche, e mescolò col sangue
Le libidini sue, finchè d'entrambi
A terra il buon Giosía gli altari sparse
E nell'inferno gli rispinse. Appresso
A questi due venìan quei Spirti impuri
Che dalle sponde del vicino Eufrate
Al rio che dall'Egitto Assiria parte,
Di Baalimmi e di Astarotte i nomi
Comuni avean tra numeroso stuolo;
Dei quelli, e Dive queste. A lor talento
Or l'uno or l'altro sesso ed ambi insieme
Prendon gli Spirti ancor: pieghevol tanto
È lor pura sustanza, e lieve e molle;
Tanto ella vince la mortal struttura
Che di polpe e di nervi e d'ossa insieme
È contesta ed ingombra. In ogni forma
Oscura o luminosa, o densa o rara,
Qual più lor giova, or d'odio, ora d'amore
Possono i rei disegni in opra porre.
Per essi i figli d'Israello infidi,
Al sommo Dio, lor viva forza, spesso
Volsero il tergo, e infrequentata e muta
Lasciando l'ara sua, curvâr le fronti
Dianzi a brutali Numi, onde quell'empie
Cervici lor di tanta colpa carche
Poscia in campo mietè vil ferro imbelle.
Venìa con lor quell'Astaréte in schiera,
Che da' Fenici poi fu detta Astarte,
Del ciel notturna regnatrice, ornata
Delle crescenti luminose corna.
Alla corrusca imagin sua fur use
Per l'aer bruno offrir lor voti ed inni
Le Sidonie donzelle, e culto ed ara
In Sionne ebbe ancor sull'empio monte
Fondata da quel Re che il saggio core
Tra femminili amor corruppe, e spinto
Da sue belle idolatre, idoli immondi
Pur cadde ad incensar. Venìa Tammuzo
Poi, la cui piaga riaperta ogn'anno
Ogn'anno ancor rinnovellava il duolo
Delle Siriache vergini che in triste
Note d'amore al Libano d'intorno
Tutto un estivo dì stavan piangendo
L'acerbo fato suo, mentre vermiglie
Adoni al mar volgea le placid'onde
Dalla natía sua rupe, e a lor parea
Mostrar in esse di Tammuzo il sangue.
Di pari ardor quell'amorosa fola
Infettò di Sionne ancor le figlie;
E ben le turpi lor fiamme lascive
Fin dentro i sacri portici scoprío
Ezechïel quando girò sull'empie
Idolatrie del ribellato Giuda
L'occhio ripien della virtù superna.
Quegli poscia venìa che vivo duolo
Sentì nel cor quando la propria imago
Entro il suo tempio stesso a un tratto monca
Farsi dall'arca prigioniera ei vide,
E via le tronche mani e la spiccata
Testa balzarne rotolando al suolo,
De' suoi scornati adoratori al piede.
Dagón fu il nome suo, marino mostro,
Uom sopra e pesce in basso: alto sorgea
Il suo tempio in Azóto e i lidi tutti
Di Palestina ed Ascalona e Gata
Fin d'Accarón ai termini e di Gaza
Temean suo scettro. Lo seguìa Rimmone
Ch'ebbe nel bel Damasco ameno seggio
D'Abbana e di Farfarre in sulle vaghe
Fertili rive. Egli pur erse incontro
Alla magion di Dio l'audace fronte,
E se un lebbroso Duce ei vide un giorno
Abbandonar suo culto, un Re pur vide
Prestargli omaggio: Aazo ei fu, quel folle
Suo vincitor, che del verace Dio
Spregiò, rimosse l'ara, e un'altra a guisa
Delle Assirie n'eresse, ov'empi incensi
Arse agli Dei già da lui vinti e domi.
Folta appo questi una gran torma apparve
Che sotto i nomi celebrati antichi
D'Isi e d'Osiri e d'Oro, e de' tanti altri
Seguaci lor, con mostruose forme
E con vani prestigi il cieco Egitto
Sì schernir seppe e i sacerdoti suoi,
Che andaro ognor sotto ferino aspetto,
Anzichè umano, or qua or là cercando
I lor vaganti Dei. Da quella peste
Non fu immune Israél quando in Orebbe
L'oro accattato ei del vitello fuse
Nell'immago adorata. Empiezza eguale
Vider bentosto Bettelemme e Dana
Doppiarsi da quel Re che osò ribelle
Paragonare a bue che l'erba pasce,
Iéova che lo creò, Iéova che quando
Dall'Egitto ei fuggìa, con un sol colpo,
In una sola notte, ogni fanciullo
Primonato percosse, e a terra stese
Ogni muggente Nume. Ultimo venne
Quel Belial, di cui più laido Spirto
Dal ciel non cadde e più del vizio in preda
Sol per amor del vizio: a lui non tempio
Sorgea, nè altar fumava; eppur qual altro
Soggiornò più di lui fra templi ed are?
Ei là sovente d'ogni Dio l'idea
Nei sacerdoti cancellò, qual d'Eli
Ne' figli avvenne, che di Dio la casa
Di vïolenza e di lascivie empiero.
Ei pur le Corti e i gran palagi alberga,
E le ricche città passeggia altero,
Ove il fragor della licenza oscena,
Degli oltraggi e dell'onte, oltre le cime
Delle più eccelse torri ascende e suona;
E quando della notte il fosco velo
Le strade abbuia, allor vagando intorno
Escon di Belialle i sozzi figli
Ebbri di vino e oltracotanza. Troppo
Di Sodoma le vie sepperlo un giorno,
E Gabaa il seppe in quella notte impura
Che, a distornare un peggior ratto, aprissi
L'ospital soglia e una matrona espose.
In ordine e possanza eran costoro
Primi fra gli altri, di cui troppo fora
Lungo il ridir, benchè lontana suoni
La fama lor; di Iávana la stirpe,
Gli Dei di Ionia che pur Dei tenuti
Fur, sebben dopo Cielo e dopo Terra
Vantati padri lor, venuti al mondo;
Quel Titano di Ciel primiera prole
Coll'enorme sua schiatta, al qual fur tolti
Dal più giovin Saturno e dritti e regno,
E questi che a vicenda egual destino
Provò dal figlio che di Rea gli nacque
E che di forza il vinse. Ebbesi Giove
Usurpator così l'impero. In Creta
Da prima e in Ida essi fur noti, e quindi
Del freddo Olimpo sul nevoso giogo,
Dell'aere medio, lor più alto cielo,
Ebber governo, o soggiornar di Delfo
Sulla rupe, o in Dodona e pe' confini
Del Dorico terren. Sovr'Adria gli altri
Coll'antico Saturno il vol drizzaro
Ai campi Esperj e Celtici, e per tutte
Le remote vagaro isole estreme.
Tutti costoro ed altri molti innanzi
S'affollaro a Satán, con occhi pregni
Di pianto e chini al suol; ma pur di gioia
In essi un fosco raggio insiem traspare,
Mentre non anco di speranza uscito
Veggono il Duce loro, e sè medesmi
Non affatto perduti in mezzo a tanta
Spaventevol ruina: a lui non meno
Un incerto color rapidamente
Passò sul volto, ma l'usato orgoglio
Tosto ei riprende, e con parole altere,
Pompose sì, ma vane, a poco a poco
Ravviva in essi gli abbattuti spirti
E le speranze lor scuote e raccende.
Quindi impon tosto che al guerriero suono
Di trombe e d'oricalchi il gran vessillo
S'innalzi: n'ebbe il glorïoso incarco
Per suo dritto Azazél, d'alte e superbe
Sembianze un Cherubin: dalla raggiante
Asta egli tosto disviluppa e stende
L'insegna imperïal ch'alto nell'aura
Tremolando, qual lucida rifulse
Meteora in fosco ciel: splendeanvi in mezzo
D'oro e di gemme riccamente inteste
L'arme e i trofei Serafici. I sonori
Metalli intanto un marzïal clangore
Lunge spandeano, a cui sì forte un grido
Tutta l'oste mandò che dell'inferno
Scosse la vôlta e del Caosse e della
Vetusta Notte spaventò l'impero.
In un momento diecimila alzarsi
Bandiere fur per quell'orror vedute,
E nell'aura ondeggiar pinte de' vivi
Color del sol nascente: insiem levossi
Di lancie ampia foresta, e d'elmi e scudi
Conserta e folta un'ordinanza apparve
Profonda, immensurabile. S'avanza
In maestoso e fiero aspetto il campo
Di tibie e flauti al Dorico concento;
Dolce e grave armonia che degli antichi
Eroi presti a pugnar gli animi ergea
A somma altezza, e non furor, ma fermo
Valor deliberato in lor spirava
Che temea, più che morte, esser rispinto;
Alta armonia che con sublimi note
Dalle mortali ed immortali menti
Dubbio, paura, angoscia e affanno sgombra
O molce almeno. Tacita, secura
In sua virtude, in sua congiunta possa
Così movea quell'oste al dolce suono
Che del bruciante suol l'ardor temprava
Sotto i suoi passi dolorosi. In mostra
Ecco a un punto s'arresta; orrida fronte
Di terribil lunghezza e d'abbaglianti
Armi, ai prischi guerrier simile in parte
Con aste e scudi in ordinanza, e attenta
Stassi ad udir quale al possente Duce
Comando piaccia imporre. Egli l'esperto
Sguardo dardeggia per le file, e tutta
Da un punto all'altro la falange immensa
Ne trascorre veloce; il ben disposto
Ordine, i volti e le stature eccelse,
Solo proprie di Numi, osserva e squadra,
E alfin somma il lor numero. D'orgoglio
Or più gonfia il suo core e più s'indura;
Poichè dal giorno, in cui fu l'uomo creato,
Non mai si ragunò tal'oste e tanta
Che, di questa al paraggio, assai simile
Non fosse a stormo di pimmei pugnanti
Di strepitose gru contro uno stuolo.
Taccia Flegra i giganti, ed Ilio e Tebe
Quella stirpe d'Eroi che d'ambo i lati
Pugnò frammista ai parteggianti Numi;
Nè favola o romanzo il prode Arturo
Da' suoi Britanni o Armorici campioni
Intorno cinto osi membrar (chè troppo
Spregevol fora il paragon), nè quanti
In Aspramonte o Montalban giostraro,
In Damasco, in Marocco o in Trebisonda
Cristiani o Saracini invitti Eroi,
Nè quei che dalle Maure aduste arene
Mandò fra noi Biserta allorchè il Magno
Carlo con tutti i Paladini sui
In Fontarabia cadde. Incontro a questi
Del ciel rivali uman valor è nulla.
Pur se ne stanno riverenti al loro
Temuto Duce. Alteramente eccelso
Ei di persona, e portamento sopra
Tutti gli altri torreggia; ancor perduto
Non ha tutto il natìo fulgor celeste,
E conquiso com'è, pur sempre in lui
Un Arcangel si vede, un offuscato
Di gloria eccesso. Tale il sol nascente
Timidi getta e pallidi pel grave
Aere nebbioso i raggi, e tal ei sparge,
Se Cintia il vela coll'opposto dosso,
Sovra mezza la terra un torbo e mesto
Lume che pel timor d'aspre vicende
Tien palpitante de' tiranni il core.
Oscurato così, tanto splendea
Sopr'ogn'altro Satáno: ancor dell'alte
Cicatrici del folgore rovente
Solcata avea la faccia, ancor gli stava
La cura e 'l duol sulla scaduta guancia;
Ma sotto il ciglio l'indomabil core
E 'l ponderato orgoglio intento tutto
Alla vendetta trasparìa; feroce
Ardeva l'occhio suo, pur di rimorso
Segni gettava e di cordoglio: ei mira
Spiriti innumerabili, già visti
In sì diversa sorte, ora dal cielo
E da sua luce eterna eternamente
Per sua cagion sbanditi e in quegli abissi
Spinti e dannati; e suoi compagni furo,
Anzi seguaci suoi! pur fidi ancora
Quanto gli sono e nella lor sventura
Qual mostran fermo generoso core!
Così qualor la rovinosa fiamma
Del ciel piombò sulla foresta e gli alti
Pini e le querce noderose antiche
Percosse, diramò, pur coll'arsiccia
Sfrondata cima stan gli alteri tronchi
Sul divampato suol fissi ed immoti.
Egli a parlar s'accinge, onde si curva
Vèr lui del campo il destro corno e 'l manco,
E in semicerchio co' più degni Duci
Raccolto viene: ciascheduno è muto
Per desìo d'ascoltar: ei per tre volte
Tentò parlare e per tre volte, ad onta
Del proprio scorno, in lagrime proruppe,
Ma quali Angel le sparge; alfin mescendo
Co' sospir le parole, ei così disse:
O d'immortali Spirti immense schiere,
O Forti, o comparabili soltanto
Con lui che tutto può, certo d'onore
Priva non fu l'alta contesa nostra,
Benchè seguìta da un evento atroce
Siccome questo loco, ahi! troppo attesta,
E quest'orribil cangiamento, ond'io
Parlar non oso. Ma qual mai presaga
Mente sublime e dagli eventi instrutta
Temer potea che tal di Numi unito
Esercito, che forze a queste eguali,
Sì intrepide, sì ferme, esser disfatte
Potesser mai? Chi crederà che ancora
Abbattuto, com'è, stuol sì gagliardo,
Di cui l'esilio ha fatto vòto il cielo,
Col suo valor là risalir non debba
E i suoi riposseder perduti seggi?
Tutta l'oste del ciel ne chiamo in prova;
Se discordanza di consigli o rischio
Da me schivato le speranze nostre
Ha rovesciate. Ma colui ch'or regna
Lassù Monarca, infino allor sedea
Sul trono suo qual chi securo appieno
Per vecchia stima, uso o consenso il tiene,
E piena pompa del suo regio stato
Facendo, intanto il suo poter celava.
Questo a tentar c'indusse, e cagion questo
Fu di nostra ruina. Ormai sua possa
Noi conosciamo e nostra possa a un tempo,
Onde nè provocar guerra novella,
Nè provocati paventarla. Il meglio
Ci resta ancor: dove il poter non giunse,
L'arte vi giunga e 'l ben oprato inganno;
E apprenda ei pur da noi che sol da forza
Vinto nemico è per metà sol vinto.
Dello spazio nel grembo ermo ed immenso
Novelli mondi sorger ponno, e in cielo
Fama correa ch'egli in pensier volgesse
Crearne un altro in breve, ed una stirpe
Locare in esso a lui gradita e cara
Quanto del cielo i più diletti figli.
Ivi a spïar, se non ad altro, in prima
Uscirem noi, là forse o altrove ancora:
Chè in servitù no ritener non debbe
Chiusi quaggiù questa infernal vorago
Spirti celesti e l'Erebo coprirli
Delle tenebre sue. Ma in pien consiglio
Questi pensier matureransi: or fermo
Stia che vana è di pace ogni speranza
Per chi servir, sottomettersi non voglia;
E chi vorrallo? Aperta guerra dunque
O ascosa si risolva, e guerra eterna.
Disse, e quei detti ad approvar, dal fianco
De' forti Cherubini ecco ad un punto
Più milïon di sguainati brandi
L'aria fendèro e mandàr fiamme e lampi
Onde lontan rifulse il bujo regno
Per ogni intorno. Di furor, di rabbia
Tutti contro l'Eterno han gonfio il core,
E con bestemmie e grida verso il cielo
Lor disfide lanciando, i risonanti
Scudi percuoton colle spade e un cupo
Destan di guerra assordator fracasso.
Sorgea di là non lunge un piccol monte
Che dalla cima squallida eruttava
Rote di fumo e fiamme, e in tutto il resto
D'una lucente gromma era coverto:
Non dubbio segno che celato in grembo,
Per opera del zolfo, un ricco ei serba
Metallico tesoro. Ivi ad un tratto
Di loro un folto stuol distese il volo,
Quale d'asce e di marre armata schiera
Di guastatori intrepidi precorre,
Ad iscavar trinciera, a innalzar vallo,
Un esercito regio. Era lor Duce
Mammon, di cui Spirto più vil non cadde
Con lor dal cielo: anco lassuso ei sempre
Tenea gli sguardi ed i pensier confitti
Sul ricco pavimento, e più quell'oro
Da lor calcato gli rapiva il core
D'ogni bëante visïon celeste.
Ei fu che all'uom da pria spirò l'avara
Sete delle ricchezze, esso gli apprese
A squarciare e predar con empia mano
Della terra le viscere, ed in luce
Quei tesori a recar che meglio stati
Foran là dentro eternamente ascosi.
Tosto la torma sua larga ferita
Aprì nel monte, e d'ôr fulgidi brani
Ne trasse fuor. Niun meraviglia prenda
Che quel metallo nell'inferno abbondi;
A qual altro terren meglio conviensi
Il prezïoso tosco? Or qui chi vanta
Mortali cose, e di Babelle e Menfi
Meravigliando le grand'opre estolle,
Vegga quanto sia lieve ad empi Spirti
Solo in un'ora superar quegli alti
Per arte umana o per umana forza
Monumenti famosi, eretti appena
In lunghe età da innumerabil braccia
E da sudor perenne. Ivi d'appresso
Sul piano, in molte preparate celle
Che sotto avean di liquefatte fiamme
Rivi sgorganti dal bollente lago,
Una seconda affaccendata schiera
Con stupendo lavor distempra e scevra
La metallica massa, e ne dischiuma
Tutta l'impura feccia. Un terzo stuolo
Colla prestezza stessa entro il terreno
Varie forme compose e per arcani
Canali empiè delle bollenti celle
Le varie cavità. D'un'aura il soffio
Nell'organo così per molte file
Di canne scorre, e vario suon respira.
A guisa di vapor che in alto saglia,
Ecco repente dal terreno alzarsi,
Di tempio in forma, un edificio immenso,
Al suono di soavi sinfonie
E dolci canti. Doriche colonne,
D'aureo architrave sotto il peso, intorno
Splendono in ordin lungo: ornati i fregi
E le cornici con mirabil'arte
Son di sculture e di rilievi; è il tetto
Solid'oro intagliato. Unqua non vide
Magnificenza egual l'Eufrate e il Nilo,
Quando de' Regi loro e de' lor Numi
I palagi ed i templi ergeano a gara
Più eccelsi e vasti, e di ricchezza e lusso
Contendevan tra lor. Compiuta alfine
Sovra le salde basi immobil sorge
La maestosa mole; e l'énee porte
Repente spalancandosi, le interne
Splendide sale immense e il liscio e terso
Pavimento il sorpreso occhio discopre.
Dal curvo tetto per sottile incanto
Pendean stellati mille lampe e mille,
In cui Nafta ed Asfalto una sì viva
Luce nudrìan che un ciel pareva l'inferno.
Meravigliando entra la folla, e questi
Loda il lavor, quei l'architetto in cielo
Egli era illustre già per molte eccelse
Edificate moli, ove soggiorno
Scettrati Angeli fean che il Re supremo
Al governo esaltò degli ordin vari
Di sue celesti rifulgenti squadre.
Nè senza nome o senza onor divini
Andò per Grecia e per Ausonia, dove
Vulcan fu detto: ivi che Giove irato
Via lo scagliò dai cristallini merli
Favoleggiossi: dal nascente sole
Alla metà del dì, da questa infino
Alla rorida sera, un lungo estivo
Giorno durò precipitando, e allora
Che il sol cadea nell'onde, in Lenno, antica
Isola dell'Egeo, piombò simile
A divelta dal ciel corrusca stella.
Favole e sogni! Ei da gran tempo innanzi
Con questa cadde insiem ribelle turba,
Nè punto gli giovâr le alte nel cielo
Costrutte torri, nè sottile ingegno;
Chè capovolto con sua ciurma industre
Giù negli abissi a fabbricar fu spinto.
Al suon di trombe e con gran pompa intanto
Per comando sovran gli alati Araldi
Vanno per tutta l'oste alto gridando
Che in Pandemonio, la superba Reggia
Del gran Satáno e de' suoi Pari, in breve
Solenne s'aprirà Consesso augusto;
E colà tosto da ciascuna schiera,
Da ciascuna falange i più distinti
Per dignitade o per sovrana scelta
Sono appellati. Là traggon repente
Tutti costor da nobile seguìti
Corteggio innumerabile. Ogni via,
Ogni atrio capacissimo, ogni porta
Gran calca ingombra e stringe, e l'ampia sala
Tutta n'ondeggia e bolle, ancor che pari
A quei recinti ella in grandezza fosse,
Ove arditi campioni in sella armati
Presentarsi eran usi, e innanzi al seggio
Del Soldano appellare il fior de' prodi
Pagani Cavalieri a mortal zuffa
O a correr lancia. Della gente inferna
Coverto è il suol, l'aria n'è ingombra, e tutta
Stride divisa dai fischianti vanni.
Soglion così le pecchie, allor che il sole
Riede col Tauro, all'alveare intorno
Versar lor folta giovinetta prole
In densi gruppi, che su i freschi fiori
E le novelle erbette rugiadose
Van poi volando e rivolando, o sovra
Liscia e testè di lor ceroso visco
Spalmata panca che fuor sporge e quasi
Del paglieresco lor castello è il borgo,
S'aggiran premurose e l'alte cure
Conferiscono del regno. Era simile
Quivi di tanti Spirti il popol denso
A cui mancava il loco, allor che diessi
Un cotal segno, ed (oh stupor!) coloro
Che in lor mole testè vincean la vasta
Terrestre prole gigantéa, li vedi
De' più piccoli Nani a un tratto farsi
Più piccioletti ancora, e breve stanza
Chiuder stormo infinito. A lor somiglia
Quell'umil stirpe di Pimmei (se narra
La fama il vero), che dell'Indie estreme
Vive oltra i monti, o quei Folletti Spirti
Che in notturni tripudi o vede o sogna
Vedere appresso una foresta o un fonte
Il tardo peregrin, mentre sul capo
Dritto gli pende della luna il raggio
Che più vicino a noi ruota il bicorne
Pallido carro: a lor carole e feste
Stan quelli intenti: a lui molce l'orecchia
Dolce concento, e fra timore e gioia
Gli balza il cor. Così quei Spirti inferni
Strinser le membra immani in brevi forme,
E benchè tanti, in quella regia sala
Tutti capean, ma lunge a dentro i Prenci
De' Cherubini e Serafini, in guisa
Di mille Semidei, tuttor serbando
L'alte fattezze prime, in chiusa eletta
Parte e in frequente e pien Senato, assisi
Sovr'aurei seggi luminosi stanno.
Si fe' breve silenzio, e letto in pria
L'invito, aprissi il gran Concilio orrendo.

LIBRO SECONDO

Cominciatasi la consulta, Satáno discute se un'altra battaglia abbia a tentarsi per ricuperare il cielo. Alcuni sono di questo avviso, altri vi si oppongono. Si conchiude di seguire il pensiero di Satáno e ricercare la verità di quella profezia o tradizione che correva in cielo intorno ad un altro mondo e ad un'altra specie di creature poco inferiori agli Angeli, e che doveano essere create all'incirca in quel tempo. Dubbj sopra chi dovrà mandarsi alla difficile scoperta. Satáno, loro Capo, intraprende solo il viaggio, e ne riceve onori ed applausi. Sciolta l'adunanza, gli Spiriti si dividono in varie schiere, e per recare qualche sollievo ai loro mali, si danno a vari esercizj secondo le diverse loro inclinazioni, aspettando il ritorno di Satáno. Egli arriva alle porte dell'Inferno che trova chiuse e guardate da due mostri. Gli vengono finalmente aperte. Scopre il gran golfo fra l'inferno e il cielo. Con quanta difficoltà attraversa l'abisso. Il Caos, Sovrano di quel luogo, gl'indica il cammino verso il nuovo mondo, di cui va in traccia.



In trono eccelso che più ricco assai
Splende d'Ormus, dell'Indo e del pomposo
Orïente colà dove più spande
Su i barbarici Re l'oro e le gemme,
Siede Satáno, a quell'altezza rea
Portato da' suoi merti, e dallo stesso
Disperar sollevato oltre ogni speme
Più alto aspira ognor: la vana e stolta
Guerra col cielo a proseguir lo spinge
Una superba irrequïeta brama,
E dagli eventi non istrutto ancora
Così dispiega i suoi disegni alteri:
O Principi, o Possanze, o Dei del cielo,
Poichè abisso non v'ha ch'entro i suoi golfi
Rattener possa un immortal vigore,
Benchè scaduto, e oppresso, il ciel non stimo
Perduto io già. Spirti superni e divi,
Dal lor cader sorgendo, assai più chiari
Mostreransi e tremendi, e contro un nuovo
Fato staranno in sè sicuri. Un giusto
Dritto e del ciel le fisse leggi in prima,
Quindi la vostra appien libera scelta
E quanto oprai col senno e colla mano
Non indegno di pregio, a me governo
Sopra di voi già diero; e in fin di questa
Perdita stessa i danni in parte almeno
Già da me riparati, oltre ogni tema,
Oltre ogn'invidia stabilito m'hanno
Su questo soglio, a cui concorde e intero
Il vostro assenso mi chiamò da pria.
Alto grado lassù nel bel soggiorno
Puote ai men alti esser d'invidia oggetto;
Ma qui chi un seggio agognerà che il renda
Ai colpi del Tonante il primo segno,
Lo schermo vostro, e a maggior parte il danni
Di dolor senza fine? Ov'è sbandito
Il ben, non entra ambizïosa gara.
Saravvi alcun che a maggioranza aspiri
In questo diro abisso? A chi sì scarsa
Pena toccò ch'altra cercar ne voglia,
Più alto onor bramando? In ferma lega
Congiunti dunque, in stabil pace e fede
Più che nel cielo esser mai possa, il nostro
A vendicar giusto retaggio antico
Or noi torniamo, e di felici eventi
Più certi siam che se propizia ognora
Ci fosse stata la Fortuna. Or quale
Sia miglior mezzo, aperta guerra, o frode,
Cercar si dee: chi a dar consiglio basta,
Apra, chè appien gli lice, il suo pensiero.
Disse; e Molocco alzossi, inclito Rege,
Il più feroce Spirito, il più forte
Che nel cielo pugnasse, ed or più fero
Fatto dal disperar. Ei coll'Eterno
Aver sperava d'egual possa il vanto,
E nulla sì, di lui minor non mai
Esser volea: con tal pensiero, tutti
I suoi timor perdeo; di Dio, d'inferno
O peggio ei nulla cura, e sì favella.
Aperta guerra è il voto mio; di frodi,
Men ch'altri in esse esperto, io non mi vanto:
Chi n'ha d'uopo, le ordisca, e quando è d'uopo:
Non ora. E che! Mentre qui lenti adunque
Van costoro macchinando arti ed inganni,
Dovrà un popolo intier coll'armi in pugno
Il segno sospirar di sua vendetta
E del suo scampo, e qui languendo starsi
Dal ciel sbandito, fuggitivo, in questa
Obbrobrïosa fossa, in questo nero
Carcer di quel tiranno, il qual per nostro
Indugio or regna sol? No, no: piuttosto
Di queste fiamme e di nostr'ire armati,
Scegliam di viva forza e tutti a un tempo
Del ciel sull'alte torri aprirci il varco.
Contro il tormentator canginsi questi
Nostri tormenti in orrid'armi: egli oda
L'infernal tuono rimugghiare incontro
L'onnipossente ordigno suo; rimiri
Di questo foco i sanguinosi lampi
Con egual furia sfolgorar sul volto
A sue schiere atterrite, e queste fiamme,
Quest'atre fiamme strane e questo zolfo
Tartareo, ond'ei medesmo è stato il fabro,
Tutto allagargli e avviluppargli il trono.
Ardua par forse e malagevol via
Con ali erette il sollevarsi incontro
Sovrastante nemico. E chi pensarlo
Può, se non quei che istupiditi ancora
Stan dal sorso sonnifero di quella
Obblivïosa lama? Invér la sede
Nostra nativa ci trasporta il nostro
Moto natìo: scender, cader, contrasta
A nostra essenza. E chi pur dianzi, allora
Che noi sconfitti perseguiva a tergo
Giù per l'immenso báratro il feroce
Nostro nemico con oltraggi e scherni,
Chi nol provò? Chi non sentì con quanto
Duro sforzo, con qual lena affannata
Profondammo quaggiù? L'ascender dunque
È agevole per noi. - Ma incerto è molto
Quel che avvenir ne può: se il più possente
Osiam di nuovo provocar, sua rabbia
Più fere guise di tormenti a nostro
Danno inventar saprà. - Ma che di peggio
Può in inferno temersi? Ov'è di questa
Più cruda stanza? D'ogni ben noi privi,
Scacciati di lassù, dannati in questo
Abborrito Profondo a estremi guai,
Ove ci dee d'inestinguibil foco
Lo strazio eterno esercitar, noi tristo
Bersaglio all'ira di colui, dal suo
Fischiante inesorabile flagello
E dalla tormentosa ora chiamati
A nuove pene ognor, che altro di peggio
Temer dobbiam? L'annientamento è quanto
Aspettarci potremmo. E perciò dunque
Temerem noi tutta affrontar quant'ira
Ei serra in cor? Stolto timore! O noi
Saremo allora annichilati e spenti
Dalla sua rabbia, e fia per noi migliore
Che in eterno dolor viver eterni;
O se divino è l'esser nostro e mai
Cessar non può, nulla perciò s'innaspra
La nostra somma inaccrescibil pena;
E per prova sentiam che forza è in noi
Bastante a disturbar quelle celesti
Sedi e infestargli con perenni assalti,
Ancor che inaccessibile, quel suo
Trono fatal. Se non è vincer questo,
Vendetta è almen. - Cessa, e da' torvi lumi
Tal di vendetta e guerra un foco avventa,
Che non ne sosterrìa l'atroce vista
Chiunque è men che Nume. In gentil atto
Dall'altro canto Belïalle alzossi.
Angel più vago da' celesti seggi
Di lui non ruinò: splendongli in volto
Grazia e decoro, ad alte imprese adatto
Ei par, ma tutto è in lui fallace e vano.
Mele sua lingua stilla, ottima sembra
Sulle sue labbra la ragion peggiore,
E i più saggi consigli involve e atterra:
Son bassi i suoi pensier, nel vizio è scaltro,
Ma all'opre illustri timoroso e lento;
Pur col dolce suo dir le orecchie incanta,
E sì comincia: Esser dovrei pur io,
Campioni illustri, per l'aperta guerra,
Io che, in odio, ad altrui punto non cedo;
Se la ragion, cui sovr'ogni altra estolle
Chi guerra senza indugio a noi consiglia,
Me più che ogni altra dall'audace avviso
Non ritraesse e sull'intero evento
Non gettasse un fatal presagio tristo.
Dunque chi più degli altri in armi vale,
Mal nell'armi fidando e male in quanto
Ei pur consiglia, il suo coraggio fonda
Sul disperar? Dunque all'estremo nostro
Disfacimento, al nostro fin son tutte
Vôlte le mire sue, purchè si compia
Qualche fiera vendetta? Ahi! qual vendetta?
Son le torri del ciel d'armate scolte
Ripiene, e chiusa n'è ogni via: sovente
In sulle rive del vicino abisso
Lor legïoni accampano, e sull'ali
Tacite e brune van con larghi giri
Qua e là scorrendo il regno della notte,
E di sorprese ridonsi. E se a viva
Forza potessim'anco aprirci il varco,
E dietro noi l'intero inferno a un tempo
Sorgesse inferocito a scagliar questa
Caligin tutta entro a quell'alma luce,
Pur sull'eterno incorruttibil trono
Il nostro gran nemico appien securo
E intatto sederìa. L'eterea tempra
Macchia temer non può di basso foco;
Chè tosto il vince e sperde, e come in pria,
D'un fulgòre purissimo sfavilla.
In questo crudo stato, estrema nostra
Speranza è il disperar: dobbiam, si dice,
L'onnipossente vincitore a tanto
Sdegno irritar, che la sua rabbia tutta
Su noi riversi, e ci consumi alfine:
Questo esser dee nostro disegno e cura;
Non esser più. Tristo disegno e cura!
E chi vorrà, benchè d'affanni colma,
Questa che intende e vuol, sublime essenza,
Questi d'eternità nel giro immenso
Spazïanti pensier lasciar per sempre,
E giuso d'ogni moto e senso privo
Piombar perduto, inabissato dentro
All'ampio sen dell'increata notte?
E sia pur questo un ben, chi sa se possa
Darloci il fier nemico, o il voglia mai?
Che il possa, è dubbio; ch'ei non voglia, è certo.
Ei saggio tanto, al suo furore il freno
Tutto sciorrà ad un tempo e vorrà, quasi
Mal avveduto, e mal di sè signore,
Far de' nemici suoi paghe le brame
E consumar nella sua rabbia quelli
Che la sua rabbia stessa ad infinito
Gastigo serbar vuol? - Perchè si cessa
(Dice chi vuol la guerra)? a noi che giova
Lo star timidi e lenti? A duolo eterno
Decretati, serbati, additti omai
Noi siam: checchè si faccia, altro possiamo
Soffrir di più, soffrir di peggio? - Adunque
Così seder, così tener consiglio,
Così lo starsi in armi è adunque il peggio?
E allor che fu, quando incalzati, quando
Da quell'atroce folgore percossi
Fuggivam ruinosi, e questo abisso
A ricovrarci imploravamo? Allora
Contro quelle ferite un dolce asilo
Qui ci parve trovare. E quando stemmo
Là catenati su quel lago ardente,
Peggio non era? E che sarìa se il soffio
Che quelle fiamme spaventose accese,
Destosi ancor, settemplice furore
Vi spirasse per entro e ad esse in fondo
C'immergesse dipoi? Se l'intermessa
Vendetta colassù quella rovente
Sua destra armasse ancor? Se quanto ei serba
Riposto, sprigionasse, e questa vôlta,
Questa vôlta infernal che tien sospeso
Sul nostro capo un igneo mar, crollando
S'aprisse un giorno, e gl'infocati fiumi
Per le tremende cateratte infrante
Su noi si rovesciassero? che fora,
Se mentre stiamo glorïosa guerra
Disegnando o esortando, orribil turbo
Di foco ognun di noi rotasse, e in cima
D'acuto scoglio lo lasciasse infitto,
In trastullo e balía d'atre bufére?
Oppur ricinto di catene e sotto
A quel bollente Oceano eternamente
Star dovesse sommerso in pianti e strida,
Senza pietà, riposo, o tregua mai
Al disperato interminabil duolo?
Questo inver fora il peggio! Aperta guerra
Quind'io sconsiglio al pari e guerra ascosa.
Che può forza con lui, che può l'inganno
Con chi tutte le cose a un punto vede?
Nostri vani disegni egli dall'alto
Del ciel mira e deride; ei non men forte
Contro il poter che incontro a frode accorto.
Ma che? vivremo in tal viltade e tanta
Noi dunque? Noi stirpe celeste e diva
Così sbanditi, calpestati e carchi
Qui sarem di catene e di tormenti?
Poichè il voler del vincitor, decreto
Onnipossente, inevitabil fato
Sì ne soggioga, assai miglior io stimo
Questo soffrir che incontrar peggio. All'opre,
Come alle pene, è nostra forza eguale:
Che val lagnarsi? Non ingiusta è quella
Legge che così vuol: così fu fisso,
Se noi saggi eravam, quando a contesa
Contro sì gran nemico in pria venimmo,
E così incerti dell'evento. Io rido,
Quando veggo taluni audaci e baldi
All'impugnar dell'asta, e quando poi
Essa lor falla, raggricchiar di tema
A quel che inevitabile pur sanno,
A esiglio, a infamia, a lacci, a pena, a quanto
Dannarli goda il vincitor superbo.
Tal'è per or la nostra sorte: un giorno,
Se soffrirla saprem, può forse il nostro
Alto nemico assai calmar suo sdegno;
Forse avverrà che assai contento alfine
Della presa vendetta, a noi sì lungi
Da lui nè più offensori, ei più non pensi;
E se nol desta il soffio suo, s'allenti
Questo rabido foco. Allor la nostra
Più pura essenza su quest'atre vampe
Fia che s'innalzi o non le senta, avvezza;
O alfin cangiata, e contemprata al loco
Riceverà quasi suo proprio, e scevro
Di pena, il fero ardor: per noi giocondo
Quest'orror diverrà, splendide e belle
Queste tenebre stesse. Infin, qual speme
Dar non ci dee l'interminabil corso
Dei dì futuri, il vario caso e qualche
D'un prudente indugiar degna vicenda?
Felice dunque, ancor che dura, questa
Sorte apparir ci dee, che, sia pur dura,
La peggior non è già, se addosso trarci
Più gravi danni non cerchiam noi stessi.
Sì con parole ch'han di ver sembianza,
Pace infingarda, ozio e torpor, non pace
Belìal consigliava; e appresso lui
Così parlò Mammon: O a tor di soglio
Il regnator del ciel tende la nostra
Guerra, se guerra è il meglio, o i nostri dritti
Perduti a racquistare. Allor balzarlo
Dal trono sol potrem sperar che al sempre
Volubil Caso il sempiterno Fato
Ceda, e il Caosse la contesa sciolga.
Vano è il primo sperar, vano il secondo
Quindi è pur anco: entro i confin del cielo
Qual sede aver possiam, se vinto in pria
Il Sovrano del ciel per noi non cade?
Pongasi pur che il suo furor ei calmi
E a tutti noi, sulla promessa nostra
Di vassallaggio nuovo, egli promulghi
Grazia e perdon, deh! con qual fronte mai,
Dite, potremo in sua presenza starci
Ad ogni cenno suo sommessi, umìli?
Al suo Nume innalzar forzate lodi?
Gorgheggiar inni a gloria sua, mentr'egli
Oggetto a noi d'amara invidia in soglio
Con ogni pompa signoril s'asside
Re nostro, e l'ara sua d'ambrosii odori,
D'ambrosii fior, nostre servili offerte,
Soave spira? Ecco qual fora in cielo
Nostro diletto sempre e nostra cura.
Rendere a chi si abborre eterni omaggi,
Qual trista eternità! Non cerchiam dunque
Quel che per forza cercheremmo invano,
E che in grazia ottenuto, ancor che in cielo,
Accettabil non fora, il vile stato
Di splendido servaggio: in noi medesmi
Cerchisi il nostro bene e sia nostr'opra:
Sì, viviamo a noi stessi, entro quest'ampia
Remota sede indipendenti e sciolti,
E dura libertade al facil giogo
Di servil pompa anteponghiam. Più chiara
Risplenderà nostra grandezza allora
Che da picciole cose uscir le grandi,
Il vantaggio dal danno, e dagli avversi.
Per noi vedransi i fortunati eventi;
E alfin, qualunque il nostro albergo sia,
Alla grave miseria, al duro stento
La costanza, il sudor, lo sforzo opporsi
Vittorïosi, e trionfar del Fato.
Questo in cupo buior ravvolto mondo
Paventiam noi? Ma, quanto spesso ei pure
L'alto del cielo regnator non sceglie
Sua sede in mezzo a folte oscure nubi
Senza che di sua gloria un raggio scemi?
Di maestoso tenebror non cinge
Egli il suo trono tutt'intorno, donde
Poscia profondo in suon di rabbia mugge
Il tuon sì che un inferno il ciel rassembra?
Com'ei le nostre tenebre, ancor noi
Imitar non possiam, quando ci aggrada,
La luce sua? Questo diserto suolo
Splendidi in sè vasti tesori asconde
Di gemme e d'oro; e di scïenza e d'arte
Noi non siam scarsi onde innalzar eccelse
Moli di Numi degne, emule al cielo.
Cangiar questi tormenti anco può il tempo
In elementi nostri, e queste fiamme
Quant'or son crude e penetranti, allora
(Fatta la nostra alla lor tempra eguale)
Allenirsi dovranno, ed ogni senso
Spegnersi del dolor. Tutto c'invita
A consigli di pace, e a fermi starci
Nell'ordine presente, onde possiamo
Cercare in sicurtade ai nostri mali
Il sollievo miglior, quai siam mirando
E dove siamo, ed ogni van pensiero
Lungi cacciando di rischiosa guerra.
Ecco il consiglio mio. - Finito appena
Egli avea di parlar che tutto intorno
Per quel consesso un mormorìo si sparse,
Come allor quando il suon de' feri venti
Che volser tutta notte il mar sossopra,
In cave rocce romoreggia ancora;
E i marinai ch'entro petroso seno,
Calmato il nembo, s'ancoraro a caso
Da lunga veglia e da fatica oppressi
Col rauco borbottar al sonno invita.
Tal fu l'applauso, il bisbigliar fu tale
Quand'ei finì: piacque il suo voto a tutti
Di pace consiglier; chè un'altra pugna
Temean più dell'inferno; a lor nel seno
Tanto tuttor del folgore, e del brando
Di Michele potea l'alto spavento,
E la brama non men di por laggiuso
Le basi a impero tal che poscia un giorno,
Da forti leggi sostenuto, sorga
Sì che n'abbia anco il cielo invidia e tema!
Tosto che Belzebù quei plausi udìo,
Belzebù, di cui niun (tranne Satáno)
Più sublime sedea, con grave aspetto
Surse, e di stato una colonna parve.
Pubblica cura, alti pensier maturi
Ha in fronte impressi, gli risplende in volto,
Nella ruina maestoso ancora,
Regal consiglio, e a sostener la mole
Dei più possenti imperi atto si mostra
Su gli omeri atlantèi. Qual cheta notte,
O l'aere immoto di meriggio estivo,
Profondamente taciti ed attenti
Tutti pendean dal labbro suo, quand'egli
Così comincia: O degli eterei seggi
Prenci, Possanze, Re, Figli del cielo,
Di questi eccelsi titoli il rifiuto
Dobbiam far dunque, e invece esser nomati
Prenci d'Abisso? A questo invero inchina
Il voto popolar: qui ferma sede
Stabilir vuolsi, qui fondare un vasto
Crescente impero: o cieche menti! o sogni
Torbidi e vani! E che? sicuro asilo
Dalla sua man fulminatrice è questo
Carcere adunque, a cui quel Dio possente
Ci condannò? Solo ei quaggiù ne spinse
Perchè viviam dall'alta sua ragione
Liberi e sciolti, e in nova lega uniti
Ci rivolgiam contro il suo trono? Adunque
Vero non è che in duro aspro servaggio
Dobbiam qui sempre starci, e benchè tanto
Lungi da lui, col freno in bocca ognora,
Folla di schiavi a' cenni suoi serbata?
Ah! ch'ei primiero, egli ultimo, nell'alte
Sedi e nelle profonde, a me credete,
Esser vuol solo regnator, nè mai
Perder del regno suo minima parte
Pel nostro ribellar. Ei sull'inferno,
Sopra di noi stender suo ferreo scettro
Vuol, come l'aureo suo lassuso in cielo
Sopra i Celesti. A che seggiam qui dunque
Pace e guerra librando? Il nostro fato
Già la guerra fermò, già ci percosse
D'irreparabil danno: e patto alcuno
Non fu di pace ancor concesso o cerco:
Poichè qual pace o patto aver possiamo
Dal duro vincitor noi schiavi omai,
Fuorchè catene e stretta guardia ed aspri
Flagelli e quali imporre e quante pene
Ad esso piaccia? E ch'altro aver da noi
In cambio ei può fuorchè ostinato, fero
Abborrimento e sempre accesa brama
D'una qualche vendetta, ancor che tarda,
Pur sempre intenta ad iscemargli il frutto
Di sue vittorie e quella gioia cruda
Ch'ei sente in aggravar le nostre pene?
Tempo più adatto a nostre mire, e un qualche
Destro non mancherà; nè mover l'armi
Dovrem con tanto rischio incontro al cielo
Di cui l'eccelse mura assalto, agguato
O assedio di quaggiù temer non ponno.
Che! qualch'altra per noi men dura impresa
Dunque non vi sarà? Sì; se l'antica
E profetica in ciel fama non erra,
Un loco v'è, v'è un altro mondo, in cui
Avrà felice sede un'altra nuova
Stirpe ch'Uomo dirassi. Ella creata
Intorno a questo tempo esser dovea,
Simile a noi, di noi però minore
In nobiltate e in possa, e pur a lui
Che lassù regna, più gradita e cara.
Tale il decreto fu che in mezzo ai Numi
Ei proferì, ch'ei confermò coll'alto
Suo giuramento, a cui del ciel l'immenso
Girò crollò. Là si rivolgan tutti
I pensier nostri, ivi s'apprenda quale
Schiatta v'abbia soggiorno, e di qual tempra,
Di qual natura; quai sue doti, e quale
Sia la sua possa, da qual parte meglio
Assalir si potrà, se forza o inganno
Più con lei vaglia. Benchè il ciel sia chiuso
E quel supremo Re segga sicuro
In sua possanza, tuttavia quel sito,
Confine estremo del suo regno, forse
Aperto stassi, e di chi 'l tien, lasciato
Alla difesa: qualche illustre prova
Compier colà con improvviso assalto
Forse potrem, quanto creovvi appieno
Con queste fiamme esterminare o il tutto
Far nostro, e come noi cacciati fummo,
Indi que' fiacchi abitatori e imbelli
Metter in bando, o a nostra parte trarli
Sì che il medesmo lor Fattor si cangi
In lor nimico, e con pentita mano
Il suo proprio lavor cancelli e strugga.
Non sarìa questa, no, vulgar vendetta,
Se di turbargli quel piacer ch'ei prende
Nel nostro scorno ci avvenisse: e quale
Fia nostra gioia in rimirar sua rabbia,
Quand'ei, quaggiù fra noi scagliati i cari
Suoi figli, udralli maledir la frale
Origin loro, il lor svanito bene,
E svanito sì tosto! Or voi librate
Se di noi degna è tale impresa, o meglio
Sia qui sedersi in quest'orror, sognando
E fabbricando imperj. - In cotal guisa
Espose Belzebù quel da Satáno
Già divisato e già proposto in parte
Infernale consiglio: e donde, fuori
Che dal solo Satán, dal sole autore
Di tutti i mali, sì profonda e nera
Nequizia uscir potea? d'infettar tutta
L'umana stirpe in sua radice e ad onta
Del Creator sovrano, inferno e terra
Mescer insiem? Ma far più bella solo
La gloria dell'Eterno, altro non puote
Il suo dispetto. Quel disegno audace
Piacque altamente all'infernal Consesso;
Gioia scintilla ne' lor occhi e a pieni
Voti l'assenso è dato. Allor ripiglia
Così a dir Belzebù: Saggio decreto,
Dopo lunga contesa, è il vostro alfine,
O Concilio di Numi, e di voi degne
Risolveste gran cose: in onta al Fato
Dal più cupo Profondo anco una volta
Appresso al nostro almo soggiorno antico
Noi leveremci ed alla vista forse
Di quei confini luminosi, donde,
Tempo cogliendo alle sorprese adatto
Colle propinque nostre forze, in cielo
Rïentrar potrem forse, o albergo e stanza
Trovar sicuri in qualche ameno sito
Ove del ciel si stenda il dolce lume,
Ed a quel puro sfavillante raggio
Terger da noi questa caligin atra.
Quella delizïosa aura soave,
Col soffio suo balsamico, le crude
Di questo foco e ancor non chiuse piaghe
Temprerà, salderà. Ma dite in prima:
A ricercar questo novello mondo
Chi di noi spedirem? Con piè rammingo
Il negro, immenso e senza fondo abisso
Chi tenterà? chi l'aspra, ignota via
Per quella troverà palpabil notte,
Ed il sublime sterminato volo
Fia che con ala infaticabil sopra
Al discosceso baratro distenda
Pria ch'alla fortunata isola arrive?
Qual sarà mai da tanto o forza od arte
Che salvo il meni per le caute scolte,
Pe' fitti posti d'Angeli veglianti
Per tutt'intorno? Egli avrà là ben d'uopo
D'ogni accortezza, e minor uopo or noi
Non ne abbiam nello scerlo: il peso in lui
Di tutto è posto e la final speranza.
Ciò detto, ei siede, e con sospesi sguardi
Rivolti in giro, se alcun sorga, attende,
Per oppugnar la perigliosa prova,
Per secondarla o imprenderla; ma tutti
Si stetter muti con pensier profondo
Librando il rischio, e l'un dell'altro in faccia,
La propria tema attonito leggea.
Niun fu tra quei della celeste guerra
Primi e scelti campioni audace tanto
Che a quel vïaggio spaventoso osasse
Offrirsi od accettarlo. Alfin Satáno
Che il proprio merto sente e va superbo
De' primi onori, con reale orgoglio
Surse intrepido, e disse: O empirei Troni,
O progenie del ciel, ben a ragione,
Ancorchè in noi l'usato ardir non manchi,
Profondamente taciti e sospesi
Stemmo finor: lungo è il cammino e duro
Dall'Erebo alla luce, e saldo invero
È questo nostro carcere: di foco
Orribil vallo nove volte intorno
N'accerchia e serra, e contro noi sbarrate
Roventi porte d'adamante stanno.
Varcate queste, se alcun mai le varca,
Ecco spalanca sue tremende gole
Il golfo della Notte, il Vôto immenso,
Muto regno del nulla, il qual minaccia
Spegnerlo e tranghiottirlo entro la sua
Sempiterna caligine profonda;
E se indi salvo in altro mondo o spiaggia
Ignota egli esce, nuovi rischi ignoti
Gli restan sempre, e non men arduo scampo.
Ma ben sarei di questo trono indegno
E di questo sovrano eccelso grado
Cinto di gloria e di possanza armato,
Se cosa qui proposta e al comun bene
Utile giudicata, unqua potesse
Sotto aspetto di rischio o di fatica
Me dalla prova spaventar. Se queste
Reali insegne io vesto e non ricuso
Di qui regnare, tanta parte ai rischi
Quanta agli onori io ricusar potrei?
L'una e l'altra a chi regna è al par dovuta;
E il periglio maggior dritto è che s'abbia
Quei che sugli altri più onorato siede.
Itene dunque, incliti Eroi, terrore
Del cielo ancor nella ruina vostra,
Itene, e quanto più soffribil possa
Render l'inferno, infin che nostro albergo
Esser pur dee questa città dolente,
Volgetevi a cercar; tentate il modo
Onde si disacerbi o inganni almeno
La nostra angoscia; vigilate attenti
Contro vigil nemico, infin ch'io fuori
Tutte le buie piagge andrò spïando
Della distruzïone e a tutti noi
Procacciando uno scampo. Addio: con meco
Niuno esser dee di questa impresa a parte.
Così dicendo, egli levossi, e ogni altro
Dal più parlar cauto prevenne. Ei teme
Ch'altri or commossi dall'esempio ardito
E certi d'un rifiuto, all'alto onore
S'offran d'un rischio sì temuto in pria,
E, quali emuli suoi, la gloria e 'l vanto,
Onde a sì gran cimento egli s'espone,
S'usurpin di leggier. Ma quei non meno
Il periglio temean che di sua voce
Il severo divieto, e in un s'alzaro.
Il rumor del lor sorgere parea
Tuon che da lungi s'oda. Umili ad esso
E riverenti inchinansi; qual Nume
Al sommo Nume egual l'esaltan tutti;
E 'l suo gran cor ch'ave la propria a vile
Per la comun salute, ognun estolle,
Ognun ammira: chè l'idea pur anco
Fra que' malvagi di virtù si serba;
Onde sue gesta glorïose apprenda
L'uomo superbo a vantar men, che figlie,
Sotto manto di zel, sono sovente
Di vana ambizïon, di cieco orgoglio.
Così quella dubbiosa atra consulta
Recaro a fine, baldanzosi e lieti
Pel forte loro incomparabil Duce.
Sì qualor dorme in sue spelonche Borea,
E da' gioghi de' monti atre sollevansi
Nubi che tutta la ridente faccia
Del ciel coprendo folta pioggia e grandine
Sovra la terra intenebrata spandono,
Se con un dolce addio stende il suo raggio
Il sol cadente, i campi si ravvivano,
Ai dolci canti gli augelletti tornano,
E coi belati la lor gioja mostrano,
Le mandre, ond'alto e monti e valli echeggiano.
O vitupèro de' mortali! Insieme
Quei Spirti rei mutua concordia annoda;
L'uom solo è all'uom nemico, ed osa poi
Del celeste favor nudrir la speme.
Dio la pace alto grida, e guerra e morte
Gridan di rabbia e di vendetta ciechi
I feroci mortali, e del lor sangue
Spargon la trista desolata terra;
Come se quell'inferna oste che intenta
Sta dì e notte a' lor danni, e l'ire folli
Compor dovrebbe in alma pace, assai
De' mali lor non aggravasse il peso.
Così fu sciolto il parlamento, e fuori
Del superbo edificio i Grandi tutti
In bell'ordine usciro. Ad essi in mezzo,
Con pompa augusta che del cielo in parte
La maestade imita, il Sir possente
Viene, e non men che imperador temuto
De' tenebrosi regni, ei solo appare
Gran rivale del Cielo: intorno il cinge
Con raggianti bandiere ed orrid'armi
D'ardenti Serafini un folto stuolo.
Quindi, che il fin di quel consesso e 'l grande
Evento si promulghi al regal suono
Di trombe, ordin fu dato: ai quattro venti
Quattro leggieri Cherubini a un punto,
Gli squillanti oricalchi a bocca posti,
Ne diero il segno, a cui seguì la voce
Degli Araldi solenne: il cavo abisso
Tutto rimbomba, e tutta l'oste inferna
Con alto plauso intronator risponde.
Quindi men triste in core, e da superba
Fallace speme sollevate alquanto,
Disbandansi le schiere, e ognun, siccome
Proprio talento o trista scelta il guida,
Là volge i passi erranti ove più spera
Ingannar l'ore dolorose e qualche
Tregua trovar alle inquïete cure,
Finchè rieda il gran Duce. Altri sul piano,
Altri per l'aere in sulle forti penne
Gareggiano fra loro al corso, al volo,
Qual già soleano degli Olimpj ludi
O de' Pizi i campioni. Ignei corsieri
Frenan taluni o schivano la meta
Colle rapide rote: altri dispone
Schiere e falangi ad ordinata pugna;
Come allor quando nei turbati campi
Dell'etra, ad ammonir città superbe,
Appar di guerra portentoso appresto,
E fra le nubi l'un dell'altro a fronte
Due minaccianti eserciti si stanno,
Vansi prima ad urtar con lancie in resta
Gli aerei cavalieri; indi s'avventa
L'un'oste all'altra in folta mischia e tutto
D'orrendi scontri, dall'un polo all'altro,
Il firmamento romoreggia e avvampa.
Con gigantéo furor altri più felli
Squarcian rupi e montagne, e van su i nembi
Quell'aër nero trascorrendo: tanto
Fragore appena il vasto abisso cape.
Così d'Ecalia vincitor tornando
Ercol sentì del feral manto il tosco,
E da rabbioso duol spinto divelse
Dell'Eta i pini e nell'Euboico mare
Lica scagliò dall'alta vetta. Alcuni
Ch'han men fero talento, aman raccolti
Entro riposta valle, in man di nuovo
Prender le cetre, e con divini accenti
Le lor proprie cantare eroiche gesta,
La gran battaglia e l'infelice evento;
E accusano il Destin che al giogo indegno
Della Fortuna e della Forza avvinca
Il coraggio e 'l valor. Eran lor versi
Superbi e vani, ma le dive note
(Tanta è la possa del celeste canto!)
Calman l'inferno, e l'affollata turba
Tengon assorta in estasi profonda.
Altri, d'un ermo colle in vetta assisi,
In sublimi colloquj assai più dolci
D'ogni armonìa (chè questa i sensi alletta,
Quelli scendono nel cor) consuman l'ore;
E con alto pensar le arcane vie
Cercan scoprir di Dio, l'ordine eterno,
La prescïenza sua, l'immobil fato,
Il libero voler: per ciechi errando
Laberinti così, tentano invano
Di sempre nuovi dubbj il groppo sciorre.
Di lungo argomentar scabro subietto
Lor porgon quindi la cagione oscura
Del ben, del mal, la misera, e beata
Eternità, dell'alma i ciechi moti,
La piena requie lor, la gloria, e l'onta;
Inutile saper, fumosa e vana
Filosofia delle superbe menti!
Pur tessere a lor pene un dolce inganno
Così potean, o in sen destar fallace
Speme, o di dura sofferenza armarlo
Qual di triplice smalto. In grosse schiere
Pel disperato mondo altri sen vanno
A spïar lunge intrepidi se qualche
Men duro clima e men dolente stanza
Ponno trovar. Per quattro vie diverse
Drizzano il corso lor lungo le ripe
De' quattro fiumi che nell'igneo lago
Sgorgan acque angosciose; il crudo Stige
Ch'odio esala; Acheronte atro e profondo
Che gonfi di dolore i flutti volve;
Cocito che di mezzo a' gorghi suoi
Manda gemiti e strida ond'ebbe il nome;
E Flegetonte che fremendo aggira
Di fiamma e foco rapidissim'onde
Rabbia spiranti. Il lento e cheto Lete
Lungi da questi in tortuosi giri
Move il torpido umor, del qual chi bee,
Ogni memoria de' trascorsi tempi
E di se stesso e gioie e affanni obblìa.
Diserto, oscuro un agghiacciato mondo
Giace al di là, da turbini sonanti
E da sassosa grandine percosso
Eternamente: sulla salda terra
Non si scioglie essa mai, ma in rupi ed alpi
S'alza ed ammonta che d'antiche moli
Rassembran le ruine: il resto è tutto
Di gelo e neve altissimo baràtro,
Simile a quello che fra 'l Casio antico
S'apre e Damiata, e che fu già d'intere
Osti la tomba. Ivi l'acuto ed aspro
Aere brucia agghiacciando, e il gel del foco
Ha un effetto medesmo: ivi, ad un certo
Rivolger d'anni, strascinata tutta
Da Furie ch'han d'arpie gli unghiuti piedi
È dei dannati l'empia folla, ed ivi
Dei feri Estremi la vicenda cruda
Che più feri gli fa, soffre sommersa.
Colà dai letti di rabbioso foco
Vanno a languir nello stridente ghiado,
Finchè ogni stilla di calor sia spenta,
Irti, confitti, assiderati, immoti;
E risospinti nelle vive fiamme
Indi son poi. Sulla Letéa palude,
Per maggior cruccio lor, tornano e vanno,
E si struggon, si sforzano passando
Giugner l'acqua bramata, e con un leve
Sorso ogni pena lor spegner repente;
Ansanti già sporgonvi il labbro; invano:
S'oppone il Fato, co' terrori suoi
Gorgone truculenta il guado cinge,
E d'esser tocca da vivente labbro
Disdegna, e fugge per se stessa l'onda
Come favoleggiâr profane Muse
Che da' Tantalei labbri un dì fuggisse.
Così rinfuse, in via smarrite, incerte
Van quelle torme errando, e di spavento
Tremanti, smorte, con travolte luci
Or per la prima volta appien l'orrore
Veggono di lor sorte: in parte alcuna
Non trovano riposo, e duol per tutto.
Per molte buie spaventose valli,
Per molti atroci regni elle passaro,
Per molte alpi gelate e molte ardenti,
E per rocce, antri, laghi e gorghi e tane
E ferali ombre; per un mondo intero
Di ruina e di morte, odio di Dio
Che sì reo lo creò con sua tremenda
Parola imprecatrice, adatta sede
Del mal soltanto, ove ogni vita more
E sol vive la morte, ove di quanto
Colà produce la natura stessa
Inorridisce: i mostri ivi son tutti,
Tutti i prodigi abbominandi, a cui
Fra di noi manca il nome, assai più orrendi
Di quante mai la favella o 'l terrore
Anguicrinite imaginò Gorgóni,
Settemplici Idre, e triplici Chimere.
Fervido il cor, pieno la mente intanto
De' suoi disegni audaci il gran nemico
Degli uomini e di Dio, Satán dispiega
Sulle rapide penne il vol solingo
Vêr le porte d'Inferno. Egli or la manca
Scorre or la destra costa, or colle tese
Ali rade il Profondo, ora sublime
All'ignea vôlta s'erge. In simil guisa,
Là dove il sol le notti ai giorni agguaglia
E riconduce i regolari venti,
Ampio navilio, a cui gravò Bengala
O Ternate e Tidore il sen di ricche
Merci odorose, da lontan sul vasto
Etïopico mare invér l'estremo
Africo Capo veleggiar si scopre,
E par che dentro i gonfi immensi flutti
Or tutto s'innabissi, or d'essi in cima
Vada a toccar le nubi. Avea da lunge
Cotal sembianza il volator Nemico.
Alfine alzate dal profondo abisso
Fino all'orrida vôlta, ecco d'inferno
Appaiono le mura e le tre volte
Triplicate sue porte: eran di bronzo
Tre, tre di ferro e tre d'adamantino
Impenetrabil masso, e il foco eterno
Le fascia, le arroventa e nulla rode.
Stan due mostri terribili davanti
A ciascun lato delle porte: un d'essi
Infino al cinto vaga donna appare;
Ma poi con molte spire in vasto, immondo
A finir va scaglioso atro serpente
Di letal punta armato: al sen di lei
Intorno, intorno un ululo, un fracasso
Fan con cerberee spalancate gole
Inferni cani, alto, incessante; e dove
Sia quel gridar turbato, a voglia loro
Le s'acquattan nel ventre, ov'hanno il covo;
E là non visti i lor latrati ed urli
Seguon pur sempre. Erano assai men feri
Que' truci cani che di Scilla un giorno
Feron scempio in quel mar che dal sonante
Trinacrio lido la Calabria parte;
Nè più deformi mostri e più nefandi
Seguon giammai notturna Maga allora
Che in segreto chiamata e lunge il sangue
Fiutando de' fanciulli, in groppa assisa
Degli aerei cavalli a danzar vola
Fra le Lappone streghe, e a' loro incanti
La Luna intanto in ciel langue e s'oscura.
Quell'altra forma, se tal nome darsi
Pur puote a ciò che non ha forma alcuna
Distinta in membro od in giuntura, un cieco
Torbo Fantasma che sustanza ed ombra
A un tempo stesso rassomiglia, stava
Nera qual densa notte, a par di dieci
Furie crudel, come l'inferno orrenda,
E un fier dardo brandía: quel ch'esser fronte
In lei pareva, di regal corona
Avea sopra un'imago. Ad essa innanzi
Già sta Satán: quel mostro allor repente
Dal suo seggio vèr lui s'alza e si slancia
Con lunghi passi spaventosi: tutto
Tremò a que' passi l'Erebo. Satáno
Intrepido ammirò quel che ciò fosse,
Ammirò, non temè, Satán, cui nulla
(Tranne l'Eterno) è a spaventar bastante,
Ma a scherno prende ogni creata cosa;
E a lui con torvo lampeggiante sguardo
Sì prese a dir: Chi sei? Che vuoi? tremendo
Spettro ma non a me. Chi sei che innanzi
Osi a me farti e attraversarmi il passo
Di quelle porte? Io di varcarle intendo,
E a tuo dispetto varcherolle. Arrétrati,
Scostati, o questo braccio appien mostrarti
Saprà la tua follìa: vedrai per prova
Figlio d'inferno, se tu dèi con Spirti
Del cielo contrastar. E tu, di', chi sei?
(Feroce quello spettro a lui risponde).
Quell'Angelo fellon non se' tu forse
Che pace e fede invïolate in pria
Ruppe primo lassù? Quegli non sei
Che de' figli del ciel la terza parte
Cinta di ribellanti armi superbe
Teco traesti dall'Eterno a fronte,
Ond'ei te poscia e la tua torma rea
Dall'Empireo sbalzando, in questi abissi
Eterni giorni di miseria e duolo
A consumar dannovvi? e tu t'ascrivi
Fra gli Spirti del ciel, tu qui proscritto,
Traditor empio? tu minacce ed onte
Respiri ov'io do leggi, e dove io sono
Per tua rabbia maggior, tuo Rege e donno?
Va, disertor mendace, al tuo gastigo
Ritorna, ed ali alla tua fuga aggiungi,
O con flagello di aggroppati scorpi,
Se indugi ancor, t'incalzo, e strano orrore
Ti fo provar con questo dardo e ambasce
Non pria sentite. Così disse il truce
Irritato Fantasma, e sì parlando
E minacciando, dieci volte fessi
Più spaventoso e squallido. Satáno
Imperterrito stette e d'alto sdegno
Tutto avvampò: per l'iperboreo cielo
Arde men tetra un feral cometa
Che il vasto Ofiuco in sua lunghezza infiamma,
E dal sanguigno crin su gli atterriti
Mortali scuote pestilenza e guerra.
Ciascun di lor la fatal mira prende
Dell'altro al capo, e d'un secondo colpo
Non fan pensier: ne' tenebrosi e biechi
Sguardi rassembran due di lampi e tuoni
Gravide nubi che sul Caspio mare
S'avanzan negre, romorose e a fronte
Pendon l'una dell'altra infin che i venti.
Dien lor col soffio di cozzarsi il segno
A mezzo l'aere. A que' sembianti arcigni
Crebbe la notte dell'abisso: eguale
È il paragon, nè alcun di lor sì grande
Nemico incontra è per aver più mai,
Fuorchè sol uno, onde fien domi entrambi.
Già i lor gran colpi rintronato tutto
L'inferno avrìan, quando l'anguinea Maga
Che alla porta infernal sedeasi accanto
E custodíane la gran chiave, a un tratto
Surse, e fra lor con alto urlo lanciossi;
E, Padre, ella gridò, che tenti incontro
Quest'unica tua prole, e te, che germe
Se' d'ambo noi, qual furor cieco assale,
E quel dardo feral contro il paterno
Capo ti spinge ad avventar? Ah! sai,
Sai tu almeno per chi? Per lui che ride
Lassù nel cielo a' vostri sdegni intanto,
E destinato esecutore e servo
T'ha di quell'ira ch'ei giustizia appella,
Dell'ira sua per cui distrutti entrambi
Sarete un giorno. Ella sì disse, e 'l colpo
L'infernal peste a quel parlar rattenne.
Satán replica allor: Qual strano grido
E quai più strani detti or furo i tuoi?
Chi sei? rispondi (il mio furor sospendo),
Chi se' tu, strana doppia forma? E come
La prima volta ch'io t'incontro in questa
Valle d'abisso, me tuo padre appelli?
E com'è prole mia quella deforme
Larva? Io te non conosco, e d'ambo voi
Non vidi mai più abbominosi oggetti.
Dunque scordato m'hai così, soggiunse
Allor l'inferna Usciera, e agli occhi tuoi
Tanto deforme or sembro, io che sì bella
Comparvi in ciel? Recati a mente quando
Lassù nel mezzo alle falangi tutte
Che incontro a quel Sovrano in lega audace
S'unir con te, da fiero duol repente
Fosti assalito; in tenebre nuotaro
I foschi lumi tuoi, t'uscir di fronte
Dense e rapide fiamme, al manco lato
Quindi il tuo capo largamente aprissi,
E a te simil nel rifulgente aspetto,
Alma beltà celeste, armata Diva,
Io fuori ne balzai. Tutti stupiro,
Inorridiro a quella vista e indietro
Si trassero da pria, m'ebbero tutti
Qual portentoso segno, e tutti il nome
Mi dier di Colpa: a riguardarmi quindi
S'adusaron bentosto, e i vezzi miei
Fèr de' più schivi cor dolce rapina.
Più che ad altri, a te piacqui: e tu mirando
Sovente in me la tua medesma imago,
D'amor ardesti, e tal piacer di furto
Prendesti meco, che un crescente pondo
Il mio sen concepì. La guerra intanto
In ciel s'accese e si pugnò: restonne
(E ch'altro esser potea?) vittoria piena
Al nostro gran nemico e in fiera rotta
Tutti andarono i nostri, in questo fondo
Dal sommo ciel precipitati, e insieme
Io pur caddi cogli altri. In mano allora
Questa data mi fu possente chiave,
E di sempre tener guardate e chiuse
Queste porte fatali ebbi l'incarco,
Chè, s'io non le disserro, alcun non passa.
Pensosa e sola io qui sedea, nè lungo
Tempo sedei che il mio per te pregnante
Grembo in ampio volume omai cresciuto
Dentro sentissi portentosi moti
E acerbe doglie. Questa trista prole
Che vedi or qui, questo tuo germe, alfine
S'aperse il passo fuor per le squarciate
Viscere mie che duolo e orror distorse
Sì, che, qual miri, sfigurata tutta
Ne fu mia forma inferïor; ma questo
Innato mio nemico, uscito appena,
Lo struggitor brandì fatal suo dardo.
Spaventata io fuggii gridando, Morte!
Tremò tutto l'Inferno al nome orrendo,
E da tutte mandò le sue caverne
Gemiti ed ululati, e morte! morte!
Ripetè l'eco in ogni lato. Io fuggo,
Egli m'insegue, e di lascivia ardente
Par più che di furor: di me più ratto
M'aggiugne alfine e di sforzati amplessi
E laidi me sua sbigottita madre
Circonda e stringe: indi son nati questi
Urlanti mostri che mi stanno intorno,
Come or vedesti, con perpetuo grido,
Ognor concetti e riprodotti ognora
Con mio duolo infinito: entro quel seno
Ond'ebber vita, a grado lor di nuovo
Tornano, addoppian gli urli e pasto fanno
Delle viscere mie: riscoppian quindi
E con fredde paure e strazj alterni
Non cessano infierir sì, che un istante
Posa o tregua non ho. Quest'altro in faccia
Mostro arcigno mi sta, nemico a un tempo
E figlio mio, che me gli adizza incontro,
E per difetto d'altra preda, ad ora
Ad ora in me medesma anco la cupa
Sua fame volgería, ma sa che unito
È il mio destino al suo, che amaro pasto,
Se ciò tentasse, e suo veleno io fora,
E che del Fato è tal l'immobil legge.
Ma tu quel feral telo evita, o Padre,
(Io te n'avverto) e di codeste cinto,
Benchè temprate in cielo, armi lucenti,
Non sperarti securo: a' colpi suoi,
Tranne chi lassù regna, alcun non regge.
Scaltro Satán quel che di far gli è d'uopo
Ha scorto già, già l'ira ha spenta e dolce
Così risponde: Poichè me tuo padre,
O cara figlia, riconosci, e questa
Mia prole a me presenti, amato pegno
Di que' diletti che già teco io presi
Nel ciel, sì dolci allora, or tanto acerbi
A ricordarsi in quest'orribil nostro
Cangiamento impensato, io, qual nemico,
Sappi che qui non vengo. A trar da questo
Fero albergo d'angosce entrambi voi
E tutte insiem quelle celesti squadre
Che sursero coll'armi alla difesa
De' nostri giusti dritti e in questi abissi
Fur con noi spinte, io vengo. Io sol per loro
Calco quest'aspra via, solo per tutti
Spiando vo l'interminato abisso,
E per l'immenso Vôto un luogo io cerco
Che già predetto fu, che già creato
Esser dovrìa (se i concorrenti segni
Non son fallaci), fortunato albergo
Non lontano dal ciel, rotondo e vasto,
Ove di nuovi abitator locata
Una stirpe esser dee che forse un giorno
I nostri occuperà vacanti seggi.
Quel Dio che la creò, lungi per ora
La vuol da sè, forse temendo in cielo
Novelle trame, ov'ei lassù raccolga
Popol soverchio. Or questo siasi, od altro
Più ascoso, il suo consiglio, io là m'affretto
A scoprir meglio il tutto, indi qui riedo,
Ed ambo là vi scorgo ov'ampio e lieto
Soggiorno avrete e sulle tacit'ali
Quel puro scorrerete aere soave
Di grati odor sempre olezzante: appieno
Le vostre brame ivi fien sazie e tutto
Vostra preda sarà. Satán sì disse,
E udendo Morte che satolla fora
Sua lunga fame, con orribil ghigno
Digrignò le mascelle, e col rabbioso
Suo ventre s'allegrò serbato a tanta
Ventura alfin. Non men gioì la rea
Sua genitrice ed a Satán rispose:
Per dritto io serbo e per sovran comando
Del Re de' cieli onnipossente questa
Chiave infernale: è legge sua ch'io mai
Queste non schiuda adamantine porte,
E contro ogni poter sta Morte in pronto
Quel suo dardo a frappor che nulla teme
E tutta abbatte quanta forza vive.
Ma che mi stringe mai gli ordin superni
Di lui che m'odia ad eseguir, di lui
Che in questo mi gittò tartareo fondo,
Che a me del cielo abitatrice e nata
In ciel commise l'abborrito incarco
Di qui seder fra eterno duol, qui sempre
Cinta dagli urli e dai terror di questa
Mia prole stessa che di me si pasce?
Mio genitor tu sei, questa mia vita
Ell'è tuo dono: e chi obbedir, chi deggio
Seguire altri che te? Dietro i tuoi passi
Sarò lassù bentosto, in quel di luce
E di felicità novello mondo,
Fra que' beati Numi, ed ivi, come
Conviensi a tua diletta unica figlia,
Regnerò alla tua destra, e i giorni miei
Trapasserò d'eterna gioia in grembo.
In così dir, da lato ella si tolse
La fatal chiave, orribile strumento
D'ogni nostra sciagura, e vèr la porta,
L'atra divincolando anguinea coda,
Si strascinò. Senza niun sforzo ell'alza
La gran saracinesca, a tutte insieme
Le stigie braccia immobil pondo; spinge
Quindi e raggira la dentata chiave
Per gl'intricati ingegni, e le massicce
Sbarre di solidissimo adamante
Squassa e rimove: con discorde scroscio
Furïose balzâr le porte addietro
Spalancate, e scoppiò, ruggì sì forte
Dai cardini sonanti un tuon che tutto
Scosse il tartareo fondo. Ella le aperse,
Ma il riserrarle ogni sua forza eccede;
E spalancate si restaro. Un vasto
esercito per esse avrìa potuto
Passar di fronte con spiegate corna,
Cavalli e carri; e come dalla bocca
D'avvampante fornace, entro il gran Vano
Sgorgaro a un tratto vortici e torrenti
Di fumo e fiamme rosseggianti. Aperti
Or del Profondo antico ecco i segreti
Alla lor vista. Un Oceán si stende,
Per ogni parte, tenebroso, informe
Ch'ogni confine, ogni misura inghiotte,
Dove profondità, lunghezza, ampiezza
E tempo e loco s'inabissa e perde.
Ivi il Caosse e la vetusta Notte,
Della Natura antecessori, eterna
Mantengon la discordia, e d'incessanti
Guerre tra l'urto e lo scompiglio è posto
Il lor poter. Quattro Campion feroci,
L'Umido, il Secco, il Caldo, il Freddo insieme
Là contendon d'impero, ed alla pugna
Traggon gli atomi loro informi, erranti.
In varie torme a' lor vessilli intorno
S'aggiran questi, lisci, acuti, lievi,
Gravi, lenti, veloci, e in densi nembi
S'incalzano, si serrano, più spessi
Di quelle arene che per l'arse spiagge
Di Barca o di Cirene alzano i venti
In turbinose nuvole nemiche,
Onde librar lor troppo lievi penne,
Quando ad urtarsi vanno. Il Duce, a cui
Folla maggior d'atomi accorre, impera
In quel regno mutabile un istante;
Giudice il Caos siede e 'l gran contrasto
Per qual ei regna, co' decreti suoi
Raddoppia ognor. Tutto poi guida il Caso,
Grand'arbitro appo lui. Tal era il tetro
Sconvolto abisso, onde Natura emerse
E dove un dì fors'anco avrà la tomba.
Ivi terra non è, non mar, non foco,
Non aere, ma confusi insieme e misti
In lor pregnanti cause i germi oscuri
Combatton sempre, e fie la guerra eterna,
Se la Man creatrice un dì non svolge
La massa informe e nuovi mondi ordisce.
Colà sull'orlo dell'inferno alquanto
Satán ristassi, e gira intorno il guardo,
Ponderando il cammin; chè ancor non breve
Varco gli resta a superar. Un alto
Spaventoso fragor le orecchie a un tratto
Gli scuote e introna, a quel simil (se lice
A grandi assomigliar picciole cose)
Allor che Marte tempestoso tutte
Le fulminanti macchine rivolge
A crollare, a spiantar le mura e i tetti
Di superba città. Se il ciel medesmo
Infranto giù precipitasse e svelta
Dall'asse suo la stabil terra in polve
Per gli elementi ribellati andasse,
Fora men grande il suono. Alfine ei stende
L'ampie vele dell'ali, il suol percuote
Col piede, e dentro il gonfio ondante fumo
Si slancia e s'alza, e intrepido per lungo
Tratto poggiando va quasi portato
Sopra cocchio di nugoli, quand'ecco
Quel seggio gli vien meno, e un Vôto immenso
Incontra inaspettato: allor repente
In giù ben dieci e dieci mila braccia,
Precipitoso cadde come piombo,
L'ali invan dibattendo, e ancor cadrebbe,
Se per rea sorte l'improvvisa vampa
Di procellosa nube il sen ripiena
Di nitro e foco, un egual spazio in alto
Non l'avesse respinto. Alfin smorzossi
Tanta tempesta in paludosa sirte
Che non è mar nè fermo suol: con lena
Affannata, su i piè, sull'ali a un tempo.
Qual naviglio che remi e vele adopra,
Per quell'infida instabil lama innanzi
Ei pur sempre si spinge. In quella guisa
Che il cupido grifone, a cui di furto
Rapito ha l'oro l'Arimaspio astuto,
Per aspre rocce, erme boscaglie e cupe
Valli con forti infaticabil'ali
Insegue il predator, così per mille
Diverse vie quel rovinoso Spirto
Il suo cammin precipita a traverso
Stagni, rupi, erte balze e strette gole,
In aere or grave, ora leggier, coll'ali,
Co' piè, col capo, colle braccia, e or nuota
Or guada, ora s'attuffa, or striscia, or vola.
Universale altissimo fracasso
Alfin di strida e d'ululi tonanti
Che uscía dal vôto orror, con gran tempesta
Gli assal le orecchie. Ei là si volge audace
A rintracciar qual dell'estremo abisso
Poter, qual Spirto in quel rumor soggiorni,
Da cui ritrar dove del Buio giaccia
La costa ch'alla luce è più vicina.
A un tratto il soglio del Caosse innanzi
Gli s'appresenta ed ampiamente steso
Sulla vorago solitaria il nero
Suo padiglione. Atro-vestita in trono
Delle cose antichissima la Notte
Siede a parte con lui del regno immenso;
Stan l'Orco e l'Ade a lor dappresso e 'l truce
Demogorgóne, paventoso nome;
Indi il Rumore e 'l Caso ed il Tumulto
E la Confusïon, tutti in un gruppo,
E la Discordia con sue mille urlanti
Diverse bocche. Intrepido Satáno
A lor si volge e dice: O Voi, di questo
Ultimo abisso Regnatori e Dei,
Formidabil Caosse, antica Notte,
Del vostro impero io qui, de' vostri arcani
No, spïatore o sturbator non vengo.
Stretto a vagar per queste piagge oscure
In cerca di quel calle, onde per gli ampi
Vostri domíni alla superna luce
Uscir si può privo di scorta, solo,
Quasi smarrito, io di saper sol bramo
Il più breve sentier che là mi guidi
Ove co' vostri tenebrosi regni
Il ciel confina; o se l'etereo Rege
Qualch'altra parte ha di recente invaso
Di vostre regioni, io là son vôlto.
Deh! voi drizzate i passi miei; non lieve
Del beneficio ricompensa avrete:
Se al primo orror, se al vostro scettro quelle
Tolte provincie ricondur, se tutti
Gl'iniqui usurpator balzarne fuora
A me fia dato, e ripiantar le vostre
Nere insegne colà, sì, vostro appieno
Il frutto ne sarà, mia la vendetta.
Così parlò Satáno, e a lui con viso
Scomposto e rotti ed affoltati accenti
Il Signor del Disordine rispose:
Ti conosco, Stranier: tu quel possente
Angelo sei che al Re del ciel pur dianzi
Osò far fronte, ancor che invano. Io vidi
Abbastanza ed udii: nè giù per questo
Baratro spaventato oste sì grande
Fuggir poteva inosservato: in tanto
Viluppo traboccavano ravvolte
Le schiere sulle schiere, e le falangi
Sulle falangi, e sull'orror l'orrore;
E popol tanto le celesti porte
Versavan fuor che vincitor feroce
A tergo v'incalzava! Io qui soggiorno
Fo su questo confin, del regno mio
A conservar, se pur potrò, gli avanzi;
Chè troppo omai per vostre interne liti
È questo impero dell'antica Notte
Invaso e scemo: ampio, profondo sito
Sotto me si stendea che in carcer vostro,
In inferno cangiò quel Re supremo;
Ed or sovra il mio regno un altro mondo,
Cielo e terra, ei creò che là sospesi
Stan da catena d'ôr ver quella parte,
Donde tue schiere caddero. Se movi
Colà, lontano non ne sei, ma il risco
È tanto più vicino. Or va felice,
Disfà, depreda, semina ruine;
Quest'è 'l guadagno mio. Disse, e Satáno
Non fe' risposta, ma contento e lieto
Che omai di tanto mar s'appressi al lido,
Con nuovo ardor, con nuova forza s'erge,
Qual di foco piramide, pel vasto
Spazio deserto, ed apresi a traverso
Al fero urtar degli elementi in guerra
Che ovunque intorno romba, un varco alfine.
Con minor rischio e tra minori strette
Colà per mezzo al Bosforo sconvolto
E a' suoi cozzanti scogli, Argo trascorse;
E minacciato meno il destro Ulisse
Schivò Cariddi e rasentò l'urlante
Scilla vorace. Il duro, arduo tragitto
Satán così s'aprìa fra rischi e pene;
Arduo e duro per lui, ma dopo il fallo
Dell'uom bentosto, ahi cangiamento strano!
Con sforzo audace la satanic'orma
Colpa e Morte seguendo un ampio calle
E agevole costrussero (fu tale
Il celeste voler) sul negro abisso;
E il fiero golfo tempestoso un ponte
Di stupenda lunghezza a portar ebbe,
Che dall'inferno stendesi di questo
Misero mondo in fino all'orbe estremo.
Per esso a lor grand'agio or van scorrendo
Su e giù gl'iniqui Spirti e quei mortali
A sedurre o punir vengon che schermo
Non han di singolar grazia superna.
Ma il sacro influsso della luce alfine
Ecco apparir, che in sen del golfo orrore
Dalle rimote empiree torri scocca
Un tremolante albór. Quivi Natura
Ha del suo regno il più lontan confine,
E qual vinto nemico dagli estremi
Ripari suoi, cede e si volge addietro
Il Caosse, e le furie e 'l minaccioso
Fragore accheta. Con minore affanno,
E omai senza fatica, al fioco raggio
Tra l'onde or men crucciose oltre s'avanza
Lieto Satán, qual da feroci venti
Percossa nave che, sebben con rotte
Antenne e sarte, alfin il porto afferra.
Là di quel Vano tra i vapor men densi
Che d'aere hanno sembianza, egli si libra
Sulle robuste ali distese e 'l vasto
Giro de' cieli di lontan rimira
A suo grand'agio; ma confusa, incerta
La lor figura e nell'ampiezza assorta
Sfugge gli sguardi suoi: l'eccelse rocche
D'Opalo fulgidissimo e di vivo
Zaffiro ornati gli alti merli ei vede,
Già sua natìa dimora, e non più grande
Di stella piccolissima, dappresso
A lei che della notte il vel dirada,
Dalla catena d'ôr che al ciel lo lega
Pender questo Universo. Ivi spirante
Vendetta e rabbia, in maledetto punto
Affretta quel maligno i passi e 'l volo.

LIBRO TERZO

Dio dall'alto del suo trono vede Satáno che vola verso questo mondo allora novellamente creato. Lo addita al Figlio assiso alla sua destra: predice che Satáno riuscirà nel pervertire l'uomo, e dimostra che, avendo egli creato libero e capace di resistere al Tentatore, la sua divina giustizia e sapienza non possono in verun modo accusarsi. Dichiara che questa sua divina giustizia e sapienza non possono in alcun modo accusarsi. Dichiara che questa giustizia divina vuole una soddisfazione, e che l'uomo dee morire con tutta la sua posterità, se qualcun atto ad espiare la offesa di lui non si sottomette alla pena che gli è dovuta. Il Figlio di Dio si offerisce volontario, il Padre accetta, consente alla sua incarnazione, comanda a tutti gli Angeli di adorarlo, e tutti i Cori, unendo le voci loro al suono delle arpe, celebrano la gloria del Padre e del Figlio. Satáno intanto scende sull'erma convessità del più estremo orbe di questo universo; di là fa passaggio nel sole, ove egli trova Uriele reggitore di quella sfera; ma prima si trasforma in un Angelo dell'ordine minore, e col pretesto che uno zelo ardente l'ha spinto a intraprendere quel viaggio per contemplare le cose novellamente create e l'uomo principalmente, si informa del luogo ove questi dimora. Saputo ciò, si parte e cala sul monte Nifate.



Salve, o del cielo primigenia figlia,
O dell'Eterno coeterno raggio,
Se tal nomarti senza biasmo io posso,
O sacra luce. E nol potrò se Iddio,
Iddio medesmo è luce, ed altro albergo,
Fin dall'eternitade egli non ebbe
Che il tuo fiammante inaccessibil grembo,
O d'increata rifulgente essenza
Fulgido effondimento? O se piuttosto
Ami esser detta un puro etereo rivo,
La tua sorgente chi dirà? Tu pria
Fosti del sol, tu pria de' cieli, e all'alta
Voce di Dio, come d'un manto, il mondo
Di te stessa avvolgesti allor che, tolto
All'infinito informe Vôto, ei fuora
Dalle negre sorgeva acque profonde.
Or con ali più ardite a te ritorno
Da' laghi Stigi alfin scampato, ov'io
Tante or medie or estreme a varcar ebbi
Tenebre nel mio volo, e ad altro suono
Che quel soave della Tracia lira,
Della Notte e del Cao gli orror cantai.
Dalla celeste Musa a entrar nell'ima
Buia discesa instrutto e ver le stelle
A risalir per via solinga e dura,
Salvo a te riedo, o bella Luce, e sento
L'alma tua lampa che di vita è fonte;
Ma tu questi occhi a visitar non torni
Però, che in cerca del tuo raggio invano
Rotansi, e albór non trovano: tal denso
Vel li ricopre, o lor pupille ha spente
Maligno umor! Ma non per questo io cesso
D'ir là vagando ov'ha più spesso in uso
Di far sua stanza delle Muse il coro,
Lungo un limpido fonte, o in colle aprico,
O in ombroso boschetto: un così forte
Amor de' sacri carmi il sen m'infiamma.
Ma te, Sionne, in prima, e i tuoi fioriti
Soavemente mormoranti rivi
Che il sacro piè ti bagnano, notturno
A visitar io vengo, e spesso in mente
Mi tornano que' duo ch'ebber con meco
Egual destino (egual così foss'io
A loro in fama almen!), Tamiri il cieco
E 'l cieco Omero, e di que' Vati antichi,
Tiresia e Fíneo, mi sovvien pur anco.
Allor mi vo di que' pensier nudrendo
Onde sgorgano poi spontanei e pronti
Armonïosi versi, e a quel somiglio
Vigile augel che sott'ombrosa chiostra
Nascoso intuona il suo notturno canto.
Le stagioni così riedon coll'anno,
Ma il giorno a me non riede: io più non veggo
Nè i dolci raggi del mattin che spunta,
Nè quei del sol che cade; io più non veggo
Di primavera i fior, nè rosa estiva,
Non più scherzosi armenti, non più mandre,
E non più volto d'uom, divina imago:
Ma folta nube invece e buio eterno
Mi cinge intorno e dai piacer che dolce
Fanno la vita, mi divide: invano
Del bel saper, delle grand'opre sue
Apre natura il libro; è per me tutto
Oscuro, vôto, cancellato, e chiusa
M'è a Sapïenza una gran via per sempre.
Tanto più vivi dunque, o tu, celeste
Luce, i tuoi rai nella mia mente infondi
E ne illustra ogni parte, occhi migliori
Tu m'apri in essa e ne disgombra e tergi
Ogni bassa caligine terrena,
Onde scorgere io possa e altrui far conte
Negate a mortal guardo arcane cose.
Dal luminoso empireo, ov'egli siede
In alto soglio ch'ogni altezza avanza,
L'onnipossente Padre, in giù rivolse
Gli occhi a mirar le sue grand'opre e l'opre
Che uscivano da lor. Più che le stelle
Gli stanno innumerabili d'intorno
Gli eccelsi Cori che ineffabil gioia
Traggon della sua vista, ed ave a destra
Della sua gloria la raggiante imago,
L'unico Figlio: sulla terra i nostri
Due padri antichi, i soli due tuttora
Dell'umana progenie, ei mira in prima,
Che dell'almo giardin nella romita
Sede coglieano gl'immortali frutti
Di gioia e amor, di non turbata gioia,
D'amor senza rivali; indi l'inferno
E 'l golfo immenso che dal ciel lo parte,
Egli risguarda, e là Satán che il vallo
Del ciel costeggia ov'ha confin la notte,
Satán che in alto per quell'aer fosco
Con ali stanche e con bramoso piede
Piegava omai vèr l'erma esterna faccia
Di questo mondo che pareagli salda
Terra priva di cielo, e incerto egli era
Se aere o vasto Oceáno in sen l'abbracci.
Con quello sguardo, innanzi a cui s'aduna
Ogni passata, ogni presente ed ogni
Futura cosa, Iddio dall'alto il mira;
E 'l tutto antiveggendo, in questi accenti
Rivolto al figlio: Unico figlio, ei dice,
Vedi tu là d'atroce rabbia acceso
Il nostro fier nemico, a cui prescritti
Sono confini invan, cui non le sbarre,
Non le catene dell'inferno tutte
E non l'interminabile frapposto
Oceano ponno rattener? Vendetta,
Disperata vendetta ei sol respira
Che più pesante sull'altera testa
Pur gli dee ricader. Da tutti i suoi
Ritegni disfrenato, ei della luce
Entro i recinti, non lontan dal cielo
Or batte l'ali ed al testè creato
Mondo s'indrizza, onde tentar se possa
D'aperta forza incontro all'uom far uso,
O con danno maggior, gl'inganni oprando,
Dal dritto calle travïarlo, e fia
Ch'ei lo travolga. A sue lusinghe orecchio
Darà l'incauto e a sue menzogne, e il solo
Divieto mio, quel pegno sol ch'io volli
D'ubbidïenza ei romperà: ribelle
A me farassi, egli e sua stirpe infida.
Colpa di chi, se non di lui? L'ingrato
Quanto aver mai potea, da me tutt'ebbe:
Giusto e retto io lo fei, vigor bastante
A reggersi gli diedi, ancor che insieme
Libertade al cader. Tali io creai
Tutti gli eterei Spiriti diversi,
Quei che fedeli a me restaro e quelli
Che mi volsero il tergo. Ognun che stette,
Libero stette, e libero pur cadde
Ognun che cadde: e qual sincera prova
Di vera lealtà, di fè, d'amore
Darmi potean, da libertà divisi?
Quello così ch'eran d'oprar costretti
Sol fora apparso, e il lor voler non mai.
Se volontade, se ragion (chè questa
Pur nella scelta sta) senz'uso e vane,
Alla necessitade ivan soggette,
Qual dal loro ubbidir merito e lode
Potean essi raccorre, io qual diletto?
Come convenne, io li creai, nè ponno
La man che li formò, la loro essenza
Giustamente accusar, qual se catena
Alla lor volontà fosse un destino
In decreto immutabile e nell'alto
Mio preveder già fisso. Essi, non io,
Decretaro il lor fallo; e s'io 'l previdi,
La previdenza mia qual ebbe parte
Nella lor colpa? Se imprevista ell'era,
Sarìa stata men certa? In guisa alcuna
Il Fato dunque e l'antiscorger mio
Non li sforzò, non mosse; e fu lor opra
Il giudizio, la scelta e la ruina.
Liberi fur color, libero al pari
È l'uomo, e tal sarà, finchè nei turpi
Lacci per sè medesmo ei non s'avvolga.
Se no, cangiar la sua natura e quello
Eterno, irrevocabile, decreto
Dovrei per esso cancellare, ond'io
D'intera libertà gli feci il dono,
E per cui vuol cader ciascun che cade.
Figlia d'orgoglio reo, di scusa indegna
La colpa fu di que' celesti Spirti
Che depravâr, sedussero se stessi;
Ma gioco è l'uom di lor maligna frode;
Quindi ei trovi mercè, mercè non mai
Trovin color. Così la gloria mia
Per giustizia e pietà fia che risplenda
In terra e in ciel, ma di più vivo raggio
Prima ed estrema la pietà rifulga.
Mentre Dio sì parlò, d'ambrosia un'alma
Fragranza il cielo tutto intorno empieo,
E de' beati eletti Spirti in seno
Novello gaudio inenarrabil sparse.
Di gloria incomparabile fu visto
Splendere il divin Figlio; e tutto in lui
Mostrarsi espresso il sommo Padre: in volto
Pietà celeste, immenso amore, immensa
Grazia gli riluceano, e, Padre, ei disse,
Oh quanto dolce ne' tuoi detti estremi
Fu la parola che il perdon promette
All'uom caduto, onde tue laudi il Cielo
Farà sonare altissime e la terra
Con inni senza fine, e fia tuo nome
Benedetto in eterno! Alfin perduto
L'uom dunque andría per sempre, ei ch'è l'estrema
Opra delle tue mani e la più cara,
Egli che cade, è ver, ma tratto e spinto
Da iniqua frode al precipizio? Ah! Padre,
Sia da te lunge un tal rigor, sia lunge
Da te che sei d'ogni creata cosa
Il giustissimo giudice. Vorresti
L'empio disegno del nemico nostro
Far dunque lieto e vano il tuo? Fia paga
La sua malizia e tua bontà distrutta?
Dunque agli abissi suoi, benchè dannato
A maggior pena, ei tornería superbo
Della presa vendetta, e seco insieme
Nell'eterno dolor trarría l'intera
Da lui corrotta umana stirpe? Adunque
Tu l'opre tue strugger vorresti, e quello
Per lui disfar che per tua gloria festi?
Ah! che la tua bontà, la tua grandezza
Altro chieggon da te. Figlio, rispose
L'onnipossente Padre, o Figlio, in cui
La sua gioia maggior trova quest'alma,
Figlio di questo sen, che sei mio Verbo
E Sapïenza ed efficace Possa,
A' miei pensieri, a' miei decreti eterni
Ogni tuo detto appien consuona. Ogni uomo
Perduto non andrà; chi vuol, fia salvo;
Non già pel solo suo voler, ma retto
Da quella grazia ond'io farogli dono
Liberamente: io le languenti forze
In lui ravviverò ch'a impure e guaste
Voglie il peccar sommesse; anco una volta
Col mio sostegno il suo mortal nemico
Affronti in pari agon, ma vegga insieme
Quant'ei sia fral senza il sostegno mio,
E senta che il suo scampo a me si debbe,
A me sol, non ad altri. Io già fra tutti
Mi elessi alcuni e di mia grazia i doni
(Fu tale il mio voler) versai sovr'essi.
Gli altri sonarsi in core udran sovente
La voce mia che dalle torte vie
Richiameralli del fallir, l'offeso
Mio Nume ad implorar, finchè sia tempo
Di grazia e di perdon. Dai ciechi sensi,
Quanto lor basti, io la caligin densa
Disgombrerò: que' duri cori a' preghi,
Al pentimento, all'obbedir saranno
Ammolliti e piegati; e a' preghi loro,
Al pentimento, all'obbedir, se schiette
Saran lor brame e lor pensier, non sorda
Avrò l'orecchia mai, non chiusi i lumi.
Dentro il lor sen la Coscïenza, il mio
Incorruttibil giudice e sicura
Guida io porrò, cui se daranno ascolto,
Luce maggior da non spregiata luce
Otterran sempre, e, in lor proposto immoti,
Usciran salvi di lor corso a riva.
Ma chi di mia pietà disprezza i giorni
E 'l mio lungo soffrir, pietà non speri:
Alle tenebre sue tenebre aggiunte
Saran, durezza alla durezza, inciampo
A inciampo, e al suo cader cadute e morte.
Solo a costor la mia pietade è chiusa.
Ma tutto ancor questo non è: sleale
L'uom, col disubbidir, rompe ogni omaggio
Ed al suo Dio tenta agguagliarsi; ei tutto
Perde così, nè via gli resta alcuna
Ad espïar suo tradimento. A morte
Con tutti i figli suoi devoto e sacro
Egli è perciò; morir ei debbe, o debbe
Mia giustizia perir, se altra non s'offra
Vittima degna e volontaria il duro
A compier sacrificio, e morte accetti
Per l'altrui morte. Or dove fia che tanto
Amor si trovi? Chi di voi, celesti
Alte Possanze, esser vorrà mortale
A salvar l'uom dal suo mortal delitto?
Qual giusto andrà per un ingiusto a morte?
V'ha in tutto il ciel chi nudra un così bello
E sì sublime affetto? Ei disse, e niuno
Degli Spirti celesti il labbro mosse;
Alto silenzio in ciel si fe': dell'uomo
Niun difensore o intercessor comparve,
E meno ancor chi la mortale ammenda
E 'l gran riscatto di recare osasse
Sul proprio capo. Or la final sentenza
D'eterno danno sull'umana stirpe
Già si compieva; e già tenean lor preda
Morte ed inferno; ma il divino Figlio,
Che del divino amor tutti rinchiude
Gli ampi tesori in seno, ecco interponsi,
E sì favella: È proferita, o Padre,
La tua parola: sì, grazia e perdono
L'uom troverà. La grazia tua che tutte
S'apre le vie, che de' tuoi messi alati
È la più ratta, e le dimande, i preghi,
Le brame anco previen, dal corso usato
Or rimarrassi? Ah! che sarìa dell'uomo,
Se tal'ella non fosse? Ei nelle colpe
Morto e perduto, unqua cercar non puote
Il soccorso di lei, nè alcun restauro
A far per sè gli resta o degna offerta,
Di tutto debitor, di tutto privo.
Eccomi dunque, io per lui m'offro, io vita
Per vita do, sulla mia testa cada
Lo sdegno tuo, m'abbi qual uom, per lui
Il sen paterno io lasciar vo', partirmi
Dalla tua destra glorïosa, e pago
Son per lui di morire: in me rivolga
Morte sua rabbia e tutta in me la sfoghi.
Non rimarrò sotto il suo buio impero
A lungo io già; tu posseder mi desti
In me medesmo sempiterna vita:
Sì, per te vivo, ancor ch'io ceda a morte,
E quanto in me potrà perir, sia tutto
Di sua piena ragion; ma poichè reso
Quel tributo le avrò, tu me sua preda
Non lascerai, nè dell'immonda tomba
Entro gli orrori soffrirai che sempre
L'alma mia pura ed immortal soggiorni.
Sì, vincitore indi alzerommi, a Morte
Torrò sue spoglie, ed il suo dardo stesso
In lei torcendo, sotto i piè porrommi
L'altera vincitrice oppressa e vinta.
Del debellato e invan fremente inferno
Io le negre Possanze alto pe' vasti
Campi dell'etra al trïonfal mio carro
Trarrò in catene, e tu, contento, o Padre,
A me sorriderai dal soglio eterno
Per la mia man del tuo vigor ripiena
Veggendo spento ogni nemico, e Morte
Del suo scheletro stesso alfin la tomba
Empiere e disfamar. Così dal largo
Stuol de' redenti miei seguìto e cinto
Farò ritomo a queste sedi alfine,
E innanzi, o Padre, a te, sul cui sembiante,
Non più si mostrerà nube di sdegno,
Ma pien perdono, inalterabil pace
E amor e gioia splenderanno eterni.
Tacque, ciò detto, ma tuttor parlava
Anco tacendo il suo soave aspetto
Tutto spirante un immortale amore
Vèr l'uom mortale, amor che vinto in lui
Dall'alto ossequio filïal sol era.
Lieto di gire al sacrifizio, i cenni
Sol del gran Padre attende. Alto stupore
Tenea sospeso il ciel che i detti arcani
Non comprendea; ma senza indugio il sommo
Padre così soggiunse: O tu, che sei
Mio sol diletto, o tu, che in cielo e 'n terra
Resti al genere uman caduto in ira
Unica pace, unico asil, tu sai
Quanto a me l'opre mie tutte sian care;
E se l'uom, benchè estrema, ancor mi sia
Caro d'ogn'altra al par, mentr'io consento
Che tu dalla mia destra e dal mio seno
T'allontani per esso, onde un tal poco
Io te perdendo, la perduta intera
Sua stirpe salvi. A tua natura dunque
Quella di lor congiungi, i quai tu solo
Redimer puoi. Sovra la terra scendi,
Sii fra gli uomin laggiuso uomo tu stesso,
Con portentoso nascimento umana
Carne vestendo entro virgineo grembo,
Quando fia tempo; e dell'uman lignaggio
Capo e padre sii tu, d'Adamo invece,
Benchè figlio d'Adam. Com'essi a morte
Van tutti in lui, sì richiamati a vita,
Qual da nuova radice, in te saranno
Tutti color che otterran scampo, e niuno
L'otterrà senza te. Nel suo delitto,
D'infetto tronco infetti rami, involti
Son tutti i figli suoi; tuo merto quindi
Riparator sopra ciascun si stenda
Che l'opre ingiuste sue per te rifiuti,
Per te le giuste ancora; egli riceva,
Rigermogliando in te, vita novella,
Quasi in novello suol trasposta pianta.
Così ciò che l'uom dee, l'uom fia che paghi:
(Giusta ragion il vuole) a sua sentenza
Ei soggiaccia così, mora, risorga,
E, risorgendo, i suoi fratei che a prezzo
Di sua vita scampò, seco pur levi.
Sarà in tal guisa dal celeste amore
L'infernal odio vinto, ancor che troppo
Nobile e prezïosa ostia ripari
Quanto l'inferno per sì facil via
Distrusse e ancor distrugge in lor che sordi
Stan della Grazia all'amoroso invito.
Nè mentre tu dell'uom l'umil natura
In te rivesti, la tua propria e diva
Abbasserai perciò. Se lasci il trono,
Su cui tu siedi eguale a me, se lasci
Questa celeste gloria e questa eterna
Perfetta gioia, dagli estremi danni
Così tu salvi il condannato mondo;
E così, figlio mio, per proprio merto
Assai di più che per natío diritto
Ti mostrerai: la tua bontà sublime,
Più che la tua grandezza, al grado eccelso
Egual t'attesterà: maggior l'amore
Fu che la gloria in te; quindi fia teco,
Mercè tanta umiltà, la stessa ancora
Umanitade tua quassuso alzata,
Ed incarnato sederai su questo
Soglio medesmo, Uom Dio, prole divina
E umana insiem, Re universal dell'almo
Licore asperso della sacra oliva.
Ogni poter ti do, tuoi merti assumi,
Eterno impera, a te soggetti sono,
Come a supremo Sir, Principi e Troni,
Possanze e Regni. Quanto in cielo e 'n terra
E nel profondo tartaro soggiorna,
A te dinanzi incurverassi umìle;
E un giorno alfin verrà che intorno cinto
Di queste empiree squadre, in mezzo al cielo
Apparirai; di là tuoi messi alati
Dell'apprestato tribunal tremendo
Andran l'avviso ad arrecar: repente
I vivi tutti e tutti insiem gli estinti
D'ogni trascorsa età (tal suon dal lungo
Sonno fia che li scuota!) al tuo cospetto
La sovrana ad udir sentenza estrema
S'affretteran da tutti i punti a un tempo
Del costernato mondo. In mezzo all'ampio
Stuolo de' Santi tuoi gli Angeli rei
E i rei mortali il gran giudizio udranno
Che lanceralli entro l'abisso: allora
Sazio sarà l'inferno e le sue porte
Chiuse per sempre. Immense fiamme intanto
La terra, gli astri, ogni creata cosa
Alla tua voce struggeran, ma tosto
Dalle ceneri lor novella terra,
Novello cielo sorgeran più belli.
Ivi gli Eletti tuoi faran dimora,
E, dopo i lunghi tollerati affanni,
Aurei giorni vedran d'auree fecondi
Giustissim'opre e trïonfar tra loro
Amor e gioia e veritade e pace.
Tu allor porrai da canto il regio scettro;
Chè più non n'avrai d'uopo, e tutto in tutti
Iddio sarà. Voi, divi Spirti, intanto
Innanzi a lui che ad eseguir la grande
Impresa muor, prostratevi, ed onore
Eguale al genitor riceva il figlio.
Così dicea l'Onnipossente, e tutti
Gli Angeli allor d'un alto e dolce plauso,
Qual vien da immenso stuolo e da soavi
Beate voci, empiero il cielo, e lungi
Echeggiar fe' l'eterne sedi un lieto
Osanna glorïoso. Ai troni augusti
Profondamente ognun s'inchina e al suolo
Riverente ed umìl la sua depone
Aurea corona d'amaranto intesta,
D'amaranto immortal purpureo fiore
Che all'arbor della vita in Paradiso
Già cominciava a germogliar vicino;
Ma pel fallo dell'uom trasposto venne
In ciel ben presto ov'esso nacque in prima.
Ivi or cresce e s'infiora e della vita
Alto adombra la fonte e i campi, dove
Per mezzo al cielo il fiume della gioia
Più dell'elettro limpide e fragranti
L'onde sue placidissimo rivolge.
Di quei sempre vivaci eletti fiori
Si fan corona alle splendenti chiome
I divi Spirti, e ricoperto allora
Di tanti sparsi serti il suol celeste,
Simile a un mar di fulgido diaspro,
Ridea vermiglio e fiammeggiante intorno
Di quelle porporine eteree rose.
In fronte quindi si ripongon tutti
Le lor ghirlande, e l'arpe d'ôr lucenti
Che pendon loro quai faretre a lato,
Recansi in mano, arpe accordate ognora,
E discorrendo con maestre dita
Le corde in pria, preceder fanno al canto
Soave sinfonìa ch'erge a sublime
Estasi l'alme: indi dell'arpa al suono
Ciascun la voce accoppia, e non è voce
Che discordi lassù dove suprema
In tutto regna consonanza eterna.
Te in pria cantaro, onnipossente Padre,
Infinito, immutabile, immortale,
Eterno Re, te creator del tutto
Che se' fonte di luce e nell'immensa
Luce medesma che t'avvolge il soglio
Eccelso, inaccessibile, t'ascondi
Impenetrabilmente, e quando ancora
Con nube stesa intorno intorno, quasi
Tabernacol fiammante, adombri il pieno
Fulgór de' raggi tuoi, da' lembi estremi
Scintilli sì che tutto abbagli il cielo,
Nè da vicin può Serafino alcuno
Il lampo sostener che fuor ne sgorga,
Ma fa con ambe l'ali agli occhi un velo.
Indi a te, divin Figlio, a te, divina
Rassomiglianza, fu rivolto il canto,
A te che pria d'ogni creata cosa
Genito fosti, a te nel cui sembiante
Visibil fatto, senza nube splende
Il sommo Padre, in cui non può per altra
Guisa affisarsi occhio creato alcuno.
Dalla sua gloria in te l'ardente lume
Impresso sta, trasfuso in te riposa
L'ampio suo Spirto: egli de' cieli il cielo,
Egli per te le angeliche Possanze
Tutte creò, per te lo stolto orgoglio
Delle perverse ammutinate squadre
Traboccò negli abissi; in quel gran giorno
Di sue tremende folgori ministro
Fu il possente tuo braccio, e tu le vive
Del fero carro sfavillanti rote
Che l'eterna scuoteano empirea mole,
Sulle cervici a' rovesciati Spirti
Terribile aggirasti. Al tuo ritorno
Piene di gioia le fedeli schiere
Alto levár solenne plauso, e figlio
Te celebràr della paterna possa,
Te su i paterni perfidi nemici
Aspro vendicator; ma tal sull'uomo
No, non sarai. Di scellerato inganno
Vittima cade questi, onde tu, sommo
Padre di grazia e di mercè, temprasti
Coll'infelice il tuo rigor severo
E pendesti al perdon: ti scorse in volto
Di giustizia e pietà la gran contesa
L'unico tuo diletto Figlio e pronto
A finirla s'accinse. Ei dall'eterna
Gloria del ciel discende, ei s'offre a morte
Per l'umano fallir. Oh amor sublime!
Oh amore incomparabile, che solo
Nel sen d'un Dio può ritrovarsi! Salve,
O gran Figlio di Dio, salve, del guasto
Genere uman riparator possente;
De' nostri canti ampio suggetto ognora
Sarà tuo nome, ognor sull'arpe nostre
Suoneranno tue laudi, e mai da quelle
Del Padre tuo non suoneran disgiunte.
Così ne' regni di eterna luce
Essi spendeano in gioia e in dolci canti
L'ore beate. Sulla salda intanto
Del rotondo Universo opaca vôlta
Ch'ogni altra inferïor lucente sfera
In sè rinchiude e del Caosse affrena
E delle antiche Tenebre gli assalti,
Satán scende e passeggia. Un picciol globo
A lui parea da lunge, or terra immensa
Gli sembra, oscura, desolata ed erma;
Severo ciel che sotto il torvo aspetto
Di notte senza stelle ognor si giace,
E del Caosse che d'intorno freme
Sempre esposto al furor. Solo in quel lato
Che del ciel guarda le lontane mura,
Per l'aere da' furenti orridi nembi
Meno percosso, un fioco lume ondeggia.
Quivi l'iniquo Spirto in largo campo
Spazia a grand'agio, ed avoltoio sembra
Che là cresciuto ove il nevoso Imao
L'argine oppon degli ammontati ghiacci
Al vago Scita, dalla trista terra
Scarsa di preda sloggia e via sen vola
Di pingui agnelli e di capretti in cerca
Su per li colli ove le greggie han pasco,
Ver le fonti del Gange o dell'Idaspe
Dirizzando il cammin, ma scende intanto,
Stanco dal lungo vol, sugli arenosi
Campi di Sericana, ove sì destro
Guida il Cinese i suoi di canna intesti
Leggieri carri con le vele e 'l vento,
Che scorrer sembra il mar. Così Satáno,
Sovra quel suol simíle a mar ventoso,
Tutto anelante alla sua preda e solo
Su e giù cammina. Tutto solo egli era;
Chè là vivente o inanimata cosa
Non si trovava ancor, ma poscia allora
Che l'opre de' mortali ebbe la Colpa
Piene di vanità, lassù volaro,
Come aerei vapori, in larga copia
Le cose di quaggiù fugaci e vane.
Quest'orbe tenebroso in suo passaggio
Il reo Spirto rinvenne e a lungo errando
Per esso andò, ma un fil di dubbia luce
Tremolando improvviso a sè gli stanchi
Suoi passi in fretta volse. Ei lungi scopre
Superba mole che alle mura ascende
Del ciel per gradi splendidi e infiniti:
Ad essa in cima qual di regio tetto
Un'ampia porta appar, ma ricca e vaga
Oltr'ogni paragon, con fronte adorna
D'oro e diamanti: folgorava tutto
D'orïentali folte gemme intesto
Il grand'arco che in terra ingegno alcuno
Nè in rilevate, nè in dipinte forme
Solo adombrar non mai potrìa. Simíli
Eran le scale rilucenti a quelle,
Per cui, fuggendo la fraterna rabbia,
Sotto il notturno aperto ciel disteso
Là nel campo di Luza il buon Giacobbe
Discendere e salir fulgidi stuoli
D'Angeli vide in sogno e nel destarsi,
Quest'è, gridò, quest'è del ciel la porta.
In ogni grado alto divin mistero
Si nascondea, nè stettero là sempre
Immoti già, ma tratti in ciel talora
Fur da invisibil mano. Un luminoso
Mar di liquide perle o di diaspro
Al di sotto scorrea, su cui gli Eletti
Che varcâr poi di terra ai seggi eterni,
Fêro in braccio degli Angioli tragitto,
O fur rapiti da corsier di foco
Oltre quell'onde in su volante carro.
Giù la gran scala era calata allora,
O perchè dall'agevole salita
Lo Spirto reo fosse tentato, o a fargli
Sentir più crudo il sempiterno esiglio
Dalle beate porte. Incontro ad esse
Aprivasi di sotto in ver la terra
Un ampio varco che al felice appunto
Sito dell'Eden rispondea, più largo
Varco di quello assai che sul Sionne
E la promessa terra a Dio sì cara
Fu schiuso poscia, e per lo qual sovente
Gli spediti quaggiù celesti messi
A visitar quelle tribù felici
Venir soleano e ritornare, e Dio
Di là dove il Giordan l'origin prende
Fin dell'Arabia e dell'Egitto ai lidi.
L'amoroso stendea vigile sguardo.
Sì largo era quel varco, ove fur fissi
I confini alle tenebre, siccome
Del mare all'onde. Ivi Satán s'arresta,
E dal grado più basso, onde alla soglia
Del ciel conduce l'aurea scala, il guardo
In giù volgendo, ad un sol punto scopre
L'intero mondo, e all'improvvisa vista
Attonito riman. Così guerriero
Esplorator che per deserte e buie
Vie tutta notte andò fra rischi errando,
Sul ciglio alfin d'un erto monte asceso
Allo spuntar del mattutino albôre
S'arresta e guata, e di repente amene
Straniere terre in lontananza scorge
Non prima viste, ampia città famosa,
E splendenti palagi e torri eccelse
Che del sorgente sole il raggio indora.
Con tal stupor, sebbene al cielo avvezzo,
Va contemplando quel maligno Spirto
Quest'Universo; ma più forte il punse
Invidia ancor quando sì bello il vide.
Tutto per ogni banda egli lo spia
(E bene il può di là dove sublime
Sovrasta al fosco spazïoso manto
Che la notte distende in vasto giro)
Dal punto Oriental di Libra infino
Al velloso Monton che lungi porta
Oltre orizzonte per le atlantich'onde
Andromeda lucente. Indi col guardo
L'ampiezza tutta dall'un polo all'altro
Ei ne misura, e vêr le prime piagge,
D'indugio impazïente, in giù si lancia
Con vol precipitoso. Obliquo ei torce
Pel candid'aere puro il facil corso
Fra globi innumerabili che stelle
Paion da lunge e davvicin son mondi,
Vasti mondi, o felici isole amene
Simili a quegli Esperidi giardini
Sì rinomati un dì, beati campi,
Lieti boschetti, dilettose valli
Di fior vestite, e ben tre volte e quattro
Isole fortunate. Ei via trascorre,
E quai ne sien gli abitator felici
Non s'arresta a cercar; ma l'aureo sole,
Che più del ciel l'immensa luce imita,
Sovra ad ogn'altra stella a sè richiama
Lo sguardo suo: colà rivolge il corso
Pel firmamento placido (se in alto,
Ovvero in basso, o presso il centro, o lungi,
Chi 'l potría dir?) dove la nobil lampa
Lungi dal folto popolo degli astri
Che in convenevol lontananza stanno
Dall'occhio suo sovran, loro dispensa
Il tesor de' suoi rai. Con ordin vario,
Ma immutabile ognor ne' varj moti,
Al suo rallegrator lume d'intorno
La mestosa lor veloce danza
Menano quelli, e i giorni, i mesi, gli anni
Misuran seco; e forse in giro mossi
Son de' suoi rai dall'attraente forza
Che dolce scalda l'Universo e dolce
Ogni lontana e più riposta parte
Penetra e scuote coll'arcano ed almo
Foco sottil: sito ammirabil tanto
Fu fisso all'orbe animator del mondo!
Colà Satáno approda, e macchia pari
A quella ond'egli il lucid'astro adombra,
Sguardo mortal d'ottici ingegni armato
Forse giammai non vi scoperse: il loco
Egli trovò sopra ogni dir lucente,
E molto più che non rifulge in terra
Terso metallo o gemma. Ogni sua parte
Non è simìl, ma sfolgorante e piena,
Come di foco è pien rovente ferro,
D'egual lume è ciascuna. Oro là sembra,
Qua purissimo argento: ivi il fulgóre
Del crisolito imíta, o del rubino,
O del topazio, o del carbonchio; o quello
Dei dodici gioielli, onde d'Aronne
Il sacro petto fiammeggiava adorno;
Nè il nostro immaginar pinge sì bella
Quella mirabil pietra, a cui rivolto
Fu de' creduli Sofi invan tuttora
Lo studio ed il sudor, sebben in ceppi
Il fuggevole Erméte a por sia giunta
La lor arte possente, e su traendo
Dal marin fondo il vecchio Proteo sciolto
In varie guise ognor, stringerlo sappia
A ripigliar per vitrea angusta doccia
La sua forma natìa. Mirabil cosa
A chi dunque sarà, che spirin quivi
Puro elisir le regïoni e i campi,
E volgan aurei flutti i fonti e i fiumi,
Quando col tocco del sovrano raggio
Che nel terrestre umor s'infonda e mesca,
Il sol da noi sì lunge, in queste basse
Tenebre può produr tante e sì rare
Cose ammirande, e trasformar l'impuro
Loto in raggianti prezïose gemme?
Nulla abbagliato da cotanta luce,
Quivi d'alto stupor spettacol novo
Trova il maligno Démone, e col guardo
Ch'ombra od intoppo non incontra, tutti
Signoreggia dell'aere i campi immensi.
Come dal sommo vertice del cielo,
Colà dove la notte al dì s'adegua,
In sul meriggio a noi diritti vibra
Quel pianeta i suoi rai, dritti lassuso
Così li manda ognor per vie disgombre
D'ogni opaco ritegno, e l'eter puro,
Qual non è altrove, di Satán gli sguardi
Aguzza e guida ai più lontani oggetti.
Un Angel glorïoso a un tratto ei scorge,
Quell'Angelo medesmo ivi dipoi
Da Giovanni veduto: egli a Satáno
Volgea le spalle, ma il celeste lume
Non cela già che lo riveste; intorno
Gli sfavilla alla fronte aurea tïara
Intesta de' più puri eletti raggi,
E mollemente sull'alate spalle
Gli ondeggia sparso il folgorante crine.
Fisso in pensier profondo, ad alto incarco
Intento egli parea. S'allegra allora
Lo Spirto reo che ritrovato alfine
Spera d'aver chi all'Eden drizzi il suo
Errante volo, alla felice sede
Dell'uom, che al lungo suo viaggio è meta,
E principio sarà de' nostri affanni.
Ma per fuggire indugio o rischio, in pria
Cangiar la propria in altra forma ei pensa;
E tosto un Cherubin leggiadro e vago,
Ma non dei primi, ei si dimostra: in volto
Fresca gli ride gioventù celeste,
E concorde si sparge in ogni membro
Grazia e decoro. Il menzogner sembiante
Nulla smentisce in lui; vezzoso serto
Gli orna le tempie, ed alle gote intorno
Gli scherzano ravvolti in vaghe anella
I biondetti capelli; ali ha sul tergo
Di sparse d'oro variopinte penne;
Succinto e lieve è il suo vestir, e innanzi
A' composti suoi passi argentea verga
Ei stringe in man. Pria d'appressarsi, udito
Dall'Angel fu che il luminoso volto
Tosto a lui volse e manifesto apparve
L'Arcangelo Urïele, un di que' sette
Che, più vicini al solio dell'Eterno,
Stanno pronti a' suoi cenni, ed occhi suoi
Son quasi, che de' cieli e della terra
Le vaste piagge rapidi scorrendo,
Van sul suolo a portare, o van sull'onda
I suoi decreti. A lui Satán s'appressa
E così gli favella: O tu che sei
Uno, Urïele, di que' sette Spirti
Che vestiti di gloria innanzi al trono
Stan dell'Onnipossente, e per l'eccelse
Sfere interpetre sei, sei messaggiero
Di quell'alto voler che i figli suoi
Umili aspettan dal tuo labbro, e forse
Per supremo decreto egual onore
Or godi qui d'ir visitando attorno
Queste nuove da lui create cose,
A te ricorro. Ardente brama il petto
Di veder, di conoscere m'infiamma
Quest'opre sue stupende, e, più ch'ogni altra,
L'uomo, dell'amor suo, del suo favore
Oggetto singolar, l'uomo, per cui
In sì mirabil ordine ei dispose
Quest'Universo. Un tal desìo mi trasse
Così soletto a errar lungi dal coro
Degli altri Cherubini; ah! tu m'insegna,
Inclito Serafino, in qual di questi
Splendidi mondi stabilita all'uomo
Sia la dimora, o se dimora alcuna
Fissa ei non abbia ed in ciascuno scerre
La possa a grado suo. Fa ch'io trovarlo
Ed in segreto o apertamente io possa
Di lui goder la vista, a cui sì largo
Fu il sommo Creator di grazie tante
E liberale donator di mondi.
Così potrem nell'uom, come in ogn'altra
Cosa, esaltar quel Facitor sovrano
Che al fondo dell'inferno i suoi ribelli
Spinse a ragione, e a ripararne il danno
Questa nuova creò felice stirpe
Che più fedel gli fia. Sagge son tutte
L'opre e i disegni suoi. - Così quel falso
Angel parlò, nè il ben celato inganno
Urïel discoprì; chè dato ad uomo
O ad Angelo non è scorger la chiusa
Intenebrata Ipocrisia, quel solo
Mal che nascoso ad ogni sguardo, e chiaro
Soltanto a quel di Dio che andar lasciollo,
Della terra e del ciel le vie trascorre.
Così sovente la Prudenza ancora
Sta vigilante invan, spesso il Sospetto
Sulle soglie di lei s'acqueta e dorme,
E 'l proprio posto inavveduto cede
Alla semplicità che al mal non pensa
Dove niun male appar. Da sua bontade
Così il rettor del sol, quell'Urïele
Ch'ha sovr'ogn'altro Spirito del cielo
Acuto il guardo, nell'inganno è tratto;
E del suo schietto cor seguendo i moti,
Al frodolento infignitor maligno
Cotal risposta diede: Angel vezzoso,
Questa tua brama che a conoscer l'opre
È rivolta di Dio perchè s'esalti
Ognor più la sua gloria, anzi che biasmo,
Lode ben merta; e più di pregio è degno
Quanto più vivo è quello zel che spinto
T'ha sì lontan dal tuo celeste seggio
In questi lochi e così sol, co' tuoi
Occhi medesmi ad ammirar quel ch'altri
Forse d'udir per fama in ciel s'appaga.
Ah! degne inver d'altissimo stupore,
Degne che in lor sempre il pensier s'affissi,
Son l'opre di sua mano e viva fonte
Di puro soavissimo diletto.
Ma qual creata mente abbracciar puote
L'infinito lor numero o 'l profondo
Sapere investigar che fuor le tragge
Dal nulla e le alte lor cagioni asconde?
Presente io fui quando la massa informe
Della rude materia in groppo unita
Apparve; umile il Cao sua voce intese,
S'acchetò dell'abisso il fier muggito,
E Immensitade ebbe confini: il labbro
Egli di nuovo aperse e di repente
Fuggissi il buio, sfolgorò la luce,
E dal disordin fuor l'ordine surse.
L'acqua, la terra, l'aere, il foco allora
Ch'eran fra sè ravviluppati e misti,
Ai varj posti lor corser veloci;
E l'eterea del ciel sustanza pura,
Di varie forme impressa, in su volando
In giri si ravvolse, e gli astri, questo
D'ardenti faci innumerabil coro,
Venne a compor, qual vedi; e ognun suo loco,
Ognun suo corso ebbe prescritto. Il resto
In cerchio immenso la gran vôlta e 'l muro
Formò dell'Universo. Or gli occhi abbassa
A quel globo laggiù che a noi rimanda
Parte del lume che di qui gli piove
Sul lato incontro a noi; la terra è quella,
Dell'uom la sede, e quella luce è il giorno
Che la rischiara. Ora la notte abbuia
L'altro emisfero suo, ma la propinqua
Luna (così quell'altra stella ha nome)
Coll'improntato suo fulgor le presta
Opportuno soccorso, ed alternando
Il mensual suo giro, ora di luce
Empie ed or vôta il suo triforme aspetto;
E così della notte il fosco impero
Sopra la terra scema. Or gli occhi porgi
A quella macchia che colà t'addito:
Il soggiorno d'Adam, l'Eden è quello,
E quell'alte ombre il suo ritiro. Vanne;
Il tuo cammino errar non puoi: conviensi
A me seguire il mio. Ciò detto, altrove
L'Angelo si rivolse. A lui Satáno
Profondamente s'inchinò, qual suole
Spirto minore a maggior Spirto in cielo,
Ove dovuta riverenza e onore.
Niun mai trascura: indi affrettato e spinto
Dalla sua speme, in molte aeree ruote
In vêr la costa della bassa terra
Precipita il suo volo, e del Nifate
In sull'alpestre vetta alfin si cala.

LIBRO QUARTO

Satáno, alla vista dell'Eden e del luogo ove si propone di eseguire l'audace suo disegno contro Dio e contro l'uomo è agitato da molti dubbj e da molte passioni, dal timore, dall'invidia, dalla disperazione; ma alfine si conferma nel male e si avanza verso il paradiso, del quale si descrive l'esterno prospetto e il sito. Egli supera tutti gli ostacoli e si posa in forma di smergo sull'albero della vita, il più alto di tutti per ispiare all'intorno. Descrizione del giardino. Satáno vede per la prima volta Adamo ed Eva; riman preso da maraviglia alla nobiltà delle loro sembianze ed alla felicità del loro stato, ma persiste nella risoluzione di procurare la ruina loro; sta ad ascoltare i lor discorsi, ne raccoglie ch'era loro vietato sotto pena di morte il mangiare del frutto dell'albero della Scienza, e disegna di fondare sopra un tale divieto la sua tentazione e sedurli alla disubbidienza. Differisce il suo proponimento al fine di informarsi meglio del loro stato per qualche altro mezzo. Intanto Uriele, scendendo sopra un raggio del sole, avverte Gabriello, a cui era affidata la guardia delle porte del paradiso, che qualche malvagio Spirito erasi fuggito dall'abisso, ch'egli era passato verso l'ora del mezzodì per la sua sfera sotto le forme d'un Angelo beato; che di là era disceso verso il paradiso, e che i suoi gesti furiosi sul monte lo avevano scoperto. Gabriello promette di trovarlo prima del nuovo giorno. Adamo ed Eva trattengonsi parlando insieme, e alla fine del dì si ritirano a riposo nel loro albergo. Descrizione di questo, e loro preghiera della sera. Gabriello ordina di far la ronda agli Spiriti ch'eran di guardia, e invia due Angeli verso l'albergo di Adamo per timor che il maligno Spirito non tenti qualcosa contro i nostri primi padri mentre dormono. È trovato all'orecchia d'Eva occupato a tentarla in un sogno, ed è condotto a Gabriello. Risponde con orgoglio e ferocia e si prepara al combattimento, ma intimorito da un segno che appare in cielo, se ne fugge dal paradiso.



Dove ah! dov'è quella pietosa e fera
Voce che l'Inspirato udìo di Patmo
Dal profondo del ciel tonare un giorno
"Guai della terra agli abitanti" allora
Che, di nuovo sconfitto, a far scendea
Furibondo il Dragon le sue vendette
Sopra l'umana stirpe? Oh! perchè avviso,
Finchè n'è tempo ancora, ella non porge
Ai nostri primi sventurati padri
Del lor vicin nemico, onde i mortali
Schivar agguati suoi potesser forse?
Di rabbia acceso ecco Satán discende,
Pria tentator e accusator dipoi,
La prima volta in terra, e 'l suo furore
Per la perduta pugna e per l'orrenda
Caduta sua vien a sfogar sul frale
Uomo innocente; ei vien, ma benchè tanto
Intrepido da lunge, or non ritrova
Pei vinti rischi e pel suo presto arrivo
D'allegrarsi ragion. L'atro disegno,
Presso a scoppiar, nello sconvolto petto
Gli si raggira e bolle e 'l proprio fabbro
Si ritorce a colpir, come guerriera
Macchina fulminante indietro balza,
Mentre dal seno il tuon scaglia e la morte.
Dubbio, terror tutti confonde e mesce
I suoi pensier: d'inferno uscito invano
Egli è, l'inferno ha in cor, l'inferno intorno
Pertutto egli ha, nè per cangiar di loco
Al circondante orror più che a sè stesso
Può un sol passo involarsi. Il già sopito
Suo disperar di coscïenza al fero
Grido or si sveglia, e la mordace idea
Di quel ch'ei fu, di quel ch'egli è, di quello
Che in avvenir sarà, delle più gravi
Pene che sempre a maggior colpe aggiugne
La giustizia infallibile del cielo,
L'ange e spaventa. I dolorosi sguardi
All'Eden che fiorito e fresco e vago
Gli s'appresenta, or ei rivolge, ed ora
Al cielo, e al sol che in cima arde e lampeggia
Dell'alta sua meridiana torre;
Quindi così del cor l'ambascia cupa
Esalò sospirando: O tu, che cinto
Di tanta gloria, spazïando vai
Solo Signor lassù, che sembri Nume
Di questo nuovo mondo, e in faccia a cui
La scema fronte ogn'altra stella asconde,
Mi volgo a te, ma non con voce amica
Io già mi volgo, ed il tuo nome aggiungo,
O sol, per dirti in qual dispetto io m'abbia
I raggi tuoi che mi rammentan quale
Fosse il grado ond'io caddi, e la tua spera
Quant'io di gloria e di splendor vincessi.
Oimè! da quale stato un cieco orgoglio
Precipitommi! Io contro il re del cielo,
Io contro lui che paragon non ave,
Osai levar lassù la fronte e l'armi?
E perchè mai? No, tal ricambio invero
Ei non mertò da me, da me che a tanta
Altezza avea creato, ei che i suoi doni
Non mai rimproverò, che lievi e dolci
Servigi sol chiedeva, animo grato
E sacre laudi. E qual men grave omaggio
E qual più giusto? Eppur maligno tosco
Furo al mio core i benefici suoi,
E sol dier di nequizia orrido frutto.
Innalzato cotanto, a sdegno io presi
Lo star suggetto; un sol varcato passo
Credei che fatto a lui m'avrebbe eguale,
E il pondo insofferibile di mia
Riconoscenza per le grazie, ond'egli
Ognor mi ricolmava, a un tratto scosso
Avrei così da me; nè seppi allora
Che un grato cor, mentre confessa il dono,
Più debitor non è. Qual era dunque
Il mio gravoso incarco? Ah! se locato
Egli m'avesse in men sublime seggio,
Felice ancor sarei, nè spinte avrebbe
Una sfrenata ambizïosa speme
Sì lungi le mie brame. E se qualch'altro
Al par di me possente Angelo osava
Tentar la stessa impresa e me con seco
A sua parte traea? Ma che! son forse
Cadute altre Possanze a me simili,
E ferme e fide non si serban contro
Ogn'inganno, ogni assalto? Al par di quelle
Libera volontà fors'io non ebbi
Ed ugual forza? Ah! sì. Di che mi lagno
Dunque? Chi dunque accuserò? Quel Dio
Che fu d'eguale amor, di doni eguali
Largo con tutti? Maledetto dunque
Quell'amor e quei doni, a me, del pari
Che il feroce odio suo, cagion fatale
D'interminabil duolo; anzi in eterno
Maledetto io medesmo, il cui volere,
Contro il voler di lui, libero scelse
Questa ch'or merto e provo acerba sorte.
Dove, misero me! dove sottrarmi
All'immensa ira sua? Dove allo stesso
Mio furor disperato? Ovunque io fugga,
Trovo l'inferno, anzi del core in fondo
Meco lo porto: ivi un più cupo abisso
Di quell'abisso atroce in cui m'ha spinto
Il mio delitto, si spalanca, e tanto
Lo supera in orror che bello e dolce
L'inferno stesso è al paragone. Ah! cedi,
Cedi, Satáno, alfin. Che! loco alcuno
Al pentimento ed al perdon non resta?
No, se sommesso in pria, se umìl... Che dico?
Umil, sommesso io mai? Qual onta! Ah! furo,
Fra quei Spirti laggiù da me sedotti,
Ben altro fur le mie promesse e i vanti.
Io che l'Eterno a rovesciar dal solio
Bastante m'affermai, potrei fra loro
Servo e di servitù nunzio tornarmi?
Oimè! ch'essi non san quanto una vana
Mi costi ombra di gloria! essi non sanno
Fra quali angosce internamente io gema,
Mentre da lor sull'infernal mio solio
Adorato m'assido! A me che giova
Scettro e corona, se più ch'altri appunto
Io ruino perciò nel cupo centro
Di tutte le miserie e son supremo
Sol negli affanni? O ambizïon, son queste
Le gioie tue? Ma se a pentirmi ancora
Scender potessi, e col perdono il mio
Racquistar primo stato, i sensi alteri
In me rigermogliar quella grandezza
Non faría tosto, e tutto aver a sdegno
Quanto giurò mendace ossequio? I voti
Che duolo e forza mi svellea dal labbro,
Quai nulli e vani la cangiata sorte
Tutti terrebbe. No, rinascer vera
Amistade in quel cor non può giammai,
In cui d'odio mortal fur sì profonde
Ferite impresse. A più fatal caduta
Io sol risorgerei, la breve tregua
A prezzo d'addoppiati aspri tormenti
Solo comprata avrei. Ben sallo il mio
Sagace punitor che a darmi pace
Tanto avverso è perciò quant'io mi reco
A dispetto il cercarla! Or ecco, invece
Di noi cacciati in crudo esiglio indegno,
Ecco creato l'uom, tenero oggetto
Delle sue cure; ecco d'un mondo intero,
Liberal largitor, gli ha fatto il dono.
Fuggi dunque, o speranza, e tu con essa
Fuggi, o timor, da questo sen; fuggite,
Vani rimorsi miei; per me in eterno
È perduto ogni ben: tu solo, o male,
Sii mio sol bene omai; per te diviso
Col re del cielo almen tengo l'impero,
E più che la metà saprò fors'anco
Occuparne per te. Vedrai bentosto,
Uomo odïato, e tu, novello mondo,
La possa di Satán. - Mentr'ei sì parla,
Fera procella gli dibatte il core,
E un lurido pallor d'invidia e rabbia
E disperazïon gl'infosca il volto
A vicenda tre volte. Ad ogni sguardo
Le scompigliate sue mentite forme
Lo avrìen scoperto: chè sereni e sgombri
Da sì sconce tempeste il cor, la fronte
Hanno i Celesti ognor. Lo avvisa ei tosto,
E, artefice di fraude, appiana e copre
D'esterna calma ogni tumulto interno.
Egli il primiero fu che l'alma fella
D'aspra vendetta covatrice ascose
Sotto dolci sembianze. Esperto tanto
Non è però che ad Urïele accorto
Far possa inganno. In suo cammin coll'occhio
Egli seguillo, e sull'Assirio monte,
Più ch'a beato Spirto avvenga mai,
Disfigurato il vide. I gesti feri
Di lui che allora inosservato e solo
Colà credeasi, il torbid'occhio ardente
E 'l portamento furibondo e folle
L'Angel scôrse e notò. Così Satáno
Suo cammin segue e a' fortunati campi
Dell'Eden s'avvicina. Un verde giro
D'argine rustical cinge la vasta
Pianura stesa in cima ad erto monte,
Che di pungenti vepri e d'alti e densi
Rovi tra lor confusamente attorti
Ispidi ha i lati e d'ogni parte il varco
Impenetrabil fa. Gli abeti, i pini,
L'eccelso cedro e la ramosa palma
Torreggian sopra, e sull'agreste scena
Stendon lunghissim'ombra; e quanto il colle
Più si solleva, alte ognor più spargendo
L'ombre sull'ombre, un boschereccio, altero
Maestoso teatro offrono al guardo.
Ma più ancor di lor cime il verdeggiante
Muro del Paradiso in alto sorge,
E al nostro primo padre ampio prospetto
Dei sottoposti spazïosi regni
Presenta d'ogn'intorno. Oltre quel muro
Disposti in giro ergono al ciel le sempre
Chiomanti braccia i più fecondi e belli
Arbori carchi de' più dolci frutti.
Sul ramo stesso ivi matura e spunta
Insieme il frutto e 'l fior, ambi d'un vivo
Aureo colore, a cui del par lucenti
Si mescono mill'altri; e il sol più lieto
Co' ripercossi rai vi splende e scherza
Che in vaga nube a sera, o nell'acquosa
Iride bella quando ha sparsa Iddio
La pioggia sulla terra. Amabil tanto
È quel beato suol! Ride pertutto
Soave primavera, ognor più puro
Spira quell'aere a chi s'appressa, e tale
Un almo infonde avvivator conforto
Che può dal cor, se non uscì di speme,
Ogni affanno sgombrar. Gentili aurette
Le leggiere scotendo ali fragranti
Spandon pertutto i loro profumi, e sembra,
Che voglian dir coi lor susurri il loco
Donde involâr quelle odorose prede.
Come al Nocchier ch'oltre gli estremi Cafri
Veleggia, e Mozambico ha già varcato,
Il vento aquilonar dalle felici
Arabe spiagge odor Sabei tramanda,
Ond'egli preso da diletto allenta
Il suo cammino, e 'l vecchio Oceano stesso
Per ampio tratto si rallegra e ride:
Così allettato era il malvagio Spirto
Da quell'alme dolcezze, ei che venìa
Del suo veleno ad infettarle. A tardi
Passi e pensoso, di quell'erto colle
Giunto all'aspra salita egli era omai,
Quando per varcar oltre alcun sentiero
Più non appar; di così folti ed irti
Cespugli e dumi un'aggroppata selva
Impenetrabil s'opponea. Restava
Sola una porta dall'opposto lato
Vêr l'Orïente: videla il fellone,
Ma la sdegnò superbamente, e ratto
Oltre la ripid'erta e l'alto muro
Spiccò d'un salto e sovra i piè leggieri
Nel bel loco balzò. Qual lupo spinto
Da cupa fame a ricercar di preda
Novelle tracce, erra qua e là spiando
Ove i pastor nelle di vinchi inteste
Lor chiuse a sera di raccor son usi
Il sazio gregge, e con agevol lancio
Sopra la fratta, furibondo, ingordo
Nel recinto si scaglia; o qual notturno
Ladro che all'arca per molt'oro grave
D'un ricco cittadin le insidie ha volte,
Poichè assalto non temono le forti
Soglie e le ferree sbarre, ei s'apre il passo
Per le finestre, o sopra l'arduo tetto
Arrischievol s'arrampica; tal questo
Primo atroce ladrone entrò nel santo
Ovil di Dio. Quindi a vol s'erge e sopra
L'arbor di Vita, che l'altera cima
Nel mezzo al bel giardin sugli altri innalza,
Si posa in forma di rapace smergo:
Ivi della vital salubre pianta
L'alta virtude a meditar l'iniquo
Non stette già, ma sol tramò la morte
A color che vivean. Di quel sublime
Loco che a lui, se provvido era e saggio,
Stato saria d'immortal vita pegno,
Ei sol si fe' vedetta a stender lungi
L'indagator di preda avido sguardo.
Sì poco ognun (tranne sol Dio) conosce
Del bene il prezzo, ma strumento il rende
Spesso del male, o in usi indegni il torce.
Or con nuovo stupor mira Satáno
Sotto di sè, dentro non largo giro,
L'ampie ricchezze di natura accolte
A far pago dell'uomo ogni desìo;
Anzi gli par di rivedere il cielo
Sopra la terra. Quel felice suolo
D'Eden Iddio medesmo aveva eletto,
E sugli Eoi confini il bel giardino
Ei stesso vi piantò. Verso l'aurora
L'Eden si distendea da Auran fin dove
I greci Re dipoi le rocche altere
Di Seleucia innalzaro, o dove surse
Talata e dove in pria d'Eden i figli
Ebber soggiorno. In sì ridente terra
Più assai ridente il suo giardino adorno
Avea disposto Iddio. Gli arbori tutti
Più vaghi, più fragranti e più soavi
Cresceanvi rigogliosi, e ad essi in mezzo
Sublime, eccelso e germinante ognora
Di vegetabil oro ambrosie frutta
L'arbor sorgeva della Vita, e presso
Alla vita sorgea la nostra morte,
L'arbor della Scienza, arbor funesto
Che, il ben mostrando, al mal la strada aperse.
Per l'Eden verso l'austro un ampio fiume
Scorre, e d'un monte nel boscoso fianco,
Senza torcer suo corso, entra e s'ingolfa
Per sotterranee vie. Là posta avea
Di propria man quella montagna Iddio,
Qual sponda al suo giardino, alta sovresso
La rapida corrente: indi bevuta
Dalle segrete sitibonde vene
Del poroso terren sorgea gran parte
Di quell'acque in un chiaro, immenso fonte
Che dipartito in cento rivi e cento
Irrigava il giardin; quindi per l'erta
Balza, unito di nuovo, in giù cadea
La vasta piena a rincontrar che uscita
Alfin dal cupo varco al dì risale,
E con vario cammin, divisa in quattro
Maggiori fiumi, per lontane terre
Stende suo corso e per famosi regni.
Or qual arte giammai, qual alto e dolce
Stile ridir potrìa come da quella
Sorgente di zaffir scendon fuggendo
Sovr'aurea sabbia e orïentali perle
I ruscelletti garruli da lievi
Aure increspati? e come in mille e mille
Giri sorto le fresche ombre pendenti
Volgono il puro néttare dell'onde
A visitare ed a nudrir le piante
E i fiori tutti, di quel loco degni
Anzi del cielo? In brevi aiuole e gruppi
Non ordina colà difficil arte
Quelle piante e que' fior, ma in colle, in valle,
In pian con mano liberal gli spande
L'alma natura, e dove il sol percuote
Co' novelli suoi rai gli aperti campi,
E dove imbruna impenetrabil ombra
In sull'ore più calde i bei recessi.
Tal era e varia e maestosa e schietta
Del loco la beltà! Colà distilla
Gomme odorose e balsami il boschetto;
Qui aurate poma pendono ripiene
Di celeste sapor. Gli Esperid'orti
Favoleggiati poi, qui veri in prima,
Qui fur soltanto. Là ridenti prati,
Qua piagge amene, ove pascendo vanno
Le tener'erbe i fortunati armenti;
Qui coperto di palme un colle sorge,
Ed ivi s'apre il vario pinto grembo
D'irrigua valle, ove pomposa mostra
Fan tutti i fior più vaghi, e porporeggia
Senza spine la rosa. In altro lato
Vedi freschi ritiri, ombrose grotte,
Su cui lieta s'inerpica e distende
Lussureggiante le ritorte braccia
Gravi di biondi grappoli la vite.
Con grato mormorìo discendon l'acque
Dai colli aprici e van divise errando,
O uniscono i lor rivi in chiaro lago
Ch'offre il suo specchio cristallino al margo
Coronato di mirti. Odesi intorno
Almo d'augei concento, a cui le molli
Aurette carche di fragranti spoglie
Di campi e boschi accordano il susurro
Delle tremule fronde. Avria creduto
Forse la Grecia favolosa quivi
Veder danzanti Pan, le Grazie e l'Ore
E insiem guidar la primavera eterna.
Eran men belle assai l'Etnée campagne,
Dove involata fu dal fosco Dite,
De' fior ch'ella cogliea più vago fiore,
Proserpina gentil, per cui l'afflitta
Madre corse e cercò la terra intera.
Non quel di Dafne dilettoso bosco
Presso l'Oronte, di sì lieto suolo
Venga al confronto; non l'Aonie piagge
Cui l'onda sacra e inspiratrice irriga;
Non quella dal Triton bagnata e cinta
Isoletta Niséa, dove l'antico
Cam, che Libico Giove e Ammon nomato
Fu dai Gentili, il pargoletto Bacco
Ed Amaltea celava al vigil guardo
Della matrigna Rea; non l'erto monte
D'Amara, là del Nil presso alle fonti,
Che, di splendenti rocce intorno chiuso,
De' monarchi Abissini i bruni figli
Serba nel grembo, e i salitori stanca
Per un intero dì, montagna amena,
È ver, ma da talun creduta a torto
Del Paradiso la verace sede.
Volge Satán l'occhio geloso attorno,
E senza alcun diletto ogni diletto
Del bel giardino e l'infinita schiera
Delle viventi creature osserva;
Meraviglioso a lui spettacol novo.
D'assai più nobil forma, alte ed erette,
Erette in guisa di celesti Spirti,
Due là vestite di natìa bellezza
Nella lor nuda maestà, del Tutto
Sembran tenere, ed a ragion, l'impero.
Nei lor sembianti la divina imago
Del lor Fattore, verità, consiglio,
Pura ed austera santità risplende,
Austera sì, ma in filïal riposta
Libero ossequio, onde più bella e grande
Appar dell'uom la dignità sovrana.
Come diverso è il sesso lor, diversi
Son pur i pregi e diseguali: agli alti
Pensieri ed al valor formato è l'uno,
L'altra alle grazie e a' molli vezzi: è quegli
A Dio solo soggetto, a Dio soggetta
Ed allo sposo ell'è. Sovran signore
Allo sguardo sublime, all'ampia fronte
Ei si palesa: in crespe e folte ciocche
I giacintini suoi capei dall'alto
Cadon divisi in sulle larghe spalle,
Ma non più giù. Neglettamente sparse
Le trecce d'ôr fino allo snello fianco
Scendono a lei qual velo, e in vaghe anella
Rassomiglianti ai tenerelli germi
Onde s'aggrappa la pieghevol vite
Al vicin olmo, ondeggiano, e son quasi
Di quell'appoggio, ond'ella ha d'uopo, il segno.
Gentil impero ei prende, ella gliel cede
In ritrosetto amabile sembiante,
E quel modesto orgoglio e quelle molli
Ripulse e quegl'indugi assai più dolce
Fanno il suo consentir. Nè delle membra
Veruna parte allor geloso ammanto
Copriva ancor, nè la vergogna rea
Nè questo infame onor ne' petti umani
Era entrato per anco. Onor! Pudore!
Figli di Colpa, di virtude infinita
Vane ombre e larve ingannatrici, ahi come
Tutto avete quaggiù turbato e guasto!
Come sbandiste dall'umana vita
Quant'ella avea di più vitale ed almo,
Schietto candore ed innocenza pura!
Nuda così le belle membra e senza
Temer lo sguardo d'Angelo o di Dio,
Tenendosi per man, tra l'erbe e i fiori
Sen giva errando quella coppia, in cui
Reo pensiero non cade; amabil coppia,
Fra quante in dolci maritali amplessi
Dipoi ne strinse amor, la più gentile;
Egli il più bel di tutti i figli suoi,
Di tutte le sue figlie ella più vaga.
Sotto un ombroso susurrante gruppo
Di arbori, in mezzo al verde smalto, e presso
D'un fresco fonte essi adagiârsi, e tanto
Sol d'opra speso al bel giardino intorno
Quanto più grate le aleggianti aurette,
Più soave il riposo a far bastasse
E de' cibi e del ber più vivo il senso,
Della lor cena a saporar si diero
L'ambrosie frutta che i curvati rami,
Lungo il molle sedil tutto vestito
Di tener'erba e di fioretti sparso,
Offrir pareano in volontario omaggio.
Ne spremean essi la soave polpa,
E nella cava scorza il colmo rio
Quindi attingean; nè lusinghier sorriso
Fra lor mancava o parolette accorte,
O cari vezzi, o giovanili scherzi,
Qual si conviene a bella coppia in dolce
Coniugal nodo avvinta e sola. Intorno
Festosamente givanle ruzzando
Quanti animai, dipoi feroci e crudi,
Fuggiro ad abitar erme foreste
E boschi e tane. In carezzevol atto
Fra le sue branche dondola il lione
Il tenero capretto; ed orsi e tigri
E linci e pardi insiem giulivi e mansi
Saltabellano intorno. Il lento e grave
Elefante fra loro ogni sua prova
A sollazzarli tenta, e attorce e snoda
In cento guise la volubil tromba.
L'astuto serpe in tortuose spire
Cheto e leggier s'avvolge, e di sue frodi
Dà inosservato segno. Altri sull'erba
Accovacciati stannosi, e satolli
Guatan con occhio immoto; altri a sdraiarsi
Lenti, lenti s'inviano e il preso cibo
Van ruminando. Ver l'occaso intanto
Bassato il sol precipitava il corso,
E messaggiere della sera omai
Nella lance del ciel sorgean le stelle,
Quando Satán tuttor, qual prima, immoto
Per lo stupor, ricoverando alfine
La smarrita favella, in questi accenti
Angoscioso proruppe: Oh inferno! Oh rabbia!
E fia ver quel ch'io miro? Appresso tanto
Innalzati a quel ben ch'era già nostro
Costor son dunque, di novella tempra
Strano lavor che della terra forse
Uscio? costor non Spirti al certo, eppure
Ai rifulgenti Spiriti del cielo
Somiglianti così? Quant'io dappresso
Più li vo riguardando, in me maggiore
Sorge la meraviglia, e a mio dispetto
Amarli anco potrei: tanta risplende
In lor celeste somiglianza, e tanta
Grazia e beltà nei lor sembianti ha sparso
La man che li creò! Coppia gentile,
Ah tu non sai quanto a cangiarsi è presso
La sorte tua! come dispersi andranno
Bentosto i tuoi diletti, e del dolore
Tant'aspro e amaro più, quant'or più dolce
È questo tuo gioir, preda sarai!
Tu sei felice, è ver, ma saldo schermo
Tu non avresti, onde durar felice:
No, qual doveasi, quest'eccelso ed almo
Soggiorno tuo non fu munito e cinto
Da ripari bastanti a tener lungi
Tal nemico ch'entrovvi. In te non tutto
Vôlto è l'odio però che il sen m'attosca,
E ancor pietà di te meschina avrei
Bench'io pietà non trovi. A stringer vengo
Scambievole amistà, scambievol lega
Forte così che in avvenir tu debba
Viver meco in eterno od io con teco.
Gradito al par di questo bel giardino
Forse a te non sarà quel mio soggiorno;
Ma pur, qualunque siasi, in esso accogli
L'opra del tuo Fattore: egli a me diella,
Io volentier te l'offro. A voi davante
L'ampie sue porte schiuderà l'inferno,
E con gran festa manderavvi incontro
Tutti i suoi re. Non somigliante a questi
Brevi confini, ma capace e vasto
Sarà quel loco, a ricettar bastante
Il grande stuol de' vostri figli tutti;
E se miglior non è la stanza, a lui
Grado n'abbiate che su voi mi sforza
Immeritata ad eseguir vendetta
Di quell'ingiurie, onde sol egli è reo.
Pietà mi desta l'innocenza vostra,
Ma la pubblica causa, i torti atroci
Ch'io deggio vendicar, di questo nuovo
Mondo la omai vicina ampia conquista,
L'onor, la gloria, mio malgrado ancora,
Spingonmi a quello, ond'io, sebben laggiuso
Dannato eternamente, orrore avrei.
Così parlava quel maligno, e i suoi
Infernali disegni iva scusando
Colla necessità, discolpa usata
Sul labbro de' tiranni. Indi dall'alta
Cima ov'egli posava, a vol si gitta
Fra lo stuol sollazzevole di tanti
Quadrupedi animali, ed or dell'uno,
Ora dell'altro, qual conviensi meglio
Al suo proposto, le sembianze prende.
Più da vicino rimirar sua preda
Ei può così, così spïarne i detti
E gli atti inosservato, e aver contezza
Di lei più certa. Or con fiammanti luci,
Fatto leone, le passeggia intorno,
Ed or qual tigre che scherzar sul prato
Ha scorto a' caso due cervetti e corre
Ad acquattarsi presso lor, poi s'alza
E sceglie il suo terren, cangia gli agguati,
Onde con slancio più securo entrambi
Nell'una e l'altra branca insiem gli afferri.
Con Eva intanto Adam favella, e quegli
Tutto vér loro si protende, e sembra
Che drizzi mille orecchie al suon novello.
O sola, Adam diceva, o sola in tanti
Piacer compagna mia, tu che più cara
Mi sei di tutti, ah! quel sovran Signore
Che noi fece e per noi quest'ampio mondo,
Infinità bontà certo congiunge
Ad infinita possa, e de' suoi doni
È liberal come infinito. Ei fuora
Della polve ci trasse, in questo ameno
Di gioia albergo egli ci pose; e quali
Fur seco i merti nostri, o che possiamo
In cambio offrirgli ond'uopo egli abbia? È solo
Per tante grazie sue tal ci richiede
Prova di servitù che in ver più lieve
Esser non può per noi. Fra tanti e tanti
Di dolcissime frutta arbori carchi,
L'arbor della Scïenza ei sol ci vieta;
Quel solo ei vieta che vicino sorge
All'arbor della Vita: appresso tanto
Sta la vita alla morte! E checchè sia
La morte, al certo spaventevol cosa
Ella esser dee; chè Dio, tu ben lo sai,
Dio minacciolla a chi gustare il frutto
Di quell'arbore osasse, unico pegno
Di nostra ubbidïenza in mezzo a tanti
Impressi in noi di signoria, d'impero
Splendidi segni sovra quante il suolo
E l'onda e l'aere creature alberga.
Un sì leggier divieto, Eva diletta,
Potrìa duro sembrarci allor che tanto
Ampia ed intera libertà concessa
N'è sovra ogni altra cosa, e di sì vari
Diletti abbiam la scelta? Ah! no: s'esalti
Dunque da noi con sempiterne lodi
Quell'infinita sua bontade, e il caro
Lavor che ci affidò, seguasi intanto
Di crescer questi fiori e tôrre il troppo
Rigoglio a queste piante. È dolce l'opra,
Ma se grave anco fosse, ognor mi fora
Gioconda e bella al fianco tuo. Sì disse
Adamo; ed Eva: O tu, per cui, rispose,
E di cui mi formò la man superna,
O mia guida e signor, carne primiera
Di questa carne mia, tu, senza cui
Un'opra vana e di disegno priva
Fora stato il crearmi, ah! sì, ben giusto
E verace è il tuo dir: a Dio dobbiamo
Eterne lodi, eterne grazie, ed io
Principalmente, io che il destin più bello
Godo in goder di te che tanto sei
Di me maggior, mentre compagna eguale
Tu a te medesmo ritrovar non puoi.
Spesso quel giorno mi ritorna a mente,
In ch'io riscossa da profondo sonno
La prima volta, in grembo ai fior distesa
Mi trovai sotto l'ombra, e dov'io fossi
E chi mi fossi e da qual loco e come
Ivi recata, attonita men giva
Ricercando fra me. Di là non lunge
Un mormorío da cava rupe uscìa
D'acque sgorganti che più giuso in chiaro
Liquido pian si distendeano, e immote
Stavano e pure come un ciel sereno.
Con pensiero inesperto io là m'invio,
Seggo sul verde margo, e al liscio e terso
Lago m'affaccio che pareami un altro
Lucido firmamento. I lumi appena
Io chino a riguardar che incontro appunto
Nell'acquoso chiarore ecco una forma
M'appar che inchina mi riguarda. Indietro
Io balzo, indietro ella pur balza: io lieta
Tosto colà ritorno, e lieta anch'essa
Tosto ritorna e a' guardi miei risponde
Con guardi vicendevoli, spiranti
Pari amor, pari brame. Ivi tuttora
Terrei fisi quest'occhi e in van desìo
Mi struggerei, se un'amorosa voce
Così non m'avvertìa: quel ch'ivi scorgi,
Creatura gentil, quel ch'ivi ammiri,
È il tuo sembiante stesso; ei teco viene,
Teco sen va. Ma seguimi, e tua scorta
Sarò là dove il tuo venir e i tuoi
Teneri amplessi non attende un'ombra,
Ma tal, di cui tu se' l'imago. In dolce
Inseparabil nodo a lui congiunta
Vivrai beata, un'infinita stirpe
Uscirà dal tuo fianco, e sarai detta
Dell'uman gener madre. Io tosto (e ch'altro
Potev'io far?) quell'invisibil guida,
Ove m'invita, seguo, e te discopro
Sotto l'ombra d'un platano, te bello
E maestoso in ver, ma pur men vago,
Vezzoso men, men lusinghiero e dolce
Di quell'ondosa imago. Indietro io torco
Alla tua vista il passo, il passo affretti
Tu allor vér me gridando: ah! perchè fuggi?
Ritorna, Eva gentil, t'arresta, o cara;
Ah! da me fuggi, e mia tu sei; tu sei
Mia carne ed ossa: io dal mio lato fuori,
Dal lato al cor più presso, a darti vita
Io la sostanza porsi, onde tu poscia
Il mio conforto e 'l mio diletto fossi,
Dal mio fianco indivisa: io te ricerco,
Parte dell'alma mia, te chiedo e voglio
Qual altra mia metà. Con gentil atto
Nella tua la mia man prendesti allora,
Ed io m'arresi, e da quel punto intendo
Quanto sia vinta femminil beltade
Da viril grazia e da saggezza, in cui
Sol sta vera beltà. Così dicendo,
La nostra madre universal, con occhi
Raggianti un puro ardor, tenera e dolce
Sopra del nostro genitor primiero,
Per metade abbracciandolo, appoggiossi;
E con metà del colmo ignudo seno,
Sol adombrato dalle sciolte trecce
Sotto l'oro ondeggiante, a incontrar venne
Il sen di lui. Da quelle grazie umíli
E da tanta bellezza Adam rapito,
Con amorosa maestà sorride
Alla sua sposa, e con soavi baci
Preme le caste labbra. In tale aspetto
Sorridente a Giunon dipinto è Giove,
Quand'ei le nubi che di maggio i fiori
Spargon sul suol, feconda. Il guardo altrove
Il rio Demon punto d'invidia torse;
Pur con gelosa rabbia indi tornolli
A sogguardar traverso, e il suo dolore
Esalò in questi detti: Oh tormentosa
Vista! Oh vista abborrita! In braccio dunque
L'un dell'altro costor, di gioia in gioia
Passan l'ore felici, ed io dannato
Son per sempre laggiù, donde i piaceri
E amore han bando eterno, e dove un crudo
Non appagato mai desìo bollente
Fra tanti altri martír ne cruccia e strugge?
Ma non s'obblii quel che dal loro incauto
Labbro raccolsi. In lor arbitrio il tutto
Qui non è dunque; un arbore fatale
Vietato è lor, che del Saper si noma.
Che! vietato il saper? Iniqua legge
Che gelosia dettò! Quel lor Signore
Perchè tal pregio ad essi invidia? E fia
Colpa il saper? pena la morte? solo
Ignoranza li regge e in essa è posta
La lor felicità? quest'è di loro
Ubbidïenza e di lor fè la prova?
Oh! quale scorgo agli artifizi miei
Ed alla lor ruina aperto campo!
Fervida del saper dunque s'accenda
In lor la brama, e gl'invidi comandi
Traggansi a disprezzar che il sol disegno
Di tener ligi quei che al par de' Numi
La scïenza ergerebbe, ha lor prescritto.
Spinti da tal desìo gustino il frutto
E con esso la morte. Esser diverso
L'evento ne potrìa? Ma tutto intorno
Questo giardin prima s'indaghi, e niuna
Più chiusa parte inosservata resti.
Forse condur colà potrammi il caso
Ove in qualche celeste errante Spirto
Che presso un fonte o all'ombra delle piante
Stia soletto, io m'avvenga e da lui tragga
Qualche miglior contezza. Or vivi, intanto
Che il puoi, felice coppia; in fin ch'io torni,
Affrettati a goder; di lunghi guai
Già s'avvicina inevitabil corso.
Disse, ed il piè di là sdegnoso, altero
Torse, ma gli occhi rivolgendo intorno
Sagaci, intenti, e selve e colli e valli
A cercar diessi. Per l'estreme vie
Là dove il ciel coll'oceán confina,
Lento scendeva intanto il sol cadente,
E co' suoi vespertini opposti raggi
Del Paradiso saettava appunto
La porta orïental. Fino alle nubi
Un'ardua rupe d'alabastro ell'era
Che fea di sè lontana mostra, e solo
Avea da terra un accessibil varco
Che salìa tortuoso all'erta cima.
Era il restante aspra, scoscesa balza
D'impossibil salita, e qual pria surse,
Spaventosa pendea. Del masso aperto
Fra i gran pilastri Gabrïello, il Duce
Delle angeliche guardie, assiso stava
Aspettando la notte. A eroici ludi
S'esercitava intorno a lui l'inerme
Gioventude del ciel, ma pronti all'uopo
Pendean là presso per gran gemme ed oro
Raggianti, eterei scudi e usberghi ed elmi
Ed aste e spade. Ivi Urïel, scorrendo
Sovra un raggio del sol per l'aria fatta
Già mezzo bruna, rapido discese;
Come in autunno, quando è carco il cielo
D'ignei vapori, spiccasi talora
E con lucido solco il sen dell'ombre
Fende una stella che al nocchiero, intento
Sovra l'indica pietra, il punto insegna
Onde più l'ira ei dee temer de' venti.
Sollecito Urïel così rivolge
A Gabrïello i detti: In sorte avesti,
O generoso Gabrïel, l'incarco
Di star di queste mura a guardia ed ogni
Insidia allontanarne. Or odi: un Spirto
Sul pien meriggio alla mia sfera è giunto
In questo dì, che di conoscer meglio
L'opere uscite dall'eterna mano
Studïoso mostrossi e sovra ogni altra
L'uom che è di Dio la più recente imago.
Tutt'ansio egli era di partir, lo instrussi
Del suo cammino, per l'aereo volo
Riguardando lo stetti, e là sul monte
Che quinci a Borea giace e dove in prima
Egli calossi, il suo sembiante io vidi
Fuor d'ogni uso celeste, in modi strani
Scomporsi e ottenebrarsi. Io d'inseguirlo
Coll'occhio non cessai, ma sotto l'ombre
Ei mi disparve alfin. Qualcuno, io temo,
Della sbandita ciurma, a tentar nuove
Trame, sbucò quassù dal cieco fondo.
Il rintracciarlo a te s'aspetta. Ei disse,
E l'altro a lui: Se dal raggiante cerchio
Dell'astro, ov'hai tua stanza, Angel sublime,
Sì lungi ed ampiamente il guardo stendi,
Stupor non è. Per questo varco poi
Niun passa inosservato, e niun che appieno
Qui non sia noto e che dal ciel non venga;
Nè alcun dopo il meriggio indi qui scese.
Ma se maligno insidïoso Spirto
Oltre slanciossi a queste mura, il sai,
A incorporea sostanza è fral ritegno
Argin corporeo. Se però nel giro
Di questo loco, in qualsivoglia forma
Colui s'appiatta, onde favelli, al nuovo
Albóre io lo saprò. Tanto ei promise,
Ed all'ufficio suo tornò Urïele
Sul raggio stesso, onde l'alzata punta
Obliquamente per declive calle
Lo riportò nel sol caduto omai
Sotto le Azorre; o sia che là nel suo
Diurno giro oltra ogni creder ratto
Fosse trascorso quel grand'orbe, o sia
Che con più breve rota invêr l'aurora
Questa terra volgendosi, il lasciasse
Là sul suo trono occidentale, ond'egli
Tutta de' suoi color sgorga la piena,
E di porpore e d'ôr pinge ed ammanta
Le circondanti officïose nubi.
Già la sera innoltrava, e 'l grigio incerto
Suo lume rivestìa tutte le cose
D'un languido colore: a lei d'appresso
Il silenzio venìa; chè augelli e belve,
Quelli a' lor nidi e queste al letto erboso,
Eransi tutti ricovrati. Il solo
Vigile rossignuol la notte intera
Al bosco, all'aura intorno i suoi d'amore,
Onde le taciturne ombre molcea,
Ripetè soavissimi lamenti.
Già di vivi zaffir tutta del cielo
Arde la volta, ed Espero guidante
L'esercito stellato, in luminosa
Pompa s'avanza, quando alfin degli astri
La notturna reina alto levando
In nubilosa maestà la fronte,
La sua discopre incomparabil luce
E dispiega sull'ombre il vel d'argento.
Ad Eva allor sì parla Adam: Quest'ora
Notturna, o cara mia compagna, e questa
Comune requie delle cose, a noi
Un simile riposo ancor consiglia.
Per decreto divin fatica e giorno,
Notte e riposo con vicenda alterna
Succedere si denno; e già del sonno
Vien la rugiada ad aggravar con dolce
Peso le nostre ciglia. Il giorno intero
Van tutte l'altre creature errando
Senza incarco o pensiero, e minor uopo
Han di posa perciò; ma il suo lavoro
Di membra o d'intelletto all'uom prescritto
È giornalmente, del suo grado eccelso
Non dubbia prova e del vegliante ognora
Sovra tutti i suoi passi occhio del cielo.
Pria che diman la fresca alba novella
Rosseggi in orïente, all'opre nostre
Sorger dobbiamo, all'opre usate e care.
Qui questi archi fioriti e là que' verdi
Vïali ombrosi, ove a diporto andiamo
In sul caldo meriggio, hann'uopo assai
Di nostre cure. I rami lor cresciuti
Son omai di soverchio e 'l troppo scarso
Nostro lavor deludono: più braccia
Si converriano a diradare il folto
Rigoglio lor. Quei gran rampolli ancora
E quelle gomme che, stillando al suolo,
Fan scabro mucchio ed alla vista ingrato,
Convien pure sgombrar, se tor vogliamo
Al piè gl'inciampi. A riposare intanto
Ci fa la notte e la natura invito.
Disse, ed a lui d'ogni bellezza adorna
Eva rispose: O di mia vita fonte,
Amato arbitro mio, dal tuo bel labbro
Sempre dipenderò: Dio così vuole;
Tua legge è Dio, la mia tu sei. Di donna
Il più bel vanto ed il saper migliore
È il non saper di più. Se teco io parlo,
Mi fuggon l'ore; ogni stagione ed ogni
Vicenda lor mi scordo, e tutto al paro
Teco m'aggrada. È del mattin soave
L'auretta; è dolce il rimirar l'aurora
Che sorge al canto de' già desti augelli;
È bello il sol nascente allor che inaura
Questo ameno giardin co' raggi primi,
L'erbe, le piante, i frutti e i fior lucenti
Di tremolanti rugiadose stille;
Fragrante è il suolo appo una molle pioggia,
È dilettoso di tranquilla sera
Il languido imbrunir, grata la notte
Co' suoi silenzj e 'l tenero gorgheggio
Di questo augel melodïoso; è vaga
L'argentea luna e queste fiammeggianti
Gemme del cielo che le fan corona.
Ma nè l'auretta del mattin, nè il canto
De' lieti augelli, nè il nascente sole,
Nè l'erbe, i tronchi, i frutti, i fior cospersi
Di tremolanti rugiadose stille,
Nè grato odor che dopo molle pioggia
Esali dal terren, nè della sera
Il languido imbrunir, nè della notte
Le tacit'ombre e il tenero concento
Di questo augel, nè della luna al raggio
Lenti passeggi, o scintillar di stelle,
Nulla, ben mio, senza di te m'è caro.
Ma perchè, dimmi, tutta notte splende
Di questi astri la luce? e per chi fatto
È spettacol sì bello allor che il sonno
D'ogni vivente ha chiusi i lumi? O cara,
Di Dio figlia e dell'uom, bellissim'Eva,
Le rispondeva il comun padre, intorno
A questa terra essi il prescritto corso
Dall'uno all'altro sol compiendo vanno,
E portano così di piaggia in piaggia
L'apparecchiata per le varie genti
Ancor non nate, necessaria luce.
Senz'essi sovra il negro intero mondo
Ripiglierebbe il suo dominio antico
La notte universale, e fora estinta
La vita in ogni cosa. Il lor benigno
Foco sottil per la natura tutta,
Come il lor lume, spandesi, ne' vari
Corpi con vario influsso egli s'interna
E fomenta e riscalda e tempra e nudre
E abbella il mondo, e quanto in terra cresce
Prepara a sentir meglio i rai più forti
Del sol che tutto poi matura e affina.
Benchè null'occhio li rimiri, invano
Non splendon gli astri dunque, e, senza noi,
Non creder già che spettatori al cielo
Mancassero ed omaggi ed inni a Dio.
Mentre dormiam, mentre siam desti, errando
Spiriti innumerabili sen vanno
Per ogni dove, al nostro sguardo ascosi,
E notte e dì con incessanti lodi
Contemplan l'opre sue. Quanto sovente
Dal folto de' boschetti o dalle cime
Degli echeggianti colli, in mezzo all'alto
Silenzio angusto di tranquille notti,
Non abbiam noi celesti voci udite,
O sole o alterne, al Creator supremo
Cantar inni devoti? e quanto spesso
Intere squadre di quei Spirti, o mentre
Stanno a lor guardie o van scorrendo in ronda,
Alle soavi note in pieno coro
Unendo il suon di lor celesti lire
Si dividon la notte, e dolcemente
Levan di terra al ciel nostro intelletto!
Così parlando, se ne gían soletti,
Tenendosi per man, verso il felice
Albergo lor che Dio medesmo avea
Scelto e piantato allor che in prima all'uso
E al diletto dell'uom tutto dispose.
Strettamente intrecciati allori e mirti
E qual più cresce altr'arbore di salde,
Ampie e fragranti foglie il denso ombroso
Tetto ne feano; e il flessuoso acanto
Con ogni arbusto più odoroso e folto
Ne tessean quinci e quindi i verdi muri.
L'iri, la rosa, il gelsomino ed ogni
Più vago fiore ergean le fresche e liete
Cime e pingeano le pareti intorno
De' più leggiadri fregi: il suol smaltava
La violetta, il croco ed il giacinto
De' più vivaci e gai color che al guardo
Offrisse mai per ingegnosa mano
Di varie e vaghe pietre insiem contesto
Splendido pavimento. In sì bel loco
Penetrar non osava augello o belva
O insetto alcun: tal riverenza allora
Tutti aveano per l'uom! Non mai più sacro
Solingo, dilettevole boschetto
Pane o Silvano o Fauno o Ninfa accolse
In favolosi canti. Eva, novella
Sposa, di molli ed odorose erbette,
Di fiori e di ghirlande ornò la prima
Il nuzïal suo letto, e dalle sfere
Intuonâr l'imeneo celesti Cori
Nel fortunato dì che al primo padre
Guidolla il pronub'Angelo più adorna
In sua nuda beltade e più vezzosa
Di quella un dì favoleggiata e colma
De' doni degli Dei fatal Pandora
(Troppo ad Eva simíl nel tristo evento)
Quando da Erméte al malaccorto figlio
Di Giapéto condotta, ella i mortali
Allacciò co' suoi vezzi e fe' vendetta
Dell'involato al ciel foco primiero.
Giunti all'ombrosa chiostra, ambo fermârsi,
Ambo dier volta, e sotto aperto cielo
Adoraron quel Dio che il ciel, la terra
E l'aere e 'l firmamento e della luna
Il lucid'orbe e le stellanti rote
Trasse dal nulla. E tu la notte ancora
Festi, o supremo Fabro, e festi il die
Ch'or nell'opra commessa abbiam fornito,
Nell'aïta scambievole felici,
Felici appieno in questo mutuo amore,
Che tu medesmo c'imponesti e tutti
I tuoi favor corona. A te pur anco
Questa dobbiam delizïosa sede
Troppo ampia per noi soli, e dove i doni
In sì gran copia da te sparsi hann'uopo
Di chi nosco li goda e al suolo intanto
Caggion non colti; ma dal nostro dolce
Nodo, tu il promettesti, immensa debbe
Uscir progenie a popolar la terra
Che il tuo poter, la tua bontade esalti
Insiem con noi quando il nascente sole
All'opre ci richiami, e quando al sonno,
Soave dono tuo, facciano invito,
Com'ora, le cadenti ombre notturne.
Così dicean concordi, ed altro rito
Non seguitando che i devoti e puri
Sensi del core, a Dio più ch'altri accetti,
Ambo per mano, al bel segreto albergo
Si miser dentro, e dall'impaccio scevri
Di questi nostri abbigliamenti, a lato
L'un dell'altro si giacquero, nè volse
Le spalle Adamo alla gentil sua sposa,
Se ben m'avviso, nè gli arcani riti
Eva sdegnò del coniugale amore.
Salve, almo nodo coniugal, divina
Mistica legge, salve, o nobil fonte
Dell'umana progenie e solo bene
Che proprio fosti in paradiso e in mezzo
All'altre cose tutte in pria comuni.
Dagli uomini per te fra i bruti errando
Il cieco andò libidinoso ardore;
Strette per te, per te in ragion fondate
Le care parentele in prima furo,
E di padre e di figlio e di fratello
Uditi i dolci affettuosi nomi.
Sempre il mio labbro e la mia penna sempre
Tue lodi innalzeran, viva sorgente
Di sincere domestiche dolcezze
E santa e pura anco fra noi, qual fosti
Ne' prischi dì fra i Patriarchi e i Santi,
Salve, almo nodo coniugal; tu sei
Segno agli aurei d'amor più scelti strali;
Ei sol per te la sua durevol face
Accende, ei sopra te lieto s'aggira
Sulle purpuree penne; ei teco regna,
Teco gioisce; non di Taidi e Frini
Nel compro riso e nei bugiardi vezzi,
Non fra l'orgie e le maschere procaci,
Non fra 'l tumulto di notturne danze,
Non nelle infette Corti o nei dolenti
Versi che della luna al freddo raggio
L'assiderato amante all'aura sparge
Per la bella tiranna, assai più degna
D'abbandono e di scherno. - Al dolce canto
De' rossignuoli, l'un dell'altro in braccio
S'addormentâr gli sposi, e sulle ignude
Lor membra intanto dal fiorito tetto
Una pioggia scendea di molli rose
Che rinnovò l'alba vegnente. Oh! dormi,
Dormi, coppia beata, appien felice,
Se più felice esser non cerchi, e apprendi
A non saper di più! Ma già la notte
Della celeste vôlta ascesa al mezzo,
L'ombre spargea dall'alto, e fuori usciti
Per le notturne guardie all'ora usata
I Cherubini sull'eburnea porta
In bell'ordin guerrier stavano armati,
Quando a lui ch'appo sè là tien l'impero,
Gabrïel così disse: Esci, Uzzïello,
Colla metà di questi, e attento e destro
Costeggia l'austro: l'aquilon percorra
L'altra metade, e all'occidente entrambe
Si raffrontino poi. Ratta qual fiamma,
Si divide la schiera, altri allo scudo,
Altri all'asta girando. Indi a due prodi
Sagaci Spirti che gli stanno appresso,
Ei sì comoda: Iturïel, Zefóne,
Le preste ali spiegate, e niuna sfugga
Di questo loco più segreta parte
Alle ricerche vostre; e là più ancora
Spïate attenti ov'or del sonno in braccio
Quelle due vaghe creature stanno
Sciolte d'ogni timor. Celeste messo,
Qui giunto a sera, d'aver visto narra
Un de' rei Spirti che le sbarre infrante
Chi 'l crederia? d'inferno, a questa volta
Con qualche a lui commesso empio disegno
Se ne venía: costui cercate e preso
Qui lo traete. Disse, e le raggianti
Squadre che oscuran col fulgór dell'armi
Il fulgór della luna, ei mosse. Andaro
Dritti al boschetto i due campioni, ed ivi
Di lurido in sembianza immondo rospo
Acquattato trovaro il fier nemico
D'Eva all'orecchio. Con diabolic'arte
Ei della mobil fantasia procaccia
Gli organi penetrarle, e a suo talento
Destarvi immagin strane e larve e sogni,
O con alito infetto i tenuti spirti
Che, qual da chiaro rio sottili aurette,
Sorgon dal puro sangue, irle spargendo
D'atro veneno, e generar scontenti
Egri pensier così, speranze vane,
Vani disegni e stemperate brame
D'un cieco superbir tumide e calde.
Lui tutto intento all'opra rea coll'asta
Iturïello leggiermente punse;
E, poichè al tocco di celeste tempra
Sparisce ogn'arte ed ogni inganno, e riede
Tosto ogni cosa al suo verace aspetto,
In sua forma infernal s'alza repente
Sovrappreso Satán. Così se vola
Sul negro acervo di sulfurea polve
Che pronta sta per minacciata guerra,
Una lieve scintilla, in aere a un tratto
Scoppia converso in vasta orribil fiamma.
Da stupor côlti all'improvvisa vista
Del truce Re balzâr gli Angeli addietro;
Ma il serran tosto intrepidi, e: Chi sei
Tu di quegli empi nell'abisso spinti?
(Lo richiedon crucciosi), e come osasti
Sottrarti al carcer tuo? Che fai? Che tenti
Qui trasformato e vigile all'orecchio
Di chi tranquillo dorme? A voi son io,
Satán ripiglia dispettoso, a voi
Dunque ignoto son io? Lo credo: innanzi
A me che tanto sopra voi sedea,
Mai non aveste d'apparir l'onore.
Il non mi ravvisar secura prova
È che di quello stuol voi ciurma siete.
Ma se lassù del Signor vostro in Corte
Voi mi vedeste un giorno, a che la vana
Dimanda vostra? A lui Zefón con scherno
Ribattendo lo scherno: E che! risponde,
Le stesse ancor le tue sembianze credi,
Spirto ribelle? E quel fulgór che in cielo
Te puro e fido circondava, ancora
Ti pensi aver? No: quella gloria insieme
Perì colla tua fè; del tuo delitto
E del carcere tuo l'orrore in fronte
Or soltanto ti sta. Ma vieni, a lui,
Che invïolati di serbar c'impose
Questi bei lochi e questa coppia illesa,
Debita renderai ragion severa,
Disse, e in quel suo rimproverar feroce
Il vago scintillò giovin sembiante
Di grazia insuperabile. Smarrissi
Satáno, e quanto la bontà tremenda
E augusta sia, sentì; vide in sua forma
Quanto è amabil virtù; videlo, e tristo
Di sua perdita fu, ma più l'afflisse
Il ritrovarsi agli occhi altrui sì scemo
Dell'antico splendore. Audace e baldo
Pur tuttavia si mostra, e: Teco, dice,
Eccomi pronto; al Duce tuo si vada.
Se qui pugnar si dee, con lui che manda,
Col messaggier non già, col Duce io Duce
Deggio affrontarmi, o con voi tutti insieme:
Così più gloria acquisterò vincendo,
O men ne perderò, se vinto io sono.
Il tuo timor, Zefón replica ardito,
Or qui vieta il provar quanto di noi
Anco un minimo e solo, a fronte possa
Di te malvagio, e debil quindi. Invaso
D'alta rabbia Satán più non risponde,
Ma qual fero corsier che il duro morso
Rode, superbo s'incammina: ei stima
Il fuggire o 'l pugnar vano del pari:
Tale un terror superno agghiaccia e doma
Quel cor ch'altro non teme. Omai son presso
Al punto occidental dove, trascorso
Il mezzo giro lor, giungeano appunto
I due drappelli, e in densa squadra uniti
Attendean nuovi cenni. Ad essi grida
Gabrïello da fronte: Ascolto, amici,
Vêr noi di piede un calpestìo frequente,
E già Zefóne e Iturïel discerno
Pel dubbio lume fra quell'ombre. Un terzo
Con lor s'avanza di real presenza,
Ma di scemo splendor, che agli atti, al truce
Sembiante par d'inferno il Prence: altrove
Ei non vorrà di qui torcere il passo
Senza contesa, e torve e arcigne io scorgo
Sue ciglia già: voi saldi state. Appena
Egli finì che i due colà fur giunti,
E in brevi detti chi traeano, e dove,
In qual opra, in qual atto, in qual sembiante
Da lor fu colto, raccontaro. A lui
Con fero sguardo Gabrïel sì disse:
Perchè il confine al tuo fallir prescritto,
Satán, rompesti, e qui nel loro incarco
Vieni quelli a turbar che fidi stanno
Contro il tuo fello esempio? A noi s'aspetta
Aver di tanta audacia or qui ragione,
E delle insidie che tramando stavi
A quella coppia in dolce sonno immersa,
E che in questo felice almo soggiorno
Locata ha Dio. Con dispettoso ciglio
Risponde a lui Satán: Di saggio in cielo
Tu stima avevi, o Gabrïello, e tale
Io già ti tenni pur, ma quel ch'or chiedi,
Dubitar me ne fa. Dov'è colui
Ch'ami le pene sue? Chi non vorrebbe,
Trovandone la via, scampar d'Averno,
Ancorchè là dannato? E tu, tu stesso
Romper non cercheresti i lacci tuoi
E audacemente avventurarti ovunque
Fossi più lungi dalla pena, e dove
Di scambiar col riposo i tuoi tormenti,
E col gioir più pronto il duol passato
Ricompensar sperassi? Ecco quel ch'io
Qui ricercai. Ma forse a te che solo
Conosci il ben nè mai provasti il male,
Or parlo invan: la volontade in fine
Di quei che là ci confinò, m'opponi:
Ebben; munisca di più salde sbarre,
Se in quell'atra prigion guardarci intende,
Le sue porte di ferro. A tue dimande,
Ecco le mie risposte: il resto è vero;
Ov'essi han detto, mi trovâr; ma quindi
Vorresti tu di vïolenza o trame
Dunque accusarmi? Con amaro scherno
Ei sì parlava, e l'Angelo guerriero
Sdegnosamente sorridendo: Oh! disse,
Qual danno in ciel, dacchè Satán ne cadde,
Satán, l'esperto estimator di saggi,
Eppur di là per sua follia sbalzato!
Ei dal suo carcer fugge, e in dubbio stassi
Or gravemente se sia saggio o folle
Chi dell'audacia sua ragion gli chiede
E degl'infranti suoi limiti inferni!
Cotanto savia cosa ei stima al suo
Dolor sottrarsi, al suo gastigo! e poi
D'accrescerli non cura! Or resta, iniquo
Spirto superbo, in tuo pensier fintanto
Che di fiamma settemplice avvampando
L'ira superna, alla tua fuga in mezzo
Non ti raggiunga, e negli abissi al suono
Del suo flagel terribil non ripinga
Quest'alto senno tuo, che ancor non seppe
Come pena non avvi che all'acceso
D'un infinito Dio furor s'adegui.
Ma perchè qui tu sol? perchè non venne
Tutto con te lo scatenato inferno?
Men aspro è il duol pe' tuoi compagni, o meno
Atto al soffrir se' tu? Valente Duce
Primo a fuggir dal duol, se alle tue schiere
Cotal ragion di fuga avessi addotta,
Qui senza fallo il disertor tu solo
Or non saresti. - Con un torvo sguardo
Gli risponde Satáno: Al par d'ogni altro
Io soffrir so, nè sbigottisco al duolo,
Angelo insultatore, e ben per prova
Sai se fero lassù m'avesti incontra,
Allorchè in tuo favor la ruïnosa
Folgore velocissima discese,
E all'imbelle asta tua soccorse all'uopo.
Ma i tuoi pur sempre vaneggianti detti
Móstranti ignaro assai di ciò ch'a esperto
E fido capitan dopo le dure
Passate prove e disastrosi eventi
Far si convenga, onde a perigli ignoti
La somma delle cose ei non esponga.
Quindi d'abisso a valicar gl'immensi
Deserti io solo, io sol m'accinsi e questo
Nuovo mondo a spïar, di cui non tace
Anco laggiù la fama. Io dar qui spero
Miglior albergo in terra o in aere a' miei
Infelici compagni, ancor ch'io deggia
In tal conquisto far novella prova
Di ciò che tu, di ciò che ardiscan queste,
Incontro a me, tue leggiadrette schiere;
Di cui più facil fora e degno incarco
Servir lassuso al lor Signor, cantargli
Inni devoti intorno al trono, e starsi
Fra prescritte distanze umili e inchini
Che trattar l'asta e 'l brando. - A lui risponde
Tosto l'Angel guerrier: Dire e disdirsi,
Saggio vantarsi sfuggitor di pene,
Quindi un abbietto esplorator, conviensi,
A Duce, dimmi, o di menzogne e frodi
Ad un maligno artefice? E di fede
Tu favellar potesti? O sacro nome
Di fede profanato. E a cui tu fido?
A quella iniqua abbominevol, vile
Tua ciurma di ribelli, adatto corpo
Di capo tale? Oh! rara fede è quella
Fra voi giurata appunto allor che al vostro
Supremo re da voi rompeasi fede,
Ed apparir di libertà campione,
Mostro d'ipocrisia, vorresti adesso
Tu che sì basso il guardo, umil la fronte,
Più che alcun altro, alla presenza augusta
Del Re del ciel portavi? E perchè, dimmi,
Se non per torgli il trono e por te stesso
In vece sua? Ma quel ch'io dico, or nota
Va, là rifuggi onde fuggisti; se osi
Più in questi comparir sacri confini,
Con mille giri di catene avvinto
Giù ti strascino al tuo baràtro, ed ivi
Ti conficco così che a scherno poscia
Non avrai più di quelle porte mai
Le troppo lievi sbarre. - Ei sì minaccia;
Ma di minacce il fier Satán non cura,
E di più rabbia acceso. - Allor, soggiunge,
O gran custode di confini e porte
Altero Cherubin, parla di ceppi
Quand'io sia tuo prigion. Benchè sì spesso
Codeste alate spalle tue cavalchi
Il Re del cielo, e 'l trionfal suo carro
Cogli altri tuoi compagni al giogo avvezzi,
Per quelle vie d'astri smaltate, in giro
Tu strascini lassù, ben altro peso
Da questo braccio poderoso adesso
Aspettati a sentir. - Mentr'ei dicea,
Il rifulgente angelico squadrone
Più che fiamma si fe' corrusco e rosso,
Ed in sembianza di crescente luna
Aguzzate le corna, intorno il prende
Ad accerchiar coll'aste in resta. In ricco
Campo folta così torce la messe
L'irte crestute cime ove le spinge
Gagliardo vento, e 'l buon bifolco intanto
Riguarda e teme che sol triste paglie
Lascin sull'aia poi le vôte spiche.
Nel gran rischio Satán, tutta raccolta
L'estrema possa sua, grande ed immoto
Sta qual Atlante o Teneriffe; agli astri
Giunge sua mole, e in sulle nere penne
Del gran cimiero lo spavento ondeggia;
Nè di lancia la man, di scudo il braccio
Sforniti son. Terribile conflitto
Già fra lor cominciava, e all'urto orrendo
L'Eden non sol, ma la siderea vôlta
Forse del ciel crollato avrebbe, o tutti
Di questo mondo gli elementi almeno,
Naufraghi e sciolti, nel disordin primo
Saríen tornati, se repente in cielo
Non sospendea l'onnipossente destra
Quell'aurea lance ch'ivi ancor fiammeggia
Fra lo Scorpio ed Astrea. L'Eterno in essa
Librò da prima ogni creata cosa
E le sfere e la terra e l'aria e 'l mare,
E in essa libra ancor battaglie e regni
Ed ogni evento di quaggiù. Due pondi
Or su v'impose, un di battaglia segno,
L'altro di fuga e a Gabrïel n'ascrisse
L'uno, l'altro a Satán: rapido alzossi
Questo e l'asta toccò. Ciò mira e dice
L'Angelo all'empio Spirto: Io la tua possa,
Satán, conosco, e tu la mia, non nostre,
Ma sol di lui che le ci diè; che giova
L'armi tentar, se quanto sol permette
Il ciel, vale il tuo braccio e vale il mio,
In cui dall'alto ora cotal s'infonde
Doppio vigor ch'io sotto i piè qual fango
Calpestarti potrei? Solleva in prova
Colassù gli occhi a quel celeste segno,
E vedi quanto debole e leggiero
Tu sei, se a me resister osi. - Il guardo
Leva Satáno e vede alto balzata
La lance sua; nè più, ma via sen vola
Rabbiosamente mormorando, e seco
Si dileguano insiem l'ombre notturne.

LIBRO QUINTO

Allo spuntar del giorno Eva racconta ad Adamo un sogno che l'ha turbata nella scorsa notte. Egli, benché lo ascolti con dispiacere, pur la consola; e quindi escono ambedue a prender cura del giardino. Loro cantico mattutino sulla soglia dell'albergo. Dio per tôrre all'uomo ogni scusa, manda Rafaello ad ammonirlo di non partirsi dall'ubbidienza, di far buon uso della sua libertà e di stare in guardia contro il suo nimico; a scoprirgli in fine quanto può essergli utile di sapere. Rafaelo scende nel paradiso. Sua comparsa. Adamo lo scorge di lontano, gli va incontro e lo conduce alla sua dimora, ove lo invita al suo pranzo. Rafaelo eseguisce gli ordini avuti, avverte Adamo del suo stato e del suo nemico e gli espone chi questi sia: gli narra il principio e la cagione della guerra avvenuta in cielo e come Satáno strascinò seco le sue regioni verso la parte Aquilonare e le spinse a ribellarsi, eccettuato il solo Abdiello, zelante Serafino che disputa contro di lui e lo abbandona.



I rosei passi per le piagge Eoe
Inoltrava l'Aurora, e 'l verde grembo
Alla terra spargea d'indiche perle
Quando col giorno uso a levarsi Adamo
Si risvegliò. Dell'aere al par leggiero
Era il suo sonno, da temprati e puri
Cibi nudrito, e sol bastava a sciorlo
De' fumanti ruscelli il mormorìo,
Il tremolar degli arboscelli scossi
Dall'aura mattutina e 'l garrir lieto
De' vispi augei che d'ogni ramo uscìa.
Non desta ancor con maraviglia ei mira
Eva, scomposta il crin, le gote accesa,
Argomento di torbido riposo;
E appoggiato sul cubito, con guardi
D'amore ardenti sovra lei pendea
Fiso in quella beltà che, vegli o dorma,
Spira ognor nuove grazie. Indi la mano
Mollemente prendendole, con voce
Soave, qual di Zefiro è il susurro,
Sul sen di Flora, bisbigliolle: Sorgi,
Sposa, amor mio, mio bene, ultimo dono
E 'l più caro del ciel; svegliati, o sempre
Nuovo diletto mio: splende il mattino,
C'invita il fresco campo, e l'ora destra
Noi perdiam d'osservar come le piante
Da noi culte germoglino, e s'ingemmi
Quel boschetto vaghissimo de' cedri;
Come la mirra e 'l balsamo distilli,
Di quai color la terra e 'l ciel si pinga,
E come l'ape su pe' fior novelli
Si posi e sugga il liquido tesoro.
A que' bisbigli ella destossi, e vôlti
In Adam gli occhi paurosi, al seno
Lo strinse e disse: O solo in cui riposo
Trovano i miei pensier, mia gloria e mia
Felicità, con qual piacer riveggo
Il tuo sembiante e la risorta aurora!
Chè questa notte (ah! simil notte unquanco
Non trascorsi finor) sognai, se pure
Un sogno fu, non già, qual spesso io soglio,
Di te, dell'opre del passato giorno,
O di quelle che andiam pel nuovo sole
Divisando fra noi, ma un torbo e tetro
Sogno fu il mio, qual non s'offerse prima
Al mio spirto giammai. Presso l'orecchio
Una voce gentil (la tua mi parve)
Fuori a diporto m'invitò: Tu dormi,
Eva? diceami quella voce; ah! vieni:
Piacevol, fresca, taciturna è l'ora,
Se non che il vigil gorgheggiante augello
Rompe il silenzio della notte e sparge
Più dolci all'aure i suoi sospir d'amore.
Più chiaro il lume suo versa dal pieno
Orbe la luna e vagamente ombreggia
La faccia delle cose. A che sì bella
Vista, se alcun non la riguarda? Il cielo
Con tutti gli occhi suoi perchè si veglia
Se non per mirar te, che l'amor sei
Della natura tutta, e ovunque volgi
L'almo degli occhi tuoi fulgór sereno,
Desìo, diletto e maraviglia inspiri?
Ratta io mi levo a quella voce, come
Fosse la tua, ma te non trovo, e i passi
Volgendo a ricercarti, mi parea
Soletta e dubitosa andar per vie
Che d'improvviso guidanmi alla pianta
Del vietato Saper; bella appariva
All'avvinto pensier, più bella assai
Che non m'appar nel dì: mentre mirando
La sto meravigliata, ecco mi sembra
Veder a lei vicino un che all'aspetto
Color somiglia ed alle gemin'ali
Che noi veggiam dal ciel venir qui spesso.
D'ambrosia le sue chiome eran stillanti,
E su quell'arbor fise anch'ei tenendo
Le desïose luci: O vaga pianta,
Dicea, di frutti sovraccarca, or come
D'alleggerirti il peso alcun non degna,
Non Dio, non uomo, e l'alma tua dolcezza
Assaporar? Così spregiato e vile
Dunqu'è il Saper? qual mai divieto è questo
Se non quel dell'invidia? Eh, lo divieti
Chiunque vuolsi; il sommo ben che m'offri,
Arbor gentile, alcun non fia che a lungo
Più mi ritardi. E perchè qui locato
Saresti tu? Ciò detto, ei non ristassi,
Stende l'ardita mano, il frutto spicca,
L'ammira, il gusta. A quel parlar audace
Cui l'atto reo succede, un freddo orrore
Tutte mi ricercò le vene e l'ossa;
Ma quei gioioso ed esultante: Oh! disse,
Frutto divin, per te medesmo dolce,
Ma così colto ancor più dolce e solo
Vietato, come appar, perchè di Numi
Se' proprio cibo, e perchè insiem possente
Gli uomini in Numi a trasmutar tu sei!
E perchè dato agli uomini non fora
Divenir Dei? Quant'è più sparso il bene,
Tant'ei più cresce e più d'onor n'acquista,
Senz'alcun danno, l'amor suo. Deh! vieni,
Eva leggiadra, angelica Eva, a parte
Vienne tu pur: la tua felice sorte
Più felice esser può, benchè più degna
Esser tu non ne possa; il frutto gusta
E sii fra' Dei Diva tu ancor: la terra,
No, tuo confin non sia: qual dato è a noi,
Per gli eterei sentier tu pur ti leva,
Ascendi al ciel, com'è tuo merto, e vedi
Qual vita colassù vivon gli Dei,
E quella vivi. In così dir, dappresso
Ei mi si fece e presentommi parte
Del frutto ch'avea côlto; infino al labbro
Ei me lo sporse: quell'odor soave
Di tal vivo desìo tutta m'accese
Che del gustarlo (mi parea) non seppi
Più rattenermi. Sulle nubi a volo
Seco allor m'alzo immantenente, e stesa
Veggo sotto di me l'immensa terra,
Spettacol grande e vario! Io di sì strano
Mio cangiamento, di cotant'altezza
Ove mi trovo, attonita, confusa
Rimango; a un tratto la mia guida perdo,
E giù traboccar sembrami, ed in braccio
Cado del sonno. Or ch'io son desta, oh quanta
È la mia gioia in ritrovar che tutto
Fu vano sogno! - Eva sì disse, e mesto
Adam le rispondeva: - O di me stesso
Immagine miglior, metà più cara,
Tal sogno agitator del tuo riposo
Non minor turbamento in me pur desta;
Strano m'appar, non può piacermi, e temo
Che sia figlio del mal. Ma no: che dissi?
E d'onde il male? in te creata pura
Niun male albergar può. M'ascolta: in noi
Molte minori facoltà che serve
Sono della Ragion quasi reina,
Il Creatore ha posto, ed è primiera
La Fantasia fra queste: ella di quanto
Nei cinque si ritrae vigili sensi,
Imagini raccoglie, aeree forme
Che la Ragion dipoi congiunge o scevra,
Onde quanto da noi s'afferma o niega,
Quanto si crede o sa, l'origin prende.
Quando posa natura, in sua privata
Cella ricovra la Ragione, e allora
L'imitatrice Fantasia sovente
A contraffarla destasi, ma insieme
Le antiche e nuove idee mal accoppiando,
Vane chimere crea, prodigi e mostri.
Di quanto noi nella trascorsa sera
Insiem parlammo, in questo sogno parmi
Le simiglianze rintracciar, ma invero
Molto di strano evvi commisto ancora.
Non t'attristar però: chè i rei pensieri
Possono per le umane e dive menti
Riprovati passar, nè macchia o biasmo
Lasciarsi dietro: quel che tu dormendo
Abborristi sognar, non mai, lo spero,
Non mai tu desta acconsentir vorrai
Di porre in opra. Dal tuo sen sbandisci
Quindi ogni tema, ed ogni nube sgombra
Da que' begli occhi che sereni e lieti
Esser solean più del mattin che spunta,
Ed alla terra e al ciel sorride. Or vieni;
Torniamo all'opra, fra i boschetti, i fonti
E i freschi fior che dall'aperto seno
Or t'offrono i più rari eletti odori,
Di cui fer serbo nella notte. - Adamo
Così conforta la leggiadra sposa
Che si rincora, è ver, ma due vezzose
Lagrimette cader lascia dagli occhi
Tacitamente e le rasciuga tosto
Co' bei capelli: altre due care stille
Che tremolanti le pendean dal ciglio,
A suggere co' baci ei tosto corse,
Quai d'un cor puro grazïosi segni,
Di bel rimorso e pio terror sublime,
Così rasserenati il core e 'l volto
S'inviano entrambi al prato, e dell'ombroso
Arboreo tetto sulla soglia in pria
L'aurora e 'l sole ammirano che sopra
La fiammante quadriga, ancor a mezzo
Nell'onde immersa i rugiadosi rai
Vibrava a fior della terrestre faccia,
E tutta l'ampia orïental pianura
Di quel terren felice in vaga mostra
Presentava allo sguardo. Indi, sul suolo
Genuflessi ed umìli, al gran Fattore
L'usato lor di mattutine preci
E laudi offron tributo in vario stile;
Stil, che senz'arte, immeditato e caldo
Sol de' voti del cor, pronto discorre
Dalle lor labbra, or in faconda prosa,
Or in sonanti armonïosi carmi,
E non ha d'uopo di leùto o d'arpa
Che gli accresca dolcezza. O grande, o eccelso,
O fonte d'ogni bene, eterno Padre,
(Eglino incominciaro) opre son queste
Tutte della tua destra, è tuo lavoro
Questa dell'universo immensa mole
Mirabilmente bella. Oh! quanto dunque
Più mirabil di lei sarai tu stesso,
Tu sommo, tu ineffabile che siedi
Tant'oltre a quelle sfere ove non giunge
Il nostro infermo sguardo, e solo in queste
Opre tue di quaggiù, quasi per nebbia,
Trasparir lasci testimone un raggio
Della suprema tua possa e bontade
Ch'ogni confine, ogni pensier sorpassa!
Di lui parlate, o voi figlie di luce,
Voi, che meglio il potete, alate schiere
D'eterei Spirti, a cui mirarlo è dato,
Voi che lassù nel sempiterno giorno
Gli alzate attorno al solio in lieto coro
Inni di gioia e cantici d'amore.
Unitevi, del cielo e della terra,
Voi, creature tutte, e lui cantate
D'ogni cosa principio e centro e fine.
E tu dell'altre più lucente e vaga
Stella che chiudi l'aureo stuol di tante
Notturne faci e alla ridente aurora
Di luminoso cerchio il crin coroni,
Esaltalo in tua sfera or che rinasce
Questo lieto del dì tenero albòre.
O sol, che l'alma insieme e l'occhio sei
Di questo vasto mondo, umile adora
Lui che i raggi ti diede, e lui confessa
Tuo Fattor, tuo Signor: di sua grandezza
Quella ch'ei t'assegnò carriera eterna
Suoni ovunque le glorie e quando spunti,
E quando in mezzo al ciel t'ergi sublime,
E quando in seno all'océan t'ascondi.
Luna, che incontro al sol nascente or vai,
Ed or ten scosti colle fisse stelle,
Fisse nel lor veloce orbe rotante;
E voi, cinque altri erranti astri sereni,
Che non senz'armonia movete intorno
Mistica danza, risonar le lodi
Fate di lui che l'aurea luce fuori
Chiamò dal sen della profonda notte.
Aria, elementi, voi che prima prole
Foste della natura, e nel perenne
Vostro giro moltiplice mescete
Tutto e nudrite, a lui gli omaggi ancora
Nel cangiar vostro rinnovate sempre.
E voi, nebbie e vapor, che grigi e foschi
Dai monti uscite e dai fumanti laghi
Finchè i villosi margini dipinti
Non v'ha con l'oro de' suoi raggi il sole,
Voi pur rendete al sommo Fabro onore;
E mentre il ciel di multiformi nubi
V'alzate ad abbellir, mentre, disciolti
In fresche piogge, gli assetati campi
Scendete ad irrigare a lui porgete
Nel sorger, nel cader le vostre lodi.
Voi, venti, a cui dell'aere il vasto impero
Egli divise, or ne' soavi fiati,
Or nei gagliardi, il santo nome sempre
Risonate di lui. D'ossequio in segno
Piegate le ondeggianti altere cime,
O cedri, o pini: e voi, fontane, e voi,
Limpidi mormorevoli ruscelli,
Nel vostro dolce gorgogliar perenne
Ripetete sue glorie. O tutte voi,
Alme viventi, a celebrarlo unite
Le vostre voci; e voi, canori augelli,
Che il vol stendete alle celesti porte,
Sulle vostr'ali e ne' cocenti vostri
Per ogni spiaggia ite a portarne il nome,
Voi che guizzate in mar, voi che la terra
Strisciate umíli o passeggiate alteri,
Fatemi fè se nel mattin, se a sera
D'iterar le sue lodi io cesso mai
Ai monti ed alle valli, ai boschi e all'acque
Che ripeterle meco omai pur sanno.
Salve, o Signor del tutto. A noi deh! sempre
Sii largo de' tuoi beni: e se la notte
Celato avesse e intorno a noi raccolto
Alcun danno, alcun mal, com'or dilegua
L'ombre il sorgente dì, tu lo disperdi.
Così pregâr quegl'innocenti, e in core
Tosto rinacque lor l'usata calma:
Al campestre lavoro s'affrettan quindi
Fra dolci rugiadette e freschi fiori,
E dove piene di soverchio umore
Stendon le piante e gli arboscelli i troppo
Vaganti rami ad infecondi amplessi,
Volgon la mano emendatrice, o all'olmo
Sposan la vite che lo cinge intorno
Colle nubili braccia ed i soavi
Biondi grappoli suoi gli reca in dote,
Ond'ei s'adorna le frondose chiome.
In tai cure occupati, il Re del cielo
Con pietà li riguarda; indi a sè chiama
Rafaello, gentile, affabil Spirto,
Quel desso ch'a Tobia si fe' compagno
E con securo nodo unillo a Sara,
Vergine insieme e vedova di sette
Nel dì delle lor nozze estinti sposi.
- Già udisti, Rafael (l'Eterno disse),
Che, fuggito d'Averno, il fier Satáno
Pel tenebroso golfo in sulla terra
Alfin è giunto, e in questa notte stessa
Nel mezzo al Paradiso insidie e danni
Contro quella tramò coppia innocente;
E sai che in lei l'umana stirpe tutta
Perder a un tempo il perfido disegna.
Va dunque, e con Adam, qual suole amico
Con altro amico, in compagnia trapassa
Di questo giorno la metà là dove
Fuggendo del meriggio i caldi rai
Egli ricovra al rezzo, e si ristora
Col cibo o col riposo. A lui favella
Del ben che gode; i ricevuti doni
Tu gli rammenta, e che riposta è in lui,
Nel suo voler la sua felice sorte;
Che il suo voler libero è appieno, e quindi
Anco esposto a cangiarsi; ond'ei, fidando
Troppo in se stesso, dal diritto calle
L'orme non torca. Il suo periglio infine
Non gli tacer, nè chi lo trama; digli
Qual inimico, che testè dal cielo
Cacciato fu, va macchinando come
Altri con seco in simile ruina
Da un lieto stato simile pur tragga,
Per forza no (chè fia da me respinta),
Ma per menzogna e inganno. Ei questo sappia
Onde, se poscia volontario egli erra,
In sua discolpa d'arrecar non pensi,
Che fu sorpreso e inavvertito cadde. -
Sì Dio parlò, sì di giustizia tutte
Compiè le parti. Le ordinate cose
Udite appena il messaggier, dal loco
Dov'ei tra mille ardor celesti e mille
Velato stava di stellanti vanni,
Ratto e leggier spiccasi a vol: per tutto
Ripartite le angeliche falangi.
L'empirea via gli disgombraro: ei giugne
Alla porta del ciel, che per sè stessa
Sovra i cardini d'ôr rapida gira
E innanzi a lui spalancasi; con tanto
Magistero formolla il Fabro eterno!
Colà non astro si frappone o nube
Alla sua vista, ed il terrestre globo,
Per quanto picciol sia, discerne a tanti
Lucenti globi non disforme, e in esso
Coronato di cedri alto levarsi
Il bel giardin di Dio sovra ogni monte.
Del gran Tosco così gl'industri vetri
Mostran, ma certe men, le terre e i mari
Nell'orbe della luna; e tal su i piani
Liquidi dell'Egéo scorge il nocchiero
Delo o Samo apparir qual nebulosa
Lontana macchia. Indi all'ingiù si lancia
L'Angel con volo rapido le vaste
Onde äeree fendendo, e mondi e mondi
Lasciasi addietro. Or colle ferme penne
Striscia librato su i polari venti,
Or del cedevol etra i campi sferza
Col veloce remeggio. Alfin là giunto
Dove sulle robuste ali s'innalza
L'aquila altera, alle pennute torme
Sembrar potea quel rinascente e solo
Arabo augel, quando a locar nel tempio
Luminoso del sol gli avanzi suoi
Vola all'egizia Tebe. In sulla balza
Orïental del paradiso calasi
L'Angelo, ed in sua forma ivi si mostra.
Vela ed ammanta le celesti membra
Triplice coppia d'ali: esce la prima
Dall'ampie spalle e gli ricopre il petto
Con regal fregio d'ostro e d'oro: a' fianchi
Gli forma l'altra una stellata fascia
Di molle aurea lanugine che splende
Di superni color: sporge la terza
D'ambo i talloni, e d'un'eterea azzurra
Grana dipinta con piumosa maglia
I piè gli adombra. Al favoloso figlio
Di Maia ei stette somigliante, e scosse
Le penne ch'esalaro un'ampia intorno
Celestïal fragranza. Ogni drappello
Degli Angeli che a guardia eran là posti,
Tosto lo riconobbe, e al grado, all'alto
Messaggio suo (chè apportator lo avvisa
Di qualche alto messaggio) in piè si leva
Di riverenza in segno. Egli trapassa
Le fulgide lor tende e 'l piede inoltra
Nel suol felice fra selvette amene
Un odor soavissimo spiranti
Di balsamo, di nardo e cassia e mirra;
Larga, profusa ridondanza d'ogni
Don della terra: chè ripiena e calda
Di vigoría, di spirti ivi Natura
Libere e sciolte d'ogni legge e modo
Sue giovinette fantasie dispiega,
Ed è nel suo disordine più bella.
Venir per l'odorifera foresta
Da lunge il vide Adam, che stava assiso
Sulla soglia del suo fresco boschetto,
Mentre a scaldare il più riposto grembo
Della terra già il sole alto vibrava
Dritti i suoi raggi, e più gagliardi e vivi
Che Adam non avea d'uopo. Eva nel fondo
Pel loro pranzo saporose frutta
Apprestando sen gìa sull'ora usata,
A sano gusto ed a verace voglia
Soavi frutta che non fan men dolci
Le nettaree bevande a lor frammiste
Di grappoli, di bacche e latteo rivo.
Adam la chiama e dice: - Eva, t'affretta,
Vieni, vedi colà vêr l'Orïente
Qual degno de' tuoi sguardi illustre oggetto
Fra quelle piante inverso noi s'avanza.
Ei sembra un'altra scintillante aurora
Che sul meriggio sorga: un qualche Grande
Ci arreca, s'io non erro, ordin del cielo,
E forse in questo dì vuol farci degni
D'esser ospite nostro. Or vanne tosto,
Arreca fuor quanto riposto serbi
Ed abbondanza spargi, onde s'onori
Il sublime stranier. Noi ben possiamo
Lor doni ai donator rendere in parte,
E largamente dar quel che concesso
N'è così largamente. Il suo fecondo
Sen qui schiude Natura, e quanto i suoi
Tesor più spande, vie più ricca e bella
Mostrasi, e largità così c'insegna.
O Adamo (Eva risponde), o eletta parte
Di sacra terra, in cui spirò l'Eterno
Il soffio animatore, aver non giova
Qui molto in serbo, u' di mature frutta
Sempre da' rami sì gran copia pende.
Io sol quelle riposi, a cui più grata
E ferma polpa aggiugne il tempo e toglie
Il soperchio d'umor. Ma ratta or vado
E da ogni pianta ed arbuscello io voglio
Tal'eletta raccor d'ogni più vago,
Più saporoso e succulento pomo
Ch'oggi in mirar tanta ricchezza il grande
Nostr'ospite confessi aver Iddio
Sparse qui sulla terra al par che in cielo
Le grazie sue. - Così dicendo, il guardo
Volge intorno sollecito e sen parte;
E tutta intenta alle ospitali cure,
Va fra sè divisando a qual s'appigli
Scelta ed ordin migliore onde non sieno
Mal misti e mal graditi i sapor varj,
Ma più soave e dilicato all'uno
L'altro succeda. Diligente scorre
Per mezzo a tante piante, e ciò che l'alma
Terra, feconda madre, entro le rive
D'ambe l'Indie produce, o là nel Ponto,
O sul punico lido, o dove un giorno
Alcinöo regnò, tutto crescente
In quel ricco giardin, ella raduna,
Frutta d'ogni maniera, in liscia e molle,
In scabra e dura scorza, e tutto quindi
Con larga mano in sulla mensa ammonta.
Uve odorate spreme e bacche elette,
E bevande ne tempera e prepara
Di soave sapore; un almo latte
Dalle mandorle elice, e pure tazze
Non le mancano all'uopo; indi la terra
Sparge di rose e di squisiti odori
Tolti a' freschi arboscelli. Intanto il nostro
Primo gran padre ad incontrar se n'esce
L'ospite suo divin, nè d'altro è cinto
Che de' sommi suoi pregi: in lui medesmo
La sua grandezza è tutta, assai diversa
Dal vano fasto che circonda i regi,
Quando di palafreni e servil turba
Il gran corteggio oro-listato abbaglia
Lo stolto vulgo e a bocca aperta il tiene.
Senza timore alcun, ma pieno a un tempo
Di riverenza, all'Angelo s'appressa
Il primo padre, e, qual si debbe ad alma,
Superïor natura, a lui s'inchina
Profondamente in dolce aspetto e dice:
- Celeste abitator (chè sol dal cielo
Ponno venir sì nobili sembianze),
Poichè lasciar quelle beate sedi
Ti sei degnato e onorar queste, i tuoi
Favori ah! compi ancor; con noi che soli
Qui siamo e in don dal Creatore avemmo
Questo largo terren, piacciati, assiso
Di quel boschetto alla fresc'ombra lieta,
Prender riposo e insiem gustar di quanto
Più scelto a noi questo giardin comparte,
Finchè dechini il sole e non sì vivi
Spanda i suoi rai. - Sì, qui perciò ne venni
(Amorevole e dolce a lui risponde
L'Angelo allora), e tal creato, Adamo,
Non fosti tu, nè tal soggiorno è questo
Che possano i Celesti avere a sdegno
Di visitarvi spesso. Or sotto l'ombre
Del tuo boschetto andiamne pur, chè fino
All'imbrunir del dì teco mi lice
E giova dimorar. - Così dicendo,
Nella silvestre loggia entrâr che tutta,
Qual di Pomona pingesi l'albergo,
Ridea vestita d'olezzanti fiori.
Ignuda e sol di sè medesma adorna,
Amabilmente grazïosa e vaga
Più che silvestre ninfa e più di quella
Favoleggiata Dea che in Ida vinse
Le altre due di beltade e 'l pomo ottenne,
Eva ad accôr l'ospite suo celeste
In piè tosto levossi; uopo di velo
Non ha; virtù la copre, e le sue gote
Pensier non è che di rossore asperga.
- Ave (le disse Rafael, divino
Saluto ch'assai dopo udì pur anco
Maria, riparatrice Eva seconda),
Ave, o gran madre dell'uman lignaggio,
Del cui fecondo grembo uscir dee prole
Più numerosa mille volte e mille
Delle soavi frutta onde sì carca
Han questa mensa gli arbori di Dio. -
Sorgea d'erbose zolle il largo desco
Cinto all'intorno di muscosi seggi,
E sovr'esso raccolta era d'autunno
Ogni dovizia, ancor che là perenni
Il ricco autunno e la stagion de' fiori
Si tengano per man. Parlando in pria
Si stetter essi alquanto, e 'l primo nostro
Padre sì cominciò: - Stranier celeste,
Deh! questi doni di gustar ti piaccia.
Quegli da cui discende ogni perfetto,
Ogn'infinito ben, fuor della terra
Per alimento e per diletto nostro
Sorger li fe': delle celesti essenze
Son forse cibo insipido; ma questo
Soltanto io so che comun padre a tutti
È quei che li dispensa. Ingrato cibo
(L'Angelo a lui risponde) esser non puote
A puro Spirto quel ch'all'uomo, in parte
Incorporeo pur anche, ei diede in dono,
Ei le cui lodi sien cantate sempre.
Il tuo corpo ebbe un'alma, e i nostri spirti
Fur di sensi dotati; e se l'uom pensa
Ed intende e ragiona e tanto s'erge
Sull'incarco terren, l'Angelo ancora
Scende a nudirsi. Ei vista e udito e tatto
E gusto ha pur, siccome l'altro, e volge
In sua propria sustanza il preso cibo,
Quel ch'è corporeo in incorporeo: e sappi
Che quanto fu creato ha d'uopo ancora
Di sostegno e riparo. Il guardo gira
Sugli elementi: dal men puro sempre
Il più puro è nudrito; il mar riceve
L'onde sue dalla terra, e terra e mare
Nudriscon l'aere, e l'äer nutre quindi
Gli eterei fuochi, di cui splende il cielo,
E pria la bassa luna, ond'è che impressi
Quei foschi segni nel suo volto stanno,
Non purgati vapori e non ancora
Conversi in sua sostanza. In simil guisa
Dall'umido suo grembo anco la luna
Agli alti globi il nodrimento invia,
E 'l sol che luce all'Universo imparte,
Riceve anch'esso d'umorosi esali
Da tutte l'altre sfere ampia mercede
E a lunghi sorsi l'oceán si bee.
Ambrosie frutta a noi gli arbor di vita
Ministrano lassuso e néttar puro
L'uve celesti: d'ogni ramo e fronda,
Allor che sorge a noi la nostra aurora,
Stillan melliflui sughi, e il suol si copre
Di rugiada e di manna ignote in terra:
Pur qui sì varïati i doni suoi
Ha l'alto Creator che a quei superni
Non disconviensi il compararli, ed io
Non sarò schivo dal gustarne. A mensa
In così dir s'assise, e insiem con loro
Entrò del pranzo a parte. Eva leggiadra
D'almi liquori coronava intanto
I ridondanti calici odorosi
E ministrava ignuda. Oh del bel loco
Degna innocenza! Ah! se terreno oggetto
Destar potesse nei celesti petti
Foco amoroso, di perdono allora
Fatti gli avrìa tanta bellezza degni;
Ma un purissimo amor dei divi Spirti
Sol è la fiamma; ed era all'uomo ignota
Gelosa cura allor, che poi divenne
De' tristi amanti un infernal martiro.
Avean co' cibi soddisfatta omai,
Non gravata natura, allor che in seno
(Così destro veggendo il tempo e il loco)
Surse ad Adamo di saper desìo
Le oltramondane cose e aver contezza
Di lor che il cielo han per soggiorno, e tanto
In grado e 'n possa egli innalzati vede
Sopra di sè, di lor cui tanta parte
Fe' di sua luce Iddio. Quindi la voce
All'empireo ministro ei così volge
Accorta e rispettosa: - Oh! qual bontade,
Tu che col gran Fattore insieme alberghi,
Oggi hai mostro ver me! D'entrar ti piacque
Sotto quest'umil tetto e gradir queste,
Benchè indegne di te, terrestri frutta,
Al par di que' celesti almi conviti:
Pur qual fra loro è paragone! - Un solo
(L'Angel rispose) onnipossente Nume
E, fu, fia sempre, da cui scende il tutto,
E, se vizio nol guasta, a lui ritorna.
Tutte perfette uscîr da lui le cose,
Ed una in pria fu la materia tutta
Che tante poscia e sì diverse forme
Ebbe e sì varj di sostanza gradi,
Varj gradi di vita in ciò che vive.
Ma più affinata e spiritale e pura,
Quanto a Dio più s'accosta o a Dio più tende,
È ciascheduna cosa entro quel giro
Che assegnato le fu. Per ordin lungo
E ad ogni specie misurato aspira
A farsi spirto il corpo. Esce più lieve
Così da sua radice il verde stelo;
Indi più tenui spuntano le frondi,
Su cui più dilicato il fior s'innesta
E dolci olezzi spande, e i frutti poscia,
Fatti cibo dell'uomo, a gradi a gradi
Della vita, dell'alma e della mente
Servono e di ragion gli uffici vari;
Doppia ragion che, argomentando, il vero
Lenta rintraccia, o con un sol veloce
Lucido sguardo lo contempla e scerne.
Propria è dell'uom la prima, a noi concessa
Più spesso è la seconda, e vario è il grado
Lor, non la specie. Non stupirti adunque
Se quel che Dio per voi buono discerse
Io non rifiuto, ma, qual voi, lo volgo
In mia propria sustanza. Un giorno forse
Simili a noi voi pur sarete, e i nostri
Più lievi cibi a vostra essenza allora
Non si disconverran. Cangiati in spirti
Col rivolger degli anni anco saranno
I vostri corpi forse, e allor, qual noi,
Sovr'ali snelle per l'eteree piagge
Aggirarvi potrete, e a grado vostro
Qui far soggiorno o negli empirei campi.
Di meritar quella più lieta sorte
Or sia vostro pensier, sommessi, fidi,
Nell'amore immutabili del sommo
Vostro padre e signore; e tutto intanto
Il ben godete del presente stato,
Non capaci di più. Cortese Spirto
(A lui risponde Adamo), ospite amico,
Di qual puro splendor le nostre menti
Irradii col tuo dir! Come dal centro
Alla circonferenza hai tutto mostro
L'ordine di natura, onde per gradi,
In contemplando le create cose,
S'ascende al Creator! Ma perchè mai
Que' ricordi d'amarlo e quegli avvisi
D'obbedirlo aggiungesti? Ah! dimmi, e come
Mancar giammai d'ubbidïenza e amore
Potremmo verso lui che fuor del limo
Ci trasse e qui nel maggior colmo pose
Di ciò che uman desìo può chieder mai?
- Figlio del cielo e della terra (a lui
L'Angel rispose), ascolta: a Dio tu devi
La tua felicità: da te dipende
Il serbarla però. Fisso nell'alma
L'alto suo cenno ognor ti stia: riposta
È in ciò tua sorte, e a ciò mirò l'avviso
Che or or ti diedi. Ei ti creò perfetto,
Immutabil non già; buono ei ti fece,
Ma durar tale, in tua balìa lasciollo.
Libero per natura è il tuo volere
Nè di necessità sente o di fato
Freno o giogo veruno: Iddio richiede
Spontanei, non costretti i nostri omaggi,
Nè grati in altra guisa esser gli ponno.
E come un cor da fatal forza spinto
Dar prova indubitabile potrìa
D'obbedïenza e amor, se a lui non resta
Del contrario la scelta? Io stesso e meco
Tutta insiem l'oste angelica esultante
Presso al trono di Dio, quel ben supremo
Per merto sol d'obbedïenza e fede
Serbammo già, siccome il vostro a voi
Sol per tal mezzo or di serbare è dato.
D'amarlo e di servirlo un dì noi pure
O di lasciarlo appien liberi fummo,
E l'esser buoni o rei fu nostra scelta.
Quindi di noi gran parte a lui ribelle,
Non ha molto, si fece e fu dal cielo
Spinta nell'imo inferno. Ahi! da qual somma
Felicitade in qual orrendo abisso
Di sempiterna pena! - I detti tuoi,
Mio divino maestro (Adam risponde),
Di diletto maggior l'orecchie e 'l core
M'empion che nella notte i dolci canti
De' Cherubini a questi colli intorno.
Io ben sapea che il voler nostro e l'opre
Fece libere Iddio, ma pur in mente
Sempre mi stette e sta fermo il pensiero
Che del nostro Fattor scordar l'amore,
Scordar la nostra obbedïenza mai,
No, non potremo, e quel sì giusto e solo
Comando ch'ei ci fe'. Ma quanto in cielo
Pur or dicesti che addivenne, un qualche
Dubbio in me desta e maggior brama ancora
D'udirne raccontar l'istoria tutta,
Ove a te non incresca. Ella esser dee
Al certo strana e di profonda e sacra
Attenzïon ben degna. Ancor gran parte
Riman del dì: chè una metà pur ora
Di suo viaggio ha il sol fornita, e l'altra
Nel gran cerchio del ciel comincia appunto. -
Egli sì prega; Rafael consente
A sua dimanda, e dopo breve posa
Così comincia: - Luttuosa, acerba,
Difficil storia a raccontar m'inviti,
O degli uomini padre. Ai sensi umani
Come possibil fia pinger le gesta
D'Angeli guerreggianti, e senz'affanno
Di tanti spirti glorïosi un tempo
Narrar la miserabile ruina?
D'un altro mondo disvelar gli arcani
Concesso mi sarà? Ma sì: per tuo
Frutto ciò lice. Or tu la mente innalza,
Ch'io quel che i sensi tuoi troppo sorpassa,
Come fia meglio, cercherò ritrarti
Sotto corporee forme. Ombra ed imago
È la terra del cielo, e più di quello
Che forse credi, all'un l'altra somiglia.
Dalle tenebre antiche emerso ancora
Questo mondo non era, e dove or ruota
Il ciel stellante, ove la terra posa
Sul proprio centro equilibrata, il torbo
Caosse infigurabile regnava,
Quand'un giorno (chè il tempo in grembo ancora
A eternità, d'ogni durabil cosa,
Se il moto insiem supponi, è la misura),
Un giorno, qual lassù lo adduce il grande
Anno celeste, dai confini estremi
Di tutto il ciel, l'angelic'oste tutta
Per cenno dell'Eterno innanzi al trono
Si raccolse di lui: fulgide schiere
Senza fin, senza numero. Ben cento
E cento mila luminose insegne
Ondeggiando per l'aere, i varj gradi
Segnan, gli ordini varj e i varj duci;
O riccamente nel lor grembo inteste
Portan di santo amor, d'ardente zelo
Alte memorie. Allor che tutti in mille
E mille giri d'un'ampiezza immensa,
Cerchio entro cerchio, stettero, l'eterno
Padre, al cui fianco d'egual gioia in seno
Sedeva il Figlio, in mezzo a lor, dal monte
Che fiamme esala e 'l vertice sublime
Tra fulgóre ineffabile nasconde,
Così parlò: - Figli di luce, o Troni,
Principati, Virtù, Scettri, Possanze.
Angeli tutti, il mio decreto udite,
Il mio decreto irrevocabil. Oggi
Io generai Quei che dichiaro il mio
Unico Figlio; oggi il sacrai su questa
Santa montagna, e alla mia destra assiso
Ora il mirate: io lo destino vostro
Duce, e giurato ho pel mio nume stesso
Che ogni ginocchio in cielo a lui s'inchini,
Ch'egli tenga mie veci, e il riconosca
Suo signore ciascun. Tutti congiunti
In pace eterna ed in eterna gioia
Sotto una stessa indivisibil legge
Voi tutti siete. Me medesmo oltraggia
Chi lui disubbidisce, e lunge spinto
Dalla beante visïon divina
Nel buio esterïor quel giorno ei fia,
Nei golfi delle tenebre più cupi,
A gemer senza fine e senza speme,
Della giusta ira mia vittima eterna. -
Così parlò l'Onnipossente, e i suoi
Detti con lieto plauso ognun accolse,
Ma ognun non fu ne' plausi suoi sincero.
Tutto si spese al sacro monte intorno
Quel memorabil dì, qual è costume
Spender i più solenni, in canti e in danze,
Mistiche danze ai regolati errori
Rassomiglianti dell'eteree sfere
Mosse con ordin certo e stabil legge,
Che in lor diverse ed intrecciate e sempre
Pur medesime rote un sì soave
Destan concento che l'orecchia stessa
Di Dio n'ascolta con diletto il suono.
Già la sera appressava (abbiam noi pure
Sera e mattino a far più vario e vago
Del ciel l'aspetto), e tutti insiem dai lieti
Balli a solenne splendido convito
Ci rivolgemmo: ad ogni cerchio intorno
Fur le mense imbandite e colme a un tratto
Delle angeliche dapi; in coppe d'oro
Di perla e d'adamante il néttar scorre
Delizïoso in liquidi rubini,
Singolar frutto del celeste suolo.
Coronati di fior, su i fior distesi
Beviam vita immortal, gioia ed amore
In dolce fratellanza. Eccesso alcuno
Esser non può lassù, ma sol la piena
Misura del piacere; e a larga mano
Versando le sue grazie il Re del cielo
Gode al nostro goder. Già dal divino
Monte, onde alterna esce la luce e l'ombra,
S'alza la notte in vaporoso velo,
Che con dolce imbrunir tempra soltanto
Quell'immenso splendor, nè mai più scura
Ella sorge lassù. Già tutti i lumi
(Tranne quelli di Dio che veglian sempre),
Una rosea rugiada, alma, soave,
Al sonno invita. Sopra il largo piano,
Più largo assai che non saria di questo
Terrestre globo l'appianata massa
(Tai son gli atrj di Dio!), lunghesso i vivi
Ruscei che irrigan gli arbori di vita,
Si distendon le angeliche falangi
In varj campi, in ordin vago: sorge
Di padiglioni e tende immensa fila
In un momento, ove del sonno in braccio
Al molle susurrar di fresche aurette
S'abbandona ciascun: veglian soltanto
Quei che in loro vicenda intorno al soglio
Alternano di Dio la intera notte
Inni melodïosi. Era pur desto,
Ma non così, Satán (con questo nome
Or tu l'appella, chè il suo primo in cielo
Perdè per sempre). Tra i più grandi Spirti
Onorato lassù, se non il primo,
Ei sedeva in favore, in grado e 'n possa:
Pur gonfio il cor d'un cieco invido orgoglio
Contro il Figlio di Dio, quando dal sommo
Suo padre il vide a tanta gloria alzato.
Credè scema sua luce, e quella vista
Tollerar non potéo. Covando in seno
Quindi il dispetto e i suoi disegni iniqui,
A mezzo il corso della notte, allora
Ch'è più del sonno e del silenzio amica,
Indi sloggiar con le sue schiere tutte
Egli dispose, e dell'Eterno il trono
Privo lasciar di riverenza e onore.
Il primier dopo sè dal sonno ei scuote
E sì gli parla con sommessa voce:
- Dolce compagno, ah, dormi tu? Qual sonno
Ti può chiuder le ciglia? E non rimembri
Quel decreto che ier da' labbri uscìo
Di chi può tutto in cielo? I tuoi pensieri
Tu aprire a me solevi e aprirti i miei
Tutti soleva io pure: un'alma sola
Noi vegliando eravamo, e sì diversi
Or siam? Tranquillo tu riposi, ed io
Veglio nel duol! Quai nuove leggi a noi
Imposte sien, tu 'l vedi; e nuove leggi
Ponno in chi serve ancor nuovi pensieri
E nuovi suscitar consigli e inchieste
Sull'incerto avvenire. In questo loco
Più dir non è sicuro. I primi Capi
Di nostre immense schiere or tu raduna,
E annunzia lor che per divin comando.
Pria che la notte il nubiloso velo
Abbia raccolto, io con spediti vanni
Al nativo Aquilon deggio affrettarmi
Con ogni mio drappel: di' lor ch'io debbo
Apparecchiar colà gli onor dovuti
Al gran Messìa, nostro Sovran novello,
E ricever suoi cenni, e ch'egli a tutte
Le legïoni in trionfante aspetto
Tosto mostrarsi e dettar leggi intende.
Così parlò l'iniquo e 'l suo veleno
Nell'improvvido petto all'altro infuse,
Che incontanente e molti insieme appella
O ad un ad uno i varj Capi, e intíma,
Come Satán l'ammaestrò, che il grande
Gerarchico stendardo indi esser mosso
Dee per sovrano impero anzi che splenda
Il nuovo dì; la suggerita causa
Soggiunge, ambigui motti ad arte sparge
E semi di livore, onde lor fede
Quanta sia scorga, o la corrompa. Alcuno
Non osò dubitar; tutti fur pronti
Il segno usato e l'ordine supremo
Del lor duce a seguir; sì grande in cielo
Era il suo nome e 'l grado, e tanto impero
Avea su lor quel suo raggiante aspetto
Simile all'astro del mattin che guida
Dell'altre stelle il coro! Ei così trasse
La terza parte dell'empiree squadre
Sull'orme sue. Ma l'occhio eterno intanto
Dal sacro monte suo, di mezzo al giro,
Dell'auree lampe a lui d'intorno ardenti,
Senza lo cui splendore il tutto vede
E nel più cupo de' pensier s'interna,
Scoppiar la rea sedizïosa fiamma
Avea già scorto e che tra i figli stesa
S'era già del mattino, e quali e quante
Turbe sorgeano al suo voler rubelli:
E all'unico suo Figlio in dolce aspetto
Così favella: - O Figlio, eterno erede
Di tutto il mio poter, Figlio in cui piena
Tutta la luce di mia gloria splende,
Or ogni dubbio dileguar si dee
Di nostra onnipotenza, e quai sien l'armi
Che illesi qui terran per sempre i nostri
D'impero e deità diritti eterni,
Mostrare a tutto il ciel. Tu 'l vedi, un empio
Nemico è insorto che per tutto il vasto
Aquilonar paese alzar disegna
Suo trono al nostro egual; nè di ciò pago,
Qual sia nostra ragione e nostra possa
Vuol pugnando provar. Contro l'audace
Or noi volgiam quanti ci restan fidi,
E senza indugio il santuario nostro,
La gloria, i dritti e questo monte sacro
Si difenda e assecuri. - Ei tacque, e 'l Figlio
Con placido sembiante, onde partìa
Un vivo inesplicabile fulgóre,
Così rispose: - I tuoi nemici a scherno,
Lor vane trame e lor consigli stolti
Ben a ragion tu prendi, eccelso Padre;
Ma l'odio lor più luminosa e bella
Farà mia gloria e quel regale impero
Che tu mi desti, ond'io confonda e atterri
Un così folle orgoglio; e ben l'evento
Proverallo a quegli empj. - Ei disse. Intanto
Molto lontano in sulle rapid'ali
Il perfido Satáno era trascorso
Colle sue schiere; innumerabil oste,
Quai gli astri della notte o quai dell'alba
Le rugiadose stille rilucenti
A' rai del sol sopr'ogni fronda e fiore.
Vaste provincie, regïoni immense
Che Serafini, e Podestadi e Troni
In lor triplici gradi hanno in governo,
Quell'iniquo varcò; contrade, a cui
Se paragoni questa terra intera,
È assai minore, o Adam, che il tuo giardino
Appo la terra stessa e 'l mare, in vasto
E lungo pian dal globo lor distesi.
D'Aquilon ne' confini ei giunge alfine
Ed al suo regio albergo. In arduo giogo,
Simile a monte sovrapposto a monte,
Folgoreggiava coll'eccelse moli
Di torri e di piramidi che tratte
Furon da rocce d'adamante e d'oro,
Il gran palagio di Satán (con questo
Nome soltanto in tuo linguaggio io posso
Chiamar quella struttura). Ei, che l'Eterno
In tutto ambiva d'emular, quel loco,
Del monte a guisa ove del cielo in faccia
Fu Messia coronato il divin Figlio,
Volle nomar dell'Adunanza il monte,
Dacchè colà tutti raccolti i suoi
Ebbe con sue menzogne. Ivi s'arresta
Il traditore e avviluppando il vero
Così lor parla: - O Prenci, o Regi, o Troni,
O Possanze, o Virtù (se omai non sono
Un vôto suon questi pomposi nomi),
Per supremo decreto un signor nuovo,
Ch'è a voi già noto, ed unto re s'appella,
In sè riduce ogni potere e troppo
La nostra gloria oscura in ver. Per lui
Or qui, solo per lui, con ratti passi
V'ho tratti in questa notte e insiem raccolti,
E qui d'udire il vostro avviso io chieggo
Con quali onor fia meglio e con qual pompa
Novella ancor quest'altro Sir che viene
Le nostre a rimirar ginocchia inchine
Or per la prima volta... Omaggio indegno!
Vil bassamento! Assai non era ed anzi
Troppo non era il tributarlo ad uno,
Ch'ora a due lo dovremo, a lui dovremlo
Ed all'imagin sua? soffrir cotanto
Come si può? Ma se miglior consiglio
Le nostre menti ergesse, e questo giogo
Scuoter, spezzar alfin... Voi dunque il collo
Curvar scegliete? le ginocchia a terra
Riverenti piegar? No, s'io m'affido
Di conoscervi bene, o se appien voi
Conoscete voi stessi: in ciel nascemmo
Figli del ciel che innanzi a noi niun tenne
In suo dominio, e se non tutti eguali
Siam qui, siam non perciò liberi tutti,
E liberi del par; chè ordini e gradi
Non pugnan già con libertà, ma insieme
Ben si confan. Con qual ragione alzarsi
Altri può dunque in assoluto Sire
Sopra color che a lui son pari in dritto
E pari in libertà, sebbene in possa
E in altezza di grado a lui minori?
Perchè impor leggi a chi, da leggi sciolto,
Pur mai non lascia il retto calle? E il Figlio,
Il Figlio ancor, l'imagin sua, da noi
Or culto avrà, fia Signor nostro, ad onta
Di quegli eccelsi titoli che segno
D'impero son, non di servaggio, e i nostri
Ci rammentan pur sempre alti destini?
Così parlava quel superbo, e muti
Tutti l'udîr fin qui, quando levossi
Dal suo seggio Abdïel, di cui null'altro
Più venerava dell'Eterno i cenni
E n'era pronto esecutore. Ei tutto
Di zelo avvampa, e con severo aspetto
Così di quel furor l'impeto affronta:
- Oh falsi, audaci, scellerati detti!
Oh bestemmie che in cielo orecchia alcuna
Non mai s'attese d'ascoltar! E meno
Da te, ingrato, da te che tanto fosti
Sopra i tuoi pari sollevato! E l'empio
Tuo labbro quel giustissimo decreto
Osò biasmar di Dio che regio scettro
Ha dato al Figlio, e vuol che a lui s'inchini,
Come a sovran legittimo signore
Ogni ginocchio in ciel? Tu chiami ingiusto
Che un egual su gli eguali abbia l'impero,
E dritti alleghi e libertà discuti:
Ma chi se' tu ch'osi impor leggi a Dio,
A quel Dio che ti fe' quello che sei,
A quel Dio che creò tutte del cielo,
Come a lui piacque, le Possanze, e certi
Confini a lor prescrisse? A noi per prova
Palese è pur quanto benigno, e quanto
Del nostro ben, del nostro onor geloso
Sempre egli sia, quanto a scemarli avverso.
Ed or che sotto un capo insieme stretti
Ci vuol egli vie più, forse non mira
Il nostro ad innalzar felice stato?
Ma ingiusto siasi pur che un egual regni
Sopra gli eguali suoi, vorresti adunque
Tu te medesmo, ancor che illustre e grande,
O tutto ancora de' celesti Spirti
L'unito merto a quell'eccelso Figlio
Agguagliar dunque? al Figlio suo, per cui,
Come per Verbo, egli creò le cose
Tutte e te stesso e queste immense schiere
Di tanta luce incoronate, Troni,
Principati, Virtù, Scettri e Possanze?
No, questo nuovo regno un raggio solo
Non toglie a noi dell'alta gloria nostra,
Ch'anzi più chiara splende or ch'Ei diviene,
Benchè Signor, del nostro numer uno.
Son nostre leggi le sue leggi, e tutto
L'onor ch'a lui si rende, a noi ritorna.
Cessa dall'empio tuo furor; rimanti
Dal tentar gli altri, e l'adirato Padre
A placar vola e l'adirato Figlio,
Finchè concesso d'ottener perdono
T'è forse il tempo. - Fervido parlava
Abdïello così, ma niun seconda
Il zelo suo, che intempestivo e strano
A tutti sembra. Di ciò lieto allora
E altero più che mai, Satán soggiunge:
- Creati adunque fummo, e 'l Padre al Figlio
Diè di crearci incarco? Oh nuova invero
Pellegrina scoverta! e dond'hai questa
Dottrina, di', questi segreti appreso?
Chi mai dal nulla escir le cose vide?
Rammenti tu quell'ora, in cui da prima
Il tuo Fattor vita ti diè? Rammenti
Il tempo in cui non eri, o allor chi fosse?
Per propria forza animatrice noi,
Quando un corso fatal tutto compiuto
Ebbe 'l suo giro, per noi stessi al lume
Della vita sorgemmo eterei figli
Di questo natìo ciel parto maturo.
Da noi ci vien la nostra possa, e tosto
Saprà mostrare il nostro braccio a prova
Chi sia qui Signor nostro o nostro eguale.
Vedrai, vedrai se supplici d'intorno
Per impetrar mercè verremo al soglio
Di quel tiranno o a rovesciarlo: arreca
All'unto re tai nuove, e fuggi prima
Che al tuo fuggir la via si tronchi. - Ei disse,
E per quell'oste immensa un rauco e sordo
Mormorar, pari al suon d'acque profonde,
D'applausi echeggia a' detti suoi: non meno
Impavido perciò l'eroe celeste,
Ancor che cinto di nemici e solo,
Fiero risponde: - Oh Spirto a Dio ribelle,
Oh da Dio maledetto, oh d'ogni bene
Orbo rimaso Spirto! Omai secura
La tua ruina io scorgo, e questa, avvolta
Nella tua fraude, sventurata ciurma,
Come del nero tuo misfatto, a parte
Entrar vegg'io di tua terribil pena.
Non affannarti, no, come tu possa
Di Dio sottrarti al giogo: omai sì dolci
Leggi non son per te: per te ben altro
È uscito irrevocabile decreto
Dal labbro suo: quell'aureo scettro, a cui
Ricusasti obbedire, in ferrea verga
A sfracellar la tua cervice altera
Converso è già: bene avvertisti; io lascio,
Ma non pel tuo consiglio o per le vane
Minacce tue, quest'empie tende omai
All'esterminio condannare: io fuggo
Perchè la provocata ira superna
Qui non divampi in subitana fiamma
E m'avvolga con voi. Sì, già sul capo
Della tremenda folgore ti veggo
Scoppiar il foco vorator: bentosto
Saprai qual man ti fe' nel sentir quella
Che ti distrugge. - L'inclito Abdïello
Così parlò, solo fedel fra tante
Infide innumerabili caterve.
Non atterrito, non sedotto, immoto
La prima lealtà, l'amor, lo zelo
Ei sol mantenne, e dal verace calle
Nè l'esempio, nè 'l numero un sol passo
Storlo, potè. Di que' ribelli in mezzo
Per lunga strada egli trapassa, e tutte
Lor grida ed onte con tranquillo e fermo
Volto sostien: sol col dispregio a tanta
Furia risponde, e a quelle torri altere,
Già vicine a sentir l'orrendo peso
Del divino furor, volge le spalle.

LIBRO SESTO

Rafaelo prosegue a narrare come Michele e Gabriello furono spediti contro Satáno e gli Angeli seguaci di lui. Satáno col suo esercito si ritira nella notte: raduna un Consiglio: è inventore di macchine infernali che nella battaglia successiva mettono in qualche disordine l'esercito di Michele; ma finalmente gli Angeli fedeli, sotto le montagne da essi svelte e lanciate, opprimono le macchine di Satáno. Sempre più cresce il tumulto; onde l'Eterno spedisce nel terzo giorno il Figlio, a cui l'onore della vittoria era riserbato. Questi si reca sul campo di battaglia rivestito della paterna possanza, e vietando alle sue regioni di fare verun movimento, col suo occhio e col suo fulmine in mano si avventa in mezzo a' nemici che sono di repente rovesciati, e gl'insegue fino al muro del cielo che da per sé si spalanca. I ribelli sono precipitati nel fondo dell'abisso dalla divina giustizia a loro preparato. Il Messia trionfante ritorna la Padre.



Tutta notte del ciel gl'immensi campi,
Senza che alcun l'insegna, a vol trascorre
L'intrepido Abdïello infin che l'alba,
Desta dall'ore circolanti, schiude
Con rosea mano all'almo dì le porte.
Nel divin monte e al divin soglio appresso,
S'apre con doppio varco un vasto speco,
D'onde con un perpetuo alterno giro
La luce o l'ombra uscendo, or con notturna
Or con dïurna imagine più vago
Rendono il cielo. Esce d'un lato il lume,
E tosto obbdïente entra per l'altro
L'oscurità fin che il momento arrivi
Di stendere il suo velo; onde la notte
Si fa lassù che a tramontante giorno
Sarìa quaggiù simíle: e già, qual suole,
Nel più eccelso del ciel sorgea l'Aurora
D'oro empireo vestita, e a lei davante
Si dileguava da' novelli raggi
Saettata la notte, allor che tutto
D'ordinati squadron, d'armi, di carri
E di celesti ignei corsier s'offerse
Dell'Angelo agli sguardi il vasto piano
Gremito, ricoverto, e fiamme e lampi
Lungi riverberante. Ei guerra vede,
Guerra imminente, e noto già quant'egli
Credea recar per nuova: all'oste amica
Lieto si mesce che fra sè con lungo
Ed alto plauso universal lo accoglie,
Come quell'un che non perduto riede
D'infra tanti perduti. Al sacro monte
Il guidan tosto e al sommo seggio innanzi,
Ove dal sen d'un'aurea nube questa
Voce soave risonò: - Ben festi,
Servo di Dio; della più dura prova
Trionfatore uscisti, incontro a tanto
Popol ribelle sostenendo invitto
Tu sol del Vero la ragion, tu solo
Più ch'esso in armi, ne' tuoi detti forte
Tu d'un'immensa moltitudin rea
L'onte e gli scherni a tollerar più duri
Che la forza medesima non fora,
Magnanimo affrontasti, e fu tua sola
Cura agli occhi di Dio serbarti integro.
Più agevole vittoria or ti rimane;
Da queste circondato amiche schiere
Là, con più gloria che non fu lo scorno
Nel partirne, ritorna, e chi per legge
Aver non volle la ragione, i miei
Giusti decreti e per sovrano il Figlio
Ch'ebbe per dritto de' suoi merti il regno,
Sia con la forza domo. O de' miei prodi
Prence, Michele, e tu ch'a lui sì presso
Stai per valore, o Gabrïel, di questi
Miei figli le invincibili coorti
Alla pugna guidate, incontro all'empie
Turbe un numero egual de' miei s'affronti
Angeli innumerevoli: col ferro
E con le fiamme intrepidi assalite
L'iniqua ciurma, e fin del ciel sull'orlo
Non cessate inseguirla: in bando eterno
Lungi da me nel Tartaro sia spinta,
Che a divorarla già l'avide gole
Spalanca e gli affocati immensi abissi.
Così parlò quell'alta voce, e il monte
Cominciò tutto d'improvvise nubi
Ad oscurarsi e tra fumose ruote
D'ora in ora a mandar vampe e baleni,
Di svegliato furor tremendo segno.
Nè spaventosi men dall'alta cima
I feri accenti dell'eterea tromba
Rintonaron repente. In quadra, densa,
Irresistibil, taciturna massa
Tosto s'avanzan le falangi al suono
Di bellica armonìa che loro in petto
Sparge un eroico ardor, sotto i raggianti
Lor duci che di numi hanno sembianza,
Di numi armati a sostener del nume
La causa e del Messìa. Non monte opposto,
Non stretta valle o bosco o fiume arresta
Il corso lor, nulla scompone il saldo
Indissolubil ordine; che i vasti
Fendeano empirei campi alto dal suolo,
E le lor sosteneva orme leggiere
L'aere soggetto. In ordinate file
Dinanzi a te le aligere caterve
Qui s'affrettâr così, quando lor desti
I varj nomi. Spazïosi regni,
Smisurate provincie, onde sol fora
Quest'umil terra un breve tratto, indietro
Il campo si lasciò. Verso Aquilone
Sull'orizzonte più remoto alfine
Vasta pianura ecco apparir che sembra
In aspetto guerrier da un margo all'altro
Una continua fiamma, e più d'appresso
Presenta al guardo un folto orrido bosco
Di dardi e d'aste; innumerabili elmi,
E scudi innumerabili, dipinti
Di pompose divise. Era Satáno
E gli empj suoi che furïosi all'armi
Eran già corsi, ed occupar di Dio
Credean per forza o per sorpresa il monte
Quel giorno stesso, e sul supremo soglio
Quell'invido locar fellon superbo.
Vani, stolti disegni, a mezzo il corso
Frastornati, dispersi! A quell'aspetto
Dubbio pensier da pria ci scosse. - Ah! dunque
Il cielo incontro al cielo, Angeli incontro
Angeli affronteransi? Essi che, figli
D'un sol gran padre, tante volte e tante
Furon compagni alle medesme feste
D'amor, di gioia, ed intuonaro insieme
Inni all'Eterno? - Entro il suo cor ciascuno
Di noi così dicea, quando di guerra
Il ruinoso suon troncò repente
Ogni dolce pensiero. Alto nel mezzo,
Su cocchio rifulgente a par del sole,
Il disertor del ciel, bugiarda imago
Di contraffata maestà divina,
Satán da lungi apparve intorno cinto
Di fiammeggianti Cherubin che schermo
D'aurei scudi gli fean: dal soglio eccelso
Ei balza quindi al suol: chè breve omai
E tremendo intervallo una dall'altra
De' campi dividea l'orride fronti
(Sterminata ordinanza!), e a lunghi passi,
Superbamente torreggiando, innanzi
Alle prime sue schiere ecco s'inoltra,
Tutto coperto d'adamante e d'oro,
Sull'orlo della pugna. A quell'aspetto
Freme Abdïello di magnanim'ira,
Abdïel che infiammato a illustri imprese
Tra i più prodi guerrier là stava, e seco
Così ragiona: - Oh cielo! e tanta ancora
Riman divina imago ove più fede
E lealtà non è? Perchè la possa
Colla virtù non manca, e 'l più superbo
Non diviene il più fiacco? In vista ei sembra
Invincibile, è ver; pur io, fidando
Nel tuo soccorso, onnipossente Dio,
Affronterollo, e d'atterrarlo ho speme
Al par di sue ragion fallaci e vane.
Sì, giusto è ben che vincitor nell'armi
Anco sia quei che insuperabil stette
Campion del Vero; e se vil guerra infame
Move la forza alla ragion, ben dritto
È che forza maggior la forza abbatta.
Sì parlando fra sè, fuor dell'armato
Suo stuol si slancia e 'l fier nemico, acceso
Di maggior rabbia a tal baldanza, affronta
E 'l rampogna così: - Scontrato alfine
Tu sei, fellon superbo? Era tua speme
Giugner senza contrasto all'alta meta
De' tuoi disegni rei? trovar pensasti
Pel terror di tua possa o per la forza
Di tua lingua deserto il divin soglio,
Il soglio di quel Dio ch'osti infinite
Trae con un cenno dalla polve fuora,
Di lui che stende il solitario braccio
Di là d'ogni confino, e con un lieve
Suo tocco, ei sol, te annichilar con quante
Schiere hai d'intorno, e giù nel buio eterno
Sommergere ti può? Ciascuno, il vedi,
Non seguì tuoi drappelli; ha Dio tuttora
Per sè qualche fedel: cieco a te cieco
Io parvi allor che a te, che a tanti iniqui
Oppormi osai: solo or non sono, e chiaro
Scorgi, ma tardi, che talor sol uno
Segue il dritto sentier, mentr'erran mille.
- Mal per te (disdegnoso a lui risponde
E torvo il gran nemico) il primo giungi,
Primo ti cerca la vendetta mia,
E primo avrai la tua mercè. Cotanta
Audacia tua che nel Senato augusto,
Ove raccolta stavasi la terza
Parte de' numi, ad innalzar ti spinse
Sedizïose voci, il braccio mio
Primiera sentirà. Niuno è fra questi
Che, mentre in cor l'eterea fiamma e 'l divo
Valor si sente, riconoscer voglia
Onnipotente alcuno. Alto desìo
Di gloria inver, ma periglioso troppo,
Ti spinge innanzi agli altri, e grato assai
Fiami il mostrar in te qual sia la sorte
Che lor sovrasta. Un qualche istante io solo
Sospenderolla, onde non sia tuo vanto
Il mio tacere. Odimi dunque: a Spirti
Celesti io mi pensai che fosse il cielo
E libertade una medesma cosa;
Ma veggo or ben che di torpore ingombro
Il numero maggior, tra feste e canti
Sol uso, ama il servir. Tai son le vili
Tue torme di cantori, imbelli schiavi,
Ch'osan servaggio a libertade opporre,
E tai quest'oggi il paragon dell'armi
Li mostrerà. - D'uno in un altro errore
(Torvo Abdïel soggiunge) ognor t'avvolgi,
Ribelle spirto, e poichè 'l dritto calle
Abbandonasti, anco avvolgendo sempre
T'andrai vie più. Dov'è il servaggio allora
Che quanto vuol natura e Dio s'adempie,
E sì sublime è di chi regna il merto?
Qual paragon fra noi, fra Dio? Chi saggio,
Chi buon, chi degno, chi possente al paro
Esser puote di lui? Ben quegli è schiavo
Che uno stolto signore a te simile
Scêrsi potè, che di servir sofferse
Un ribelle, un fellon: così codeste
Torme servono a te, così lo schiavo
Di te stesso tu sei, tu ch'osi audace
Il glorïoso ministero nostro
Rinfacciarci empiamente: a te dovuto
Regno è l'inferno, e là tra ferri aspetta
Il guiderdon di tua perfidia: in cielo
Eternamente io servirò l'Eterno,
Fedele e pronto osservator de' suoi
Giustissimi comandi. Abbiti intanto
Quell'omaggio che merti. - Ei dice, e sopra
Il superbo cimier ratto gli avventa
Con gran tempesta un colpo. Occhio o pensiero
Prevenir non potea, non che lo scudo
Tanta ruina. Barcollando indietro
Ben dieci lunghi passi andò Satáno,
Piegò i ginocchi alfin, ma si sostenne
Sulla sua lancia smisurata. Un monte
Così talor la ringorgata possa
D'acque o gl'irati sotterranei venti
Dal suo sito trabalzano e con tutti
I pini suoi l'affondan mezzo. Un alto
Stupor assalse le ribelli squadre
E rabbia anco maggior, veggendo a un tratto
Il lor più prode a terra: un lieto grido
Con fausto augurio alzano i nostri, e un fero
Di battaglia desìo gl'infiamma. Allora
Michele impon che della mischia il segno
Dia la gran tuba. Ne rimbomba tutta
Del ciel l'ampiezza, ed il celeste Osanna
Le fide schiere intuonano. Non stette
L'oste nemica a bada, e al fero scontro
Non men fera scagliossi. Or procellosa
Furia s'innalza e non più udito in cielo
Fragore immenso, universal: le urtate
Armi rendon discorde orribil suono,
E metton fiamme e folgori le ruote
Degli enei carri; d'infocati dardi
Fischia per l'aere un così denso nembo
Che quasi sotto ad ignea vôlta copre
L'un'oste e l'altra; di terribil mugghio
Lungi rintrona il cielo, e se allor v'era
La terra, tutta si sarìa la terra
Scossa dall'imo centro. In te stupore
Non desteran miei detti, o Adam, se pensi
Che d'ambo i lati milïoni insieme
D'Angeli s'affrontaro, onde sol uno
E 'l minimo di lor, brandito avrebbe
Questi elementi ed agguagliato tutta
La forza di lor masse. Or qual dovea
Dei due campi infiniti esser la possa
E l'urto immensurabile, bastante
Tutto a crollar dalle sue sedi il cielo,
Se quei che tutto può, certi confini
Alle lor forze non ponea? Là sembra
Un numeroso esercito ogni schiera,
E ad una schiera rassomiglia in forza
Ciascuna destra. A valoroso duce
È pari ogni guerrier, ciascun sa quando
Avanzarsi o star dee, quando lo sforzo
Della pugna girar, quando le file,
Fieri solchi di guerra, a chiuder s'hanno,
Quando ad aprir: niun di ritratta o fuga
Pensier, niun atto ignobile: ciascuno
Fida in se stesso, e nel suo braccio solo
Par che riposta la vittoria estimi.
Degne d'eterna fama illustri imprese
Ed infinite han loco; ampia si sparge
La zuffa e varia; or sullo stabil suolo
Fermano il piede, or sul vigor dell'ali
Ergonsi l'aria a tempestar che sembra
Tutta di foco un procelloso campo.
Dubbia per lungo tempo in lance eguale
La battaglia pendè, quando Satáno
Che valor portentoso avea dimostro
Tutto quel giorno e niuno a sè nell'armi
Trovato egual, colà s'avviene alfine
Ove dei Serafin più densa e fera
Arde la mischia, e di Michel la spada
Scorge che intere squadre a un colpo miete.
Alto brandito ad ambe man con lena
Immensa discendea l'orribil ferro
Sterminator. Ratto colà Satáno
S'affretta ad impedir tanta ruina,
E 'l suo scudo di decuplo adamante
V'oppon, rotonda, vasta, alpestre mole.
Al suo venir l'Arcangelo possente
Rattiene il braccio distruttore: ei spera
Che, sottomesso e strascinato in ceppi
Il duce de' ribelli, avrà pur fine
Quell'intestina guerra, e torvo il ciglio,
Acceso il volto, a dirgli prende: - Iniquo
Autor del male, del mal che nome ignoto
Fu sempre in cielo e v'infierisce or tanto
Con quest'acerba abbominevol lutta,
Di cui pur debbe alfine a te sul capo
Ed a' seguaci tuoi cadere il danno,
Ah! com'hai tu di quest'eterna pace
Il bel seren turbato ed a natura
Gittati in sen col tuo delitto i primi
Germi d'ogni miseria! ahi come in tanti
Già puri e fidi, or traditori e felli
Stillasti il tuo velen? Ma non pensarti
Di turbar qui l'almo riposo: il cielo,
Che di letizia è sede, opre non soffre
Di vïolenza e guerra, e in bando eterno
Da sè ti scaccia: vanne, e teco mena
Il male, empia tua prole; entro i suoi golfi
Te colla ciurma tua l'inferno attende.
Il tuo furor laggiuso e le tue trame
Traggi con te, laggiù t'affretta innanzi
Che questa spada ad eseguire imprenda
La tua condanna, o pria che l'ali impenni
L'ira divina e colaggiù t'avventi
Con pena assai maggior. - Tu pensi (bieco
Gli risponde Satán) col vano fiato
Di tue minacce atterrir lui che ancora
Non potesti coll'opre? Il men gagliardo
Hai tu de' miei per anco in fuga spinto,
O abbattuto così che tosto invitto
Non risorgesse? E or me più agevol stimi
Piegar co' detti imperïosi e quinci
Scacciarmi colla voce? Ah folle! questa
Che tu di fellonia chiamare ardisci,
E noi chiamiam di gloria alta contesa,
Così non finirà. Coll'armi in pugno
O qui trionferemo, o queste sedi
Noi cangeremo in quel medesmo inferno,
Di che tu cianci, liberi pur sempre
Se regnar non possiam. Tue forze estreme
Or tu raduna, e quelle insiem di lui
Che chiami onnipossente, anco v'aggiungi;
Non fuggo io, no, chè da lung'ora in cerca
Di te mi raggirai. - Dissero, e pronti
Eccoli al gran cimento. Or qual potrebbe
Lingua, benchè celeste, i fatti eccelsi
De' due campioni raccontare? e quale
Poss'io quaggiù fra le terrene cose
Paragon ritrovar che a tanta altezza
Di divino valor sollevi ed erga
L'umano imaginar? chè ben di numi
Hanno sembianza alla statura, all'armi,
Se movono, se stanno, atti del cielo
A decider l'impero. Or l'ignee spade
Ruotano e in fulminosi orrendi cerchi
Squarciano l'aere: due gran soli opposti
Sembran gli ardenti scudi. Orror, stupore
Le schiere ingombra, che repente indietro
Si fan, lasciando ai due guerrier sovrani,
La 've più folta era la mischia, un largo
Campo nel mezzo. Anco è periglio l'aura,
Che fischia e rugge ai colpi lor. Men grande
Fora l'urto e 'l fragor, se, di natura
L'ordin sconvolto e fra i celesti globi
Insorta guerra, furïosi incontro
L'uno dell'altro si scagliasser due
Astri nemici in mezzo al cielo e insieme
Confondesser le sfere. Ecco ad un punto
Ciascun di loro il poderoso braccio
Che sol dal divin braccio è vinto in forza,
Alza e tal colpo libra, onde per sempre
La gran contesa alfin decisa resti,
Era egual la destrezza, egual la possa;
Ma il brando che a Michel lo stesso Dio
Diè di sua mano, e dalla rocca avea
Dell'armi sue già tolto, è di tal tempra
Che al suo terribil filo acuta o salda
cosa non regge. Di Satán la spada
Che d'alto scende ruïnosa, a mezzo
L'aer esso incontra e ratto in due la parte;
Nè s'arresta Michel, ma con veloce
Giro al nemico d'un rovescio fende
Profondamente il destro lato. Allora
Satán da pria sentì 'l dolore, e tutto
Si contorse e fremè: sì fero e crudo
Gli aprì le membra quel superno acciaro!
Ma la sostanza eterea, a lungo mai
Non divisibil, con stupendo e pronto
Ricorrimento ammarginossi. Un rio
Di nettareo sgorgò sangue celeste
Dalla gran piaga fuor, qual dai superni
Spirti uscir puote, e il già sì terso arnese
Tutto gli tinse. D'ogni lato a un tratto
In suo soccorso e in sua difesa molti
Volâr de' suoi più forti, e su gli scudi
Altri al suo carro il riportaro intanto
Fuor della pugna. Ivi il posâr ringhiante
D'atroce rabbia, di dolor e d'onta,
Chè scorge aver chi lo pareggia, e doma
Sente cotanto quell'audace speme
D'agguagliarsi all'Eterno. Ei riede tosto
Sano però qual pria: chè all'uom simìli
Non son gli spirti già, ma vigor pari
Hanno di vita in ogni parte, e solo
Distrutti appien, ponno morir. Somiglia
La lor testura al fluido aere leggiero
Che scisso appena, è riunito: in essi
Tutto spira, ode, vede e sente e pensa,
E a grado loro or dense forme or rare
Prendon, vario color, vario sembiante,
Varia statura. Non men degne intanto
D'eterna fama luminose imprese
Han loco in altro lato ove il possente
Gabrïele combatte, e 'l denso stuolo
Del feroce Molocco urta e rovescia
Innanzi a' suoi stendardi. In suon d'orgoglio
Vantava questi strascinar avvinto
Del suo carro alle ruote il pio guerriero,
E contro il Santo Unico in ciel dal negro
Labbro scagliava empie bestemmie, allora
Che d'un subito colpo infino al cinto
Rimase fesso, e con squarciato usbergo
E fieri urli fuggì. Sull'una e l'altra
Ala Urïele e Rafaello in fuga
Spinsero i lor nemici Adramelecco
Ed Asmodéo, benchè membruti ed alti
E armati d'uno scoglio d'adamante,
Due Troni potentissimi e superbi
Ch'esser da men che numi aveano a sdegno;
Ma da ferite orribili squarciati
Per entro a piastra e maglia appreser tosto
Meno audaci pensier. Nè lento è altrove
A travagliar le ribellanti torme
Il valente Abdïel, chè stende al suolo
Con raddoppiati spaventosi colpi
Arïele, Arïocco, e quell'orrendo
Turbine Ramïel, da fero foco
Inceso ed arso. Or qui di mille e mille
Narrar le gesta ed eternare i nomi
Sulla terra potrei; ma quegli eletti
Spirti, contenti di lor fama in cielo,
D'umane lodi non si prendon cura;
E de' nemici lor, sebbene in possa
Meravigliosi ed in guerriere prove,
E di fama bramosi, il ciel per sempre
Ogni memoria cancellò da' suoi
Sacri volumi; onde nel nero obblìo
Si lascin senza nome. Allor che forza
È da giustizia e verità divisa,
Sol merta onta e disprezzo, ancor che aspiri
A gloria e cerchi coll'infamia fama:
Copra quegli empj alto silenzio eterno!
Dell'oste avversa i più famosi e forti
Già vinti e domi, ad ondeggiar comincia
L'intero campo loro, in molte parti
Percosso e rotto. Entra pertutto cieca
Confusïon, scompiglio; è sparto il suolo
Di fracassati arnesi; ignei spumanti
Corsieri e carri e condottieri insieme
Giaccion sossopra in spaventevol monte
Chi abbattuto non è, stanco s'arretra,
Spossato, trafelante; omai da freddo
Spavento presa e da languore oppressa
La maggior parte de' nemici, inetta
È alla difesa; in vergognosa fuga
Tutti già vanno. Del lor fallo in pena,
La tema ed il dolore, a cui suggetti
Non eran per l'innanzi, essi la prima
Volta or provaro. Tal non fu la sorte
Delle sciolte da colpa elette schiere:
In cubica falange intera e salda
Elleno s'avanzâr: delle lor armi
Egregia, impenetrabile è la tempra
Instancabile il braccio, e benchè smosse
Per la forza talor d'urto possente
Sien dal lor posto, pur sicure e immuni
Son da ferite e duol: grazia sovrana
Che alla lor fedeltade Iddio concede.
Alfin la notte ripigliando il corso
Pel fosco ciel, tregua e silenzio impone
Al fero suon dell'armi, ed ambo accoglie
Sotto al suo manto il vincitore e 'l vinto.
Sul conteso terren co' prodi suoi
Accampossi Michele, e a guardia intorno
Folgoreggianti Cherubin dispose:
Ma d'altra parte sotto l'ombre intanto
Sparve Satán co' suoi ribelli, e lunge
Ad attendarsi andò. Di rabbia pieno,
Di riposo incapace, ei là raguna
A notturno consiglio i suoi più grandi,
E impavido fra lor così favella:
- Or sì conosco il valor vostro a prova,
Compagni amati, e la passata pugna
Non solo insuperabili, non solo
Degni di libertà, troppo per noi
Umile oggetto, ma d'onor, d'impero,
Di gloria e fama degni appien mostrovvi.
Voi quanto il re del cielo aveva intorno
Al trono suo di più possente, in questo
Dì sostenuto avete, e se il poteste
Intero un dì, voi nol potrete ancora
Eterni giorni? Egli credea bastanti
Quelle sue forze a soggiogarci; eppure
Nol furon esse. Ad ingannarsi è dunque
Colui soggetto che infallibil sempre
Noi stimammo finor. D'armi men salde
Coperti, è ver, provato abbiam pugnando
Qualche svantaggio, e il non sentito in pria
Dolor sofferto, ma sprezzarlo ancora
Tosto sapemmo. Or sì veggiam per prova
Che a mortal danno soggiacer non puote
La nostra empirea forma, e le divise
Membra innata virtù tosto risalda.
D'un così lieve male anco fia lieve
Il riparo trovare: armi più ferme,
Dardi più violenti, in novo scontro
O ci daran vittoria, o in lance eguale,
(Giacchè eguali in valor ci fe' natura)
Terran sospeso della guerra il fato.
S'altra ascosa cagion rese migliore
L'ostil fortuna, mentre ancor serbiamo
Tutto il vigor di nostre menti illeso,
Or qui s'indaghi, ed il comun consiglio
Là ci discopra. - Ei siede, e in piè Nisroco
Tosto si leva, fra que' Prenci il primo.
Egli, dal crudo agon scampato appena,
Smagliata, infranta ha l'armatura, e tutto
Rabbuffato, affannato e fosco in vista
Così risponde: - O de' diritti nostri
Sostenitor magnanimo, o possente
Nostro liberator, sì, troppo è dura
Anco per numi e diseguale impresa
Pugnar con armi diseguali, e contro
Chi non ligio al dolor scaglia il dolore
Insiem coi colpi, ed ogni danno quindi,
Ogni nostra ruina uopo è che nasca.
Che mai giova il valor, che mai la possa,
Ancorchè senza pari, incontro ai crudi
Assalti di quell'aspro orribil senso
Ch'ogni più forte braccio abbatte e snerva?
Star privi del piacer ben si può forse
E la vita passar contenta e queta
In calma placidissima profonda;
Ma de' mali il peggior, miseria estrema
È il cruccio del dolor, che, giunto al colmo,
Rovescia ogni costanza. Or se avvi alcuno
Che inventar sappia con qual forza ed arte
Agl'inimici nostri intatti ancora
Possiam recare offesa o armarci almeno
Di schermo egual, nostra salvezza e quanto
Gli si convien per sì gran merto a dritto,
Noi gli dovrem. - Con grave ciglio a lui
Satáno allor: - Quel che all'impresa estimi
Tu di tanto momento, io qui l'arreco
Già divisato. Al rilucente aspetto
Di questo spazïoso etereo suolo
Tutto così di vaghe piante adorno,
D'ambrosj fiori e frutti e gemme ed oro,
Chi di noi volge un guardo e insiem non scorge
Che di quanto quassuso appar di fuore
Ei serbar dee gli occulti semi in grembo?
Sì, nell'ime sue viscere covando
Di spiritosa ignea natura stanno
Scure e crude materie in fin che tocche
Da' rai celesti e sviluppate e scosse
Rompan l'alta prigione e varie e vaghe
S'aprano al chiaro dì. Queste dall'alte
Latebre lor d'infernal fiamma pregne,
Trarransi fuora; in fondo a vôti ordigni,
Lunghi, rotondi in pria compresse, e quindi
Con igneo tocco ad un spiraglio angusto
Repente accese, con tonante scoppio
Avventeran contro lo stuol nemico
Tai di ruina orribili strumenti
Che quanto opponsi, fracassato, sparso,
Sterminato saranne, e sbigottita
Crederà l'oste quel fulmineo telo
Al Tonante di man strappato alfine.
Breve fia l'opra, e innanzi al dì l'evento
Compierà nostre brame. Ogni timore
Sgombrate intanto e dell'usato ardire
Armate il cor. Quando consiglio e forza
Congiunti son, non che mancar di speme,
Piana stimar dovete ogn'ardua impresa.
Con questi detti i lor languenti spirti
E la cadente speme egli ravviva.
La gran scoperta ognuno ammira, ognuno
Rapita a sè la crede: agevol tanto
Suol apparir quel che, mentr'era ignoto,
E scuro ed arduo ed impossibil parve!
Forse avverrà nelle future etadi,
O Adam, se fia che il mal prevalga e inondi
Questa or sì bella e fortunata terra,
Forse avverrà che alcun de' figli tuoi,
Agli altrui danni inteso, o dall'inferno
Inspirato ed instrutto, anco una volta
Que' feri ordegni e la satanic'arte
Dalle tenebre tragga, un don fatale
Al guasto per le colpe uman lignaggio,
Oimè! ne faccia, e delle mutue stragi
Moltiplichi le vie! Repente all'opra
Volò ciascun, nè in argomenti e dubbi
Quel consesso trattenne; a un tratto pronte
Fur mani innumerabili, ad un tratto
Un ampio giro del celeste suolo
Volser sossopra, e in lor recessi oscuri
Gli alti primordj e le segrete fonti
Miraron di natura: ivi del foco
Gli alimenti trovaro, informi masse
Di nitro e zolfo che mischiate in pria,
Poi con arte sottil disposte e secche
In negri sceverâr minuti grani
E ne feron conserva. Altri le vene
Delle pietre cercaro e de' metalli
(Nè dissimili viscere ha la terra),
E ne formaro i cavi ordigni e i globi
Fulminei rovinosi: altri i ministri
Di ratta fiamma calami provvide,
E così pria del rinascente albòre,
Sotto la sola consapevol notte,
Cheti, guardinghi, inosservati il tutto
Apprestaro e compiero. Or quando in cielo
Il bel mattin sorgea, sursero anch'essi
Gli Angeli vincitori: il suon di guerra
Sparse la tromba, e di lor armi d'oro
Da capo a piè coverte, in un istante
Tutte ordinârsi le raggianti schiere;
E tosto alcuni lievemente armati
Dagli albeggianti colli andaro intorno
Ogni piaggia spiando, ove il nemico
Siasi accampato, se alla pugna riede,
Che fa, se move o stassi. Ecco ad un tratto
Indi non lungi le ondeggianti insegne
Ne scorgon essi; ei s'avanzava in lenta,
Ma forte e salda massa. Indietro allora
Sovr'ali rapidissime di foco
Rivola, Zofïel, fra tutti i messi
Quei ch'ha più ratta e infaticabil penna,
E in mezzo l'aere alto sì grida: - All'armi,
Guerrieri, all'armi; ecco il nemico, in fuga
Mal lo credemmo, ed inseguirlo in questo
Dì non dovrem: non paventate amici,
Ch'oggi ci sfugga; ei vien qual densa nube,
E un risoluto disperato ardire
Ha in volto: ognun l'adamantino usbergo
S'adatti bene, ognun l'elmo si calchi
In testa, e forte il tondo scudo imbracci;
E questo il dì, s'io ben raccolgo i segni,
Che lieve pioggia no, ma ruïnosa
Cadrà tempesta di fiammanti strali.
Ei così parla alle già pronte squadre,
Ch'alla battaglia d'ogn'impaccio sciolte
Mosser repente, nè di là lontano
Il nemico scoprîr che denso e vasto
S'inoltrava con gravi alteri passi
In cubica falange, e ad essa in mezzo
Dai profondi squadron coperte e ascose
Le infernali sue macchine traea.
Fermârsi alquanto uno dell'altro a fronte
I due campi nemici allor che fuori
Delle sue schiere si lanciò Satáno,
Ed alto gridò loro: - A destra e a manca
S'apran le file, e veggan tutti omai
Quei che ci odian così, che accordo e pace
Da noi sol vuolsi, e con aperte braccia
Pronti siamo ad accôrli, ov'essi il tergo
A noi non volgan disdegnosi e crudi:
Di ciò sto in forse: testimone il cielo
Ne sia però che quanto a noi s'aspetta
Tutto compiemmo: or voi ch'io già de' miei
Disegni instrussi, le proposte nostre
Fate udir loro in brevi accenti e forti.
Queste ambigue parole ei disse appena,
Ch'a destra e a manca aprendosi veloce
Di sue schiere la fronte ripiegossi
Sull'uno e l'altro fianco, e agli occhi nostri,
Spettacol novo e strano! a un tratto offerse
Di cavi bronzi triplicata fila,
Che su ruote girevoli distesi
E di quercia o d'abete a grossi tronchi
Abbattuti e rimondi in monte o in selva,
O a gran pilastri simili, vêr noi
Sporgean le minaccianti orride bocche.
Dietro ognun d'essi un Serafin si stava
Che un calamo scotea d'accesa punta,
E mentre noi ne' pensier nostri assorti
Stiamo e sospesi, ecco di lor ciascuno
A un picciol foro la sua canna appressa
Con lieve tocco. D'improvvisa vampa
Tutto arse il ciel, di vortici fumosi
Tutto ingombrossi; un fiero tuon muggìo
Dalle profonde vomitanti gole
Di quegli ordigni, che dell'aere tutte
Le viscere squarciò: di ferrei globi,
D'incatenate folgori ad un punto
Contro noi rapidissima s'avventa
Grandinosa tempesta: in piè restarsi
Niun potè a tanta furia, ancor che saldo
Stesse qual rupe; ma rinfusi a mille
E a mille i guerrier nostri uno sull'altro
Precipitaro in un momento, e l'armi
A quel disastro ebber gran parte. Ah! senza
Il grave ingombro loro, in spazio breve,
Come a natura spiritale è dato,
Ristringendosi a un tratto, o con obbliquo
Veloce slancio avríen schivar potuto
Tanta ruina. Or tra le fide schiere
Tutto è scompiglio, e attonito ciascuno
Più che farsi non sa; chè s'elle incontro
A' nemici si scagliano, già in atto
Sta d'avventar l'irresistibil nembo
De' fulmini secondi un'altra fila
Di Serafini. Inutile il coraggio,
Inutile il valor veggono i nostri,
Ma pur la fuga hanno in orror. Satáno
Trïonfator già credesi, già pari
Al Tonante, all'Eterno, e in detti amari
Li rampogna e deride. In ira accesi
Eglino di colà si tolgon ratti,
Gittano l'armi ed a' vicini monti
(Chè il cielo ancora offre di monti e valli
Il vario ameno aspetto, e a quell'imago
L'ebbe poi questo suol) corron veloci,
Volan quai lampi. Or qui l'estrema possa
Che negli Angeli suoi pose l'Eterno,
Ammira, o Adam! quelle montagne stesse
Afferran, scrollan, svellono dall'ime
Radici coi lor rivi e scogli e boschi;
Per l'irte cime abbrancanle ed in alto
Le brandiscon travolte. Assalse tutta
L'oste nemica uno stupore, un gelo,
Quando venirsi spaventoso incontro
Vide de' monti il rovesciato fondo,
E sotto il peso lor sepolti, oppresse
Restar gli ordigni suoi, le sue speranze;
Indi se stessa dalle masse enormi
Anco investita che piombavan d'alto
Per l'aria intenebrata, e mille a un tempo
Ricoprian di lor mole armate squadre.
Crebbero il danno le armature infrante,
Schiacciate e infitte in lor sostanza, ond'aspro
Duolo insoffribil nacque, un gemer cupo
Sotto quel carcer ponderoso, un lungo
Divincolarsi, uno strisciar di quegli
Spirti che prima alla più pura luce
Eran simíli, e di più grosse forme
Or il fallo vestì. L'esempio nostro
Seguono gli altri, e de' vicini colli
Squarciati e svelti s'armano; con fero
Urto e riurto a mezzo l'aere i monti
Cozzan coi monti, ed in terribil ombra,
Quasi sotterra, arde la pugna. È tanto
Il furore e 'l fragor, ch'ogn'altra guerra
Parebbe un gioco al paragon. Si mesce
Sullo scompiglio orribile scompiglio,
E tutto sparso di ruine il cielo
In ultimo conquasso ito sarebbe;
Ma il Padre onnipossente dal celeste
Penetrale, dov'ei securo siede
E la gran somma delle cose libra,
Previsto ben tanto tumulto avea
Ed il tutto permesso onde far pieno
L'alto proposto di mostrare al cielo
Dell'unto Figlio suo la gloria, e tutta
Palesar la sua possa in lui traslata
E vendicarlo appien. Quindi rivolto
Vêr lui che a lato gli sedea, sì disse:
- O fulgor di mia gloria, amato Figlio,
Nel cui sembiante l'invisibil mia
Divinità visibile si rende,
Esecutor de' miei decreti eterni,
Onnipotenza egual, passati omai
Due giorni son, quai li contiamo in cielo,
Che condusse Michel le mie falangi
A domar que' perversi. Atroce e dura
Fu la battaglia, qual dovea, fra tali
Nemici in lor balìa da me lasciati
E che uguali io creai. Degli uni il fallo
Tra loro, è ver, un disagguaglio ha posto,
Ma lento si parrìa, mentr'io sospendo
La gran condanna che sugli empj dee
Cadere un giorno, e troppo lunga fora
Così quest'aspra lutta. Omai tutt'ebbe
Il suo corso la guerra, e d'armi invece,
A' monti stessi ancor dato ha di piglio
Lo sfrenato furor che il ciel minaccia
Disfare omai. Due dì passaro, il terzo
È tuo, per te l'ho fisso, e fin qui tutto
Soffrii perchè sol tua la gloria fosse
Di trarre a fin guerra sì grande, e solo
Il potrai tu. Tanta virtude e tanta
Grazia io trasfusi in te che cielo e inferno
Conosceranno il tuo poter maggiore,
Siccome il mio; d'ogni confronto, e spenta
Questa rabida fiamma, unico e degno
Tu d'ogni cosa apparirai, qual merti,
Per la sacra unzïone, erede e rege.
Vanne perciò, nella paterna possa
Onnipotente, sul mio carro ascendi,
Guida le rote rapide crollanti
L'empirea mole, l'apparecchio tutto
Traggi di guerra fuor, trai l'arco e i tuoni,
Rivesti l'armi onnipossenti, il brando
Al fortissimo fianco appendi, incalza
Que' figli delle tenebre, da tutti
I confini del ciel nel più profondo
Baratro li sommergi, e a voglia loro
Laggiù il mio Nume e l'unto Re Messia
Imparino a sprezzar. - Disse, e sul Figlio
Tutta versò de' raggi suoi la piena,
E questi in volto tutto il Padre espresso
Mostrò ineffabilmente e a lui rispose:
- Padre e Signore de' celesti troni,
Primiero, Ottimo, Massimo, Santissimo,
Sempre esaltar mia gloria è per te dolce,
Per me la tua, qual debbo. È mio diletto
E vanto e gloria mia che tu dichiari,
Pago di me, tua volontade empiuta,
Di che beato io son. Scettro e possanza,
Tuoi doni, io lieto assumo, e ancor più lieto
Li deporrò, quando alla fine in tutti
Tu sarai tutto, io sarò in te per sempre,
E in me stesso del par tutti saranno
I diletti da te. Ma quei che abborri,
Abborro io pur non meno, e vestir posso,
Come la tua clemenza, il tuo terrore,
In tutto imagin tua. Cinto del sommo
Tuo potere io bentosto avrò dal cielo
Quegl'iniqui sbanditi e al fondo spinti
Del preparato a lor tetro soggiorno,
Alle catene tenebrose, al sempre
Immortal verme del pensier che osaro
Al giusto impero tuo, viva sorgente
D'ogni felicità, farsi ribelli.
Allora i Santi tuoi, lunge divisi
Da quegl'impuri, risonar faranno
Di sublimi alleluia il sacro monte,
Ed io primo fra lor. - Disse, inchinossi
Sopra il suo scettro, e dalla destra surse,
Dalla destra di gloria ov'ei sedea.
A rosseggiar la terza aurora in cielo
Già cominciava, ed ecco, in suon d'orrendo
Turbo, fuor balza rovinoso il carro
Della paterna Deità tra un folto
Scagliar di fiamme. Si raggiran mosse
Da interno spirto animator le ruote
L'une entro l'altre, ma ne reggon quattro
Forme di Cherubini il corso, e quattro
Ha ciaschedun meravigliose facce.
D'occhi, quasi di stelle, erano sparsi
Lor corpi ed ali; non men d'occhi piene
Le rote di berillo, e nel lor corso
Via via foco avventavano. S'incurva
Sopra il lor capo cristallina vôlta,
E di zaffiro un rilucente solio
Sorge sovr'essa, ove al più puro elettro
I varj suoi color l'iride mesce.
Coverto di tutt'armi il Figlio appare,
Ed il mistico arnese, opra celeste
In cui lampeggia manifesto il Vero
Per infusa virtù, si cinge al petto
E 'l carro ascende. La Vittoria a destra
Gli sta con aquilini agili vanni;
Pendongli l'arco e la faretra piena
Delle trisulche folgori sul fianco,
E di fumo, di vampe e di faville
Gli ruota e stride intorno orribil nembo.
In mezzo a innumerabili migliaia
Di Santi ei s'avanzò. Splendea da lungi
Il suo venir. Ben ventimila carri
(Già il numero io ne intesi) a destra e a manca
Schierati l'accompagnano; sublime
Su trono di zaffiro e sulle penne
De' Cherubini assiso, ei vien fendendo
Con immenso fulgóre i cristallini
Celesti campi. Scerserlo da prima
I suoi, che pieni d'esultanza e gioia
A un tratto fur, quando il gran segno in cielo,
Il suo drappel dagli Angeli portato,
Per l'aere balenò. Pronto Michele
Tutte riduce allor le sparse squadre
Sott'esso in un sol corpo. A sè davante
Il divino poter sgombra la via;
Torna ciascuno de' divelti monti
Alla sua sede; udîr sua voce, e tosto
Mossero obbedïenti: il ciel ripiglia
L'usato aspetto, e di novelli fiori
Ride sparsa ogni valle, ogni collina.
La sciagurata oste ribelle il vide,
Ma vie più s'ostinò; per nova pugna,
Stolta! raccolse le sue forze e speme
Prese dal disperar. Ah! rabbia tanta
In Spiriti celesti ebbe ricetto?
Ma quali meraviglie e quai prodigi
Quei pertinaci cor, quel cieco orgoglio
Potean piegar? La lor protervia a quanto
Più frangerla potea, si fe' più dura.
La vista di sua gloria in essi innaspra
Il dolore, il livor, e a tanta altezza
Pur agognando, a ricompor più feri
Si dan le squadre lor, per forza o frode
Fermi d'aver di Dio vittoria alfine,
O nell'estrema universal ruina
Cader ravvolti: di ritratta o fuga
Ogni pensier quindi han sbandito. Intanto
Alle fide coorti a destra e a manca
Il gran Figlio di Dio così favella:
- Statevi pur, d'Angeli e Santi o voi
Rifulgenti ordinanze, oggi dall'armi
Vi rimanete, de' suoi fidi accette
Furo all'Eterno le guerriere prove,
E il valore invincibile ch'ei dievvi,
Mostraste appien; ma ad altra man s'aspetta
Su quella ciurma rea scagliar la pena;
Egli medesmo il debbe, o il braccio solo
Ch'ei destinò vindice suo. Di questo
Giorno l'impresa, no, d'armate mani
Copia non chiede. Statevi, e mirate
Come di Dio per me sovra quest'empj
Si versi l'ira. Io fui, non voi, l'oggetto
De' lor dispregi, anzi del lor livore,
E tutta contro me lor rabbia han volta,
Perocchè il Padre, a cui del ciel la somma
Gloria appartiensi, la possanza e 'l regno,
A suo grado onorommi. Il lor gastigo
Ei quindi a me rimise, ei vuol che a prova
Vengan, com'è lor brama, e chi più forte
Di noi pugnando sia, scorgano alfine,
Od essi insieme, o contro loro io solo.
Tutto è per lor la forza; ogn'altro pregio
E chi in quello gli avanza, hanno in non cale;
Fuorchè di forza dunque altra contesa
Con essi aver non vo'. - Disse, e il sembiante
Di tal terror vestì, che alcun la vista
Non potè sostenerne, e furïoso
Su i nemici si spinse. A un punto i quattro
Cherubini spiegâr l'ampie stellate
Ali che fean congiunte orribil'ombra;
E col fragor di ruinoso fiume
O d'oste innumerabile, si mosse
Il fero carro. Contro gli empj, fosco
Qual notte, egli s'avventa; il fisso empiro
Tutto crollò sotto l'ardenti ruote,
Fuorchè il trono di Dio; già loro è sopra,
Già dieci mila folgori nel pugno
Stringe, innanzi gli manda, e, tra le folte
Schiere balzando, atroci spasmi infigge
Nell'alme scellerate. Ecco ciascuno
Di quegli audaci ogni coraggio e forza
Perduto ha già, lor cadono di mano
Le inutili armi: sopra scudi ed elmi
E d'elmo invan coperte teste ei passa
Di stramazzati Serafin possenti
E Troni che, qual schermo al suo furore,
Le divelte montagne allor bramaro
Aver pur anco addosso. In ogni parte
Fioccan non meno tempestosi i dardi
Dalla faccia quadruplice dei quattro
Tremendi occhiuti e dalle vive ruote
D'occhi infiniti anch'esse sparse. Tutti
Gli regge un solo spirto; ogni occhio spande
Su i maladetti orrido lume, e tale
Scocca foco feral che infermi, emunti
Tutti li lascia del vigor primiero,
Sbigottiti, sfiniti, oppressi e domi.
Pur la metà del suo poter non volle
Mostrare il vincitor, ma a mezzo il corso
L'empito di sue folgori rattenne;
Chè struggerli non già, ma sol dal cielo
Sterminarli disegna. Egli dal suolo
Gli abbattuti rïalza, e a sè davanti,
Qual affollata paurosa mandra,
Con furie e con terror gl'incalza e spinge
Agli estremi confini, al cristallino
Muro del ciel, ch'ampio si fende, indentro,
Si ripiega, s'attorce, e vêr gli abissi
Vasta disserra spaventevol gola.
A quella vista mostruosa indietro
Trassersi con orror, ma li rìpinse
Lo spavento maggior che aveano a tergo:
Dall'altezza del ciel giù capovolti
Gittansi, ed han l'ardente, eterno sdegno
Sempre alle spalle per l'immensa via.
L'insoffribil fragore udì l'inferno,
E vide il ciel precipitar dal cielo;
Tremonne tutto e ne fuggìa, se meno
Alto gittate il Fato avea le nere
Sue basi e meno saldamente avvinte.
Cadder per nove dì: mugghiò stordito
Il Caosse, e del suo sconvolto regno
Ben dieci volte s'addoppiò l'orrore,
Tal l'ingombrò ruina! Alfin sue fauci,
Quant'eran larghe, spalancò l'inferno,
Tutti ingoiolli e sovra lor si chiuse;
L'inferno degna di quegli empj stanza,
D'inestinguibil foco atra vorago,
D'ogni dolor, d'ogni miseria albergo.
Scarco di lor s'allegra il cielo, e tosto
Richiude il muro suo, che al loco torna
Donde ravvolto s'era. Il trionfante
Suo carro indietro il vincitor ritorce:
Tutti gli Angeli suoi che muti in prima
Stavan sue gesta ad ammirar, con alti
Plausi gli vanno incontro, e in man ramose
Palme tenendo, ogni ordine lucente
Lui di vittoria Re cantando esalta,
Lui, figlio, erede e donno, a cui fu dato
Scettro, e 'l più degno è di regnar. Per mezzo
Al cielo in pompa trionfale ei passa
Alla sublime reggia, al tempio santo
Del Padre suo, che in trono eccelso assiso
Nella sua gloria lo raccoglie, ov'ora
Gli siede a destra nel gioire eterno.
Così agli oggetti di quaggiù le cose
Celesti assomigliando, a farti meglio
Per quel ch'avvenne accorto, io ti svelai,
Come bramasti, ciò che forse all'uomo
Fora stato altrimenti ognor nascoso;
Qual s'accese nel ciel discordia e guerra
Fra le angeliche squadre, e quanto acerba
Fu la sorte di lor che ribellanti
Con Satáno aspirar tropp'alto osaro.
Pel tuo felice stato or ei si strugge
D'amara invidia e macchinando stassi
Come sedur, come nel fallo stesso
Trar con seco ti possa, e di sua pena,
Dell'eterno suo duol vederti a parte.
Questo un sollievo, una vendetta fora
Dolce per lui che a far dispetto agogna
Al Re del ciel così. Chiudi l'orecchio
Al tentator nemico, avverti e reggi
Lei ch'è di te men forte, e quale il frutto
Sia del disubbidir, dalla tremenda
Narrata istoria aver ti giovi appreso.
Potean star saldi e caddero: rimembra
Il fero caso e di fallir paventa.

LIBRO SETTIMO

Rafaelo, pregato da Adamo, narra come e perché questo mondo fu creato che dio, dopo aver cacciato dal cielo Satáno ed i ribelli suoi Angeli, dichiarò il suo piacere di creare un altro mondo e altre creature che lo abitassero. L'Onnipotente manda il Figlio con uno splendido corteggio di Angeli a compiere l'opera della creazione in sei giorni. Gli Spiriti celesti la celebrano con inni e cantici e risalgono al cielo col Creatore.



Scendi, Urania, dal ciel, scendi, se questo
Nome a te si convien, la cui divina
Voce soave accompagnando, io m'ergo
Sopra l'Olimpio monte ed oltre il volo
Delle Pegásee favolose penne.
Un vôto nome io non invoco, ed una
Di quelle nove imaginate suore
Non sei per me, nè dell'Olimpo in vetta
La tua dimora è già: tu quella sei
Che nata in ciel pria che sorgesser colli
E scorressero fonti, insiem parlando
Colla germana Sapïenza eterna
E scherzando ti stavi innanzi al sommo
Padre e Signor, che de' tuoi dolci canti
Prendea diletto. Abitator terreno
Io, guidato da te, d'alzarmi osai
Fino all'empiree sedi e spirar l'almo
Purissim'aere che lassù tu spiri.
Tu salvo mi scorgesti; or salvo al pari
In grembo al mio natal basso elemento
Tu mi riduci, onde, portato a volo
Dal mio sfrenato corridor, qual cadde,
Ma da altezza minor, su i campi Aléi
Bellerofonte un dì, non caggia anch'io,
E vada errando abbandonato e solo.
Del canto la metà tuttor m'avanza;
Ma in più brevi confini e dentro il giro
Del sole or fia rinchiuso: io fermo il piede
In sulla terra alfine, ed oltre il polo
Non più rapito, con maggior baldanza
Spiego la voce che non muta o roca
Divenne ancor, sebbene in tempi rei,
In tempi rei sebbene e 'n triste lingue,
Sonmi avvenuto, e benchè buio intorno
E rischio e solitudine mi cinga.
Ma no, solo io non son, mentre tu vieni
Nel notturno silenzio i sonni miei
A visitar, celeste Musa, o quando
L'aurora innostra l'Orïente. Or segui
A reggere il mio canto; un scelto e degno
D'ascoltatori, ancor che piccol stuolo,
Tu gli procura, e 'l barbaro fragore
Lungi tienne di Bacco e dell'insana
Seguace turba sua, turba discesa
Dalla schiatta crudel che mise in brani
Il Treïcio cantor, mentre al divino
Suo carme ebbon orecchie e rupi e selve,
Finchè il feroce urlar coperse e spense
L'arpa e la voce, e non poteo la Musa
Salvar il figlio suo; ma tu, che il puoi,
Soccorri a chi t'implora, o Dèa verace,
E non, qual essa, un vôto nome, un sogno.
Or di' che fu poichè col fero esempio
Di ciò ch'avvenne ai ribellanti Spirti
Ebbe l'Angel cortese instrutto Adamo.
Del destino che a lui sovrasta ancora
E a tutti i figli suoi, se in mezzo a tanta
Copia di frutti onde il bel loco abbonda,
Un sol vietato frutto, un sol comando
Sì lieve e dolce, ei non rispetta e serba.
Con Eva al fianco, in gran pensiero assorto,
Tacito, attento, di stupor ripieno
Egli ascoltato avea sì strane ed alte
Incomprensibil cose; odio nel cielo,
Guerra sì presso al Dio di pace, e in seno
Alla felicità scompiglio tanto:
Ma quando udì che il mal, qual verso il fonte
Onda rispinta, sopra lor ricadde
Da cui l'origin ebbe, il mal che starsi
Là non potea dove ogni ben soggiorna,
Tutti del cor gl'insorti dubbj appieno
Ei disgombrò. Novella brama intanto,
Innocente tuttora, in lui si desta
Di saper nuove cose e al suo destino
Congiunte più, come principio avesse
Questa dell'universo opra ammiranda,
Quando, perchè, come creata, e quanto
Dentro l'Eden o fuor, prima ch'ei fosse,
Era avvenuto; onde, qual è chi spenta
Non ha sua sete appieno e il rio pur guata
Che mormorando ancor a ber l'invoglia,
L'ospite suo celeste in questi accenti
Ei segue a dimandar. - Sublimi cose,
Meravigliose ad intelletto umano
E da queste terrene assai diverse
N'hai rivelate, o interpetre divino,
Per sovrano favor dall'alte sedi
Quaggiù mandato a farci a tempo instrutti
Di quel che tanto il pensier nostro eccede,
E che ignorato esser cagion potea
Della nostra ruina. Eterne quindi
Grazie rendiamo a quell'immenso Bene,
E col fermo, immutabile proposto
D'ognor far nostro il voler suo supremo,
A che fummo creati, i suoi benigni
Avvisi riceviam. Ma poichè tanto
Cortese tu ci fosti, e, come piacque
All'alta Sapïenza, a noi palesi
Così riposti alti misteri hai fatto,
Scender più basso alquanto or non t'incresca,
E quello raccontar che util non meno
Forse a saper ci fia; dinne com'ebbe
Principio questo ciel che sì sublime
E sì da noi lontan cotanti aggira
Sul nostro capo fiammeggianti lumi,
E quest'aere scorrevole che tutti
Empie gli spazj e mollemente abbraccia
L'alma, ridente terra intorno intorno.
Di' qual mosse cagion l'alto Fattore
Dal sempiterno suo sacro riposo
Questa gran mole a fabbricar sì tardi
Nel vôto grembo del Caosse, e in quanto
Tempo ebbe fin la cominciata impresa.
Sì, s'ei nol vieta, di svelar ti piaccia
Quel che non già per esplorar gli arcani
Dell'alto impero suo, ma sol per meglio
L'opere celebrarne e 'l santo nome,
Noi cerchiamo saper. Molto rimane
Al grand'astro del dì, benchè dechini,
Di suo corso tuttor. Della tua voce,
Dell'amabil tua voce al suon possente
Par che sospeso in ciel s'arresti e brami
Ei pure udir dalle tue labbra il grande
Suo nascimento, e come in pria natura
Surse dall'invisibile Profondo:
E se al par desïoso il suo cammino
Colla compagna luna Espero affretti,
Starà la notte ossequïosa, attenta
A' detti tuoi, sospenderà sue leggi
Il sonno anch'esso, o il terrem lungi infino
Che il bel canto tu compia, e verso il cielo
Pria del novello albór riprenda il volo.
Sì prega Adamo, e dolcemente a lui
L'Angel risponde: - E questo ancora ottenga
Il tuo modesto addimandar. Ma quale,
Qual è di Serafin lingua che possa
L'opre narrar del braccio onnipossente,
O mente d'uom comprenderle? Pur quello
Che intender puoi, quel che la gloria giovi
Ad esaltar del gran Fattore e meglio
A farti insiem del ben che godi accorto,
Negato non ti fia; tal ordin ebbi
Io colassù di satisfar la brama
Ch'hai di saper, se temperata e saggia
Ella sarà. Ma da tropp'alte inchieste
Rimanti, Adam; nè lusinghiera speme
Ti mova a rintracciar le arcane cose
Che alla terra ed al cielo in densa notte
Quel re sommo, invisibile, del Tutto
Solo conoscitor, cela e ravvolge.
Altro abbastanza a investigar rimane,
Altro a saper; ma la scïenza è quale
Corporeo nudrimento, e legge e modo
Frenarla dee sì che la mente abbracci
Sol quanto accoglier puote: ingordo eccesso,
Come le membra, anco lo spirto aggrava,
E 'l soverchio saper follìa diviene.
Odimi dunque, Adam: poichè dal cielo
Con le avvampanti legïoni in fondo
Ai disperati abissi, al suo gastigo
Precipitò Lucifero (tal nome
Ebbe l'Arcangel tenebroso allora
Che fra l'angelic'oste ei più splendea
Della vaga del dì foriera stella
Alle altre stelle in mezzo), e poichè indietro
Ritornò trïonfante il divin Figlio
Co' Santi suoi, l'immenso stuol mironne
Dal solio suo l'onnipossente Padre,
E disse a lui rivolto: - Ecco distrutta
Dell'invido nemico appien la speme,
Che tutte al par di sè pensò ribelli
Trovar le mie falangi e signor farsi
Di questa eterna, inaccessibil rocca
Con le lor forze e noi sbalzarne. Ei molti
Trasse in sua frode che per sempre han vôti
I seggi lor, ma il numero maggiore
Serba tuttora i suoi: popol bastante
I vasti a posseder celesti regni
Meco è rimaso, e de' solenni riti
E del dovuto ministero il santo
Tempio mancar non può. Ma perchè altero
Del già commesso mal l'empio non vada
Entro il suo core, e d'aver scemo il cielo
Con danno mio non pensi, apprenda il folle
Quanto m'è lieve il riparar quel danno,
Se alcun ve n'ha nel rimaner disgombro
Da que' perversi. Un altro mondo a un cenno
Fia creato da me: là fuor d'un uomo,
D'un uomo solo, un'infinita stirpe
D'altr'uomini trarrò ch'ivi soggiorni,
Finchè per proprio merto e dopo lunghe
Di fede e di pietà sincere prove
S'apra quassù la strada, in terra il cielo
Cangisi, in ciel la terra, e solo un regno
Entrambi sien d'eterna gioia e pace.
Tutte son vostre queste sedi intanto,
O Possanze del cielo, e tu, mio Verbo,
Unico Figlio, va, per te mi piace
L'opra eseguir, parla e sia fatta: io spando
L'adombrante mio spirito e la possa
Entro il tuo sen: fra termini prescritti
Tu impon che terra e ciel sorgano in mezzo
Del Profondo infinito e pieno solo
Di me medesmo che gli spazj tutti
Occupo dell'Immenso, ancor che dentro
Me stesso incircoscritto io mi raccolga,
Nè di mia Deità sempre dispieghi
Fuor la bontade: ell'è d'oprare o starsi
Libero appieno e sempre: a me non caso,
A me necessità non mai s'appressa,
E son lo stesso il mio Volere e 'l Fato.
Così parlò l'Onnipossente appena
Che il Verbo, il Figlio suo, quelle parole
Ad effetto recò. Men ratti assai
Dell'eseguir di Dio son tempo e moto;
Ma per le orecchie nelle umane menti
Con succedevol ordine sol ponno
Trapassarne le idee. Gran gioia e festa
Si sparse in tutto il ciel quando l'eterna
Mente s'udì. - Gloria al Sovran del Tutto
(Lassù cantossi), agli uomini venturi
Santo volere e in lor soggiorno pace.
Sia gloria a Dio, cui la giust'ira ultrice
Sbalzò dal suo cospetto e dall'albergo
De' giusti gli empj; a lui sia gloria e lode
Che il male stesso in suo saper profondo
Fa sorgente di ben; che i vôti seggi
A rïempir de' rovesciati Spirti,
Crea nuova e miglior stirpe, e sovra mondi
E secoli infiniti ampio diffonde
Di sue grazie il tesor. - Così cantâro
Tutte le gerarchie. La grande intanto
Opra a compir, d'onnipotenza cinto,
E di raggiante maestà divina
Incoronato, il Figlio apparve. Immenso
Amore e Sapïenza e tutto il Padre
In lui splendeva. Al cocchio suo d'intorno
Innumerabil numero s'affolta
Di Cherubini e Serafini e Troni
E Possanze e Virtudi; alati Spirti
E alati carri che a migliaia stanno,
Fin dall'eternità di Dio fra l'armi,
Pei celesti guerrier ne' dì solenni
Apparecchiati sempre, in mezzo a due
Monti di bronzo; ed or spontanei e presti
(Chè vivo Spirto gli anima e governa)
Accorrono di là. Spalanca il cielo,
Sovra i cardini d'ôr l'eterne porte
Con suono armonïoso innanzi a' passi
Del Re di gloria che venìa, possente
In sua parola e spirito, novelli
Mondi a crear. Sul margine celeste
Il divin Figlio, i folti carri e i Cori
Fermârsi, e, qual da lido, indi miraro
Il vasto immensurabile baràtro
Torbido, nero, altomugghiante, orrendo,
Qual mar ch'abbian dal fondo irati venti
Sossopra vôlto e degli ondosi monti
Spinte le cime ad assalir le stelle
E a confonder col centro il polo. Allora
Il Verbo creator: - Tacete, disse,
O tempestosi flutti, e tu, Profondo,
Plácati; i furor vostri abbian qui fine. -
Nè s'arrestò, ma sulle penne alzato
De' Cherubini, e di fulgór paterno
Tutto fiammante, nel Caosse addentro,
Nel Caosse che umìl sua voce intese,
Si spinse e nell'ancor non nato mondo.
In lunga schiera luminosa tutti
Gli venìan dietro i Santi suoi, bramosi
Di rimirar le maraviglie eccelse
Della sua possa e l'apparir primiero
Delle cose novelle. Arrestò quindi
Le ardenti ruote e l'aurea Sesta prese
Che custodita nel tesoro eterno
Di Dio si stava a circonscriver questo
Ampio universo e quanto in lui si serra.
D'un piè fe' centro, e per la vasta oscura
Profondità l'altro aggirando, disse:
- Fin qui ti stendi; ecco i confini tuoi,
La tua circonferenza è questa, o Mondo. -
Così 'l ciel cominciò, così la terra,
Materia informe e vôta. Un denso orrore
L'abisso ricoprìa, ma sull'ondosa
Calma le fecondanti ali distese
Lo Spirito di Dio; vital virtude,
Vital calore entro la fluida massa
Per tutto infuse, e in giù le fredde e nere
Fecce, nemiche della vita, spinse
E sceverò. Le varie cose quindi
Egli fuse e temprò; colle simìli
Aggroppò le simìli, e in varj siti
Il resto compartì; l'aere leggiero
Fra gli spazj ei diffuse, e in sè librata
Stette la terra al proprio centro appesa.
- Sia la luce, - Iddio disse, e fu la luce,
La prima delle cose, etereo spirto,
Vivido, puro, che dall'imo fondo
Emerse e per lo folto aëreo buio
Dal nativo Orïente il cammin prese
Conglomerata in radïante nube;
Chè il sole ancor non era, ed ella intanto
Quel nuvoloso tabernacol ebbe
Per sua dimora. Rimirò la luce
L'Eterno e sen compiacque: ei la divise
Dalle tenebre quindi, e giorno lei,
Notte queste appellò. Così compiuto
Fu il primo dì, sera e mattin; nè il folto
Celeste coro senza onor lasciollo,
Quando mirò dal cupo abisso fuora,
A guisa di vapor, spiccarsi il grande
Luminoso tesoro, e splender lieto
Della terra e del cielo il dì natale.
Suonò di plausi e di letizia tutto
Dell'universo il cavo immenso giro,
E al concento divin dell'arpe d'oro
Fu celebrato il Creator sovrano
Del mattin primo e della prima sera.
Disse di nuovo Iddio: - Fra mezzo all'onde
Stendasi il firmamento, il qual divida
L'acque dall'acque: - E 'l firmamento ei feo,
Liquido, spanto, trasparente e puro
Etere elementar, diffuso in giro
Fin del grand'orbe all'ultimo convesso,
Argin saldo e sicuro, onde partite
Dalle soggette son l'acque superne.
Così al par della terra, il mondo ei pose
Tra circonfuse acque tranquille in ampio
Mar cristallino, e lungi del Caosse
Il rovinoso furïar sospinse;
Perchè all'intera mole oltraggio e danno
Le contigue pugnanti estreme parti
Non potesser recare: e il firmamento
Ei nomò ciel. Così del dì secondo
Cantâr l'alba e la sera i sommi Cori.
Era la terra, ma de' flutti in seno,
Qual immaturo parto, ancor ravvolta
Non apparìa. Sulla sua faccia intera
Ondeggiava un vastissimo oceáno,
E non invan; chè penetrando tutto
Della gran madre ed ammollendo il grembo
Con caldo, genïal, fecondo umore,
A mover la virtù de' germi ascosa
Atta rendeala, allor che disse Iddio:
- Acque che siete sotto il cielo, andate
A congregarvi entro un ricetto solo,
E fuor l'Arida appaia. - Ed ecco i vasti
Corpi sorger de' monti, infra le nubi
Le larghe sollevar sassose terga
E alteramente al cielo erger le fronti.
Quant'essi alto levârsi, in giù pur tanto
S'avvallò, s'adimò concavo e largo,
Capace letto all'acque, un alto fondo,
Ove repente s'affrettâr con lieta
Rapida fuga, raggruppate come
Globose gocce in sulla secca polve;
E parte ancor di cristalline mura
O di ripide balze ebber sembianza
Nel veloce cadere: impeto tanto
Impresse lor l'alto comando! e quali
Io già ti pinsi della tromba al primo
Squillo serrarsi le celesti schiere
A' lor vessilli, tal l'ondosa piena,
Flutto su flutto, ove trovò la via,
S'affollò, s'ammontò: dall'erte cime
Colà sonante e rovinosa cadde;
Qua per lo piano tacita si mosse
Con lento passo. Non montagna o rupe
Ne arresta il corso; ivi segreto varco
Ella s'apre sotterra, e qui vagando
In tortuosi serpentini giri
Trapassa ogni ritegno. In sen del molle
Cedevol limo con profondi solchi
Fassi agevole strada; asciutto è il resto,
E sol fra quelle sponde i fiumi vanno
L'ondoso rivolgendo altero corno.
Diede all'Arida Iddio di terra il nome,
E mar chiamò dell'acque il gran ricetto:
Indi, pago dell'opra: - Or sorgan, disse,
Verdi erbe e piante dalla terra, e fuori
Conformi alla lor specie e frutta e semi
Germoglino da loro, onde novelle
Erbe e piante dipoi. - Disse, e l'ignuda
Terra, sparuta, squallida, deforme,
Manda ad un tratto fuor minute e fresche
Erbe e d'un gajo verdeggiante ammanto
Tutta si veste e adorna; indi, virgulti
Spuntano e piante d'ogni fronda e fiore,
Onde il suo sen d'odori e color mille
Olezza e ride. Florida serpeggia
La racemosa vite, e l'ampio ventre
Posato al suol, striscia la zucca; in campo
S'alzan schierate le nodose canne,
Sorge l'umile arbusto e l'irto cespo
Con intrecciate chiome; ergonsi alfine,
Siccome agile stuol che sorge a danza,
I maestosi tronchi, e gli ampj rami
Distendon gravi di mature poma
O ingemmati di fior: d'alte boscaglie
S'incoronano i colli, ornan le valli
E cingono de' fiumi e delle fonti
Le amene ripe frondeggianti gruppi,
Dilettosi boschetti. Imago alfine
Parve del ciel la terra e degna sede,
Ove a diporto andar vagando ancora
Potessero i Celesti o far soggiorno
All'ombre sacre. Dalle nubi scesa
La fecondante pioggia ancor non era,
Nè avea la terra alcun cultor, ma fuori
Un rorido vapor le uscìa dal grembo
Che largamente ad irrigar cadea
Ogn'erba e pianta dall'Autor sovrano
Ivi creata, pria ch'a uscir dal germe
Per sè medesma e sopra il verde stelo
A crescer cominciasse. Iddio con gioia
Mirò del terzo dì l'opre novelle,
E disse quindi: - Nel disteso giro
Del cielo, a dipartir dal dì la notte,
Splendan raggianti lumi; e sien de' giorni,
Delle stagioni e de' girevoli anni
I certi segni, e, come lor prescrivo
Nella celeste ampiezza il ministero,
Versino luce in sulla terra. - Ei disse,
E così fu. Per le sublimi vie
Del firmamento, a pro dell'uom, due grandi
Astri splendero in maestevol pompa:
Al giorno il primo ed il maggior diè legge,
Alla notte il minor. Le stelle a un tempo
Egli pur fe' ch'a illuminar la terra
Ed a segnar con lor vicende alterne
I confini del giorno e della notte
Sospese nei celesti immensi campi:
Indi sull'opra sua volgendo il guardo
Buona ei la scôrse. Questo re degli astri,
Vasto fiammante orbe del sol, la tonda
Argentea luna e le sideree faci
Che sì varie di mole e così folte
Fur seminate negli eterei piani,
Prive di luce eran da pria, ma tosto
Ella sgorgò dal nubiloso albergo
E corse, qual torrente, in seno al grande
Astro del dì che insiem poroso e saldo
L'assorbì, la ritenne e fu di lei
Sfavillante palagio. Al suo fulgòre
Le corna indora il mattutin pianeta;
A lui, come a lor fonte, han l'altre stelle
Tutte ricorso; e le lor urne d'oro
Empion di luce, quante stelle, sparse
Ne' più remoti spazj, al vostro sguardo
Mostransi appena e di minuti punti
Hanno sembianza. Glorïoso, augusto
Del giorno reggitore in orïente
Egli da pria comparve, e lieto, altero
Di gire a misurar l'eterea via,
Co' vivi raggi l'orizzonte intorno
Folgorò tutto. Innanzi a lui, spargendo
Dolci influssi, le Pleiadi e l'Aurora
Carolavano liete, e ad esso opposta
Nell'occaso lontan dal pieno volto
Spandeva il mite pallidetto lume
La luna, ch'è suo specchio e bee da lui
Quanto di luce ha d'uopo. Il sol s'inoltra,
Ella s'invola, e in orïente quindi,
Sull'ampio roteando asse del cielo,
Ritorna ad apparir da mille cinta
E mille astri minor che seco il regno
Dividon della notte, e d'auree gemme
Spargono al firmamento il fosco velo.
Così dell'alme faci, onde rifulge
Alternamente il cielo, adorne e liete
Furon del quarto dì l'alba e la sera.
Disse di nuovo Iddio: - Generin l'acque
Squamee, feconde, nuotatrici torme,
E per l'aperto liquid'aere a volo
S'alzin gli augei sugli spiegati vanni.
Così le gran balene e quanto guizza
Per l'ampio mar, di tante specie e tante,
E quanto sulle penne il ciel trascorre,
Egli creò; buono lo scôrse e il tutto
Benedisse così: - Di larga prole
Siate feraci, o pesci, e fiumi e laghi
E mari empiete, e sulla terra voi
Multiplicate, o augelli. - E tosto i mari
Brulican tutti, i golfi, i stretti e i seni
Di multiforme popolo che l'onde
Cerulee solca con lucenti squame,
E in dense truppe unito, ingombra spesso,
Di sirti a guisa, i vasti equorei gorghi.
Di tanto marin gregge altri soletti,
Ed altri in compagnia pascendo vanno
I giunchi e l'alghe: questi in gai trastulli
Saltan, corron, s'aggirano fra i boschi
De' ramosi coralli e a' rai del sole
Spiegan co' vivi guizzi i varj e vaghi
Color de' rifulgenti aurati dossi;
Quelli in perlate conche attendon queti
Il lor guazzoso pasto; altri coverti
Di ben connesso arnese, ascosi e intenti
Sotto gli scogli ad aspettar si stanno
La solit'esca. In sull'ondosa calma
Trescando van l'enormi foche e i curvi
Delfini in frotta. La lor mole immane
Altri ravvoltolando in larghe rote
Tempestan l'Oceán. Colà si stende
La balena vastissima simìle
A un monte in sulle liquide campagne,
O se si move, un'isola natante
Tu la diresti: entro sue fauci un mare
Tragge ed ingorga, e per la cava tromba
Alto riversa un mar. Le ripe intanto,
I tiepid'antri, le paludi, i boschi
Numerosa non men covan la prole
Delle famiglie aligere che, uscendo
Dello scoppiato guscio ignude in pria
E tenerelle, si coprîr bentosto
Di varia e folta piuma, e valid'al
Stendendo al tergo, per le vie de' venti
Slanciârsi a volo e in ondeggiante, oscura
Nube distese, la soggetta terra
Sprezzâr con lieto risonante grido.
In cima agli alti cedri e all'erte rupi
I loro nidi a fabbricar volaro
L'aquila e la cicogna. Altri soletti
Fendon gli äerei piani; altri, più saggi,
E di stagioni esperti, in densa, acuta
Ordinanza schierati apronsi il calle,
E col concorde remigar dell'ali
Travarcan terre e mari e nubi e nembi.
Drizzan così le accorte gru su i venti
L'annuo vïaggio loro: ondeggia e romba
Dalle gagliarde innumerabil penne
L'aere sferzato e rotto. I pinti vanni
Di ramo in ramo dispiegaron lieti
Gli augei minori, e rallegrâr col canto
Infino a sera le tacenti selve;
Nè allor cessò da' suoi gorgheggi usati
Il tenero usignuol, ma in dolci note
Iterò tutta notte il suo lamento.
Altri de' fiumi e degli argentei laghi
Godon bagnar nelle chiare onde il molle
Piumoso petto: tale il collo inarca
Fra le distese candid'ali il cigno,
E sul piè vogator veleggia altero.
Pur spesso ancor dal basso letto ondoso
Stendon robusto il volo e van sublimi
Pel cielo in giro. Altri col piè la terra
Aman meglio calcar; così passeggia,
Vigile nunzio delle tacit'ore,
Il gallo altocrestuto, e chiama e sgrida
L'alba che indugia, con sonora voce:
Tal è il pavone ancor che di sè stesso
Fastoso ammirator dispiega e ruota
D'ogni color dell'iride splendente
L'occhiuta coda. Popolate l'onde
Furon così d'abitator squamosi,
E fu pien l'aere di pennute schiere
Tra 'l sorgere e 'l cader del quinto giorno.
Spuntava il sesto al suon dell'arpe, il sesto
Che del crear fu meta, e disse Iddio:
- Produci, o terra, anime vive, armenti,
Rettili e belve d'ogni specie. - Intese
La terra il suo comando e 'l fertil grembo
A un tratto aprendo, innumerabil copia
Di vive creature a un parto schiude,
Perfette e appien cresciute: escon dal suolo,
Qual da covile, le selvagge belve
Ne' lochi ov'usan, fra cespugli, in tane,
In selve ed in foreste: a paio a paio
Sbucaron fra le piante, e qua, là tosto
Mossero i passi, mentre a' campi in mezzo
E a' verdeggianti prati uscìan gli armenti.
Rare andâr quelle e solitarie, in branchi
Questi, e insiem pascolanti. Appar figliante
Ogni gleba, ogni cespo: infino al mezzo
Sorge il fulvo lione, e l'altre membra
A sprigionar, colla graffiante branca
Fende il terren; vinto ogn'impaccio alfine,
Su balza e scuote la vaiata chioma.
Così la lince, il leopardo, il tigre
Sopra di sè lo screpolato suolo,
Di talpa a guisa, alzano in monti, e all'almo
Raggio del sol emergono. Protende
L'arboree corna al ciel l'agile cervo,
E la pesante sua mole solleva
A grande stento l'elefante, il figlio
Della terra più vasto. Escon belando
Per colli e valli, numerose e folte,
Quai cespi in bosco, le lanose gregge;
Esce il marin cavallo, esce squamoso
Fuor dell'arena il cocodrillo, incerti
Se deggiano abitar la terra o l'onda.
Di quanto striscia il suol, d'insetti e vermi
Fuor sprigionossi l'infinito a un tratto
Popol minuto; le lievissim'ali
Nell'aer susurrante agitan quelli,
E le sì brevi e leggiadrette membra
Mostrano adorne di lucenti sprazzi
Aurati, porporini, azzurri e verdi,
E di quanti più vivi e gai colori
Ha Primavera: a tenue fil simìli
Si strascinano questi e oblique tracce
Stampan sul molle suol. Tutti non furo
Sì minimi però, ma in larghe spire,
Meravigliosi di lunghezza e mole,
Si raggrupparo i draghi, e in aere anch'essi
S'alzâr sull'ali. In bruni stuoli unite,
Parche, operose, del futuro accorte,
Chiudenti in picciol corpo un alto core
Se n'uscîr le formiche, un giorno forse
A popoli e cittadi esempio illustre
Di giusto eguale popolar governo.
Apparver quindi aggrumolate in densi
Sciami le pecchie che il nettareo succo
Raccoglier san nell'ingegnose celle,
Onde i pigri mariti involan poscia
Delizïoso e non mertato pasto.
Che giova il resto rammentar? Tu desti
Ad essi i vari nomi, e a te ben noti
Sono i lor genii e i lor costumi. Il serpe,
D'ogni altra belva più sagace, ancora
Tu ben conosci: egli, talora immane
In sua grandezza, occhi bronzini aggira
E squassa la villosa orrida chioma;
Ma, come ogn'altra fera, ode sommesso
E riverente di tua voce il suono,
E ognor l'udrà, se a Dio fedel ti serbi.
Già in tutta la sua gloria il ciel splendea
Rotando i giri suoi come diretti
Gli avea del primo gran Motor la mano,
E nella pompa di sue ricche spoglie
Amabilmente sorridea la terra:
Già trascorreano il suolo e l'aere e l'onda
Belve, augei, pesci in ampie torme, e parte
Restava ancor del sesto dì: la prima
Tuttor mancava e la più nobil opra,
D'ogni già fatta cosa il fin prefisso,
La creatura che non curva al suolo,
Siccome l'altre, ma il sublime e santo
Lume della ragione in sè portando,
Alto levasse la serena fronte
Vêr gli stellanti giri, e sovr'ogni altra
Dominio avesse; che, de' proprj eccelsi
Pregi a sè conscia, a corrisponder atta
Si stimasse col ciel, ma grata a un tempo
D'ogni suo ben lo confessasse il fonte,
Gli occhi, la voce, il cor sempre volgendo
Divotamente a venerar l'augusto
Artefice sovran che lei fe' capo
Di tutte l'opre sue. Quindi s'udìo
Così l'eterno, onnipresente Padre
Al Figlio favellar: - A imagin nostra
Or l'uom facciamo, e sugli augei, sui pesci,
Sulle belve del campo egli abbia impero
E su tutta la terra e sovra quanto
In sulla terra striscia. - E sì dicendo,
Te, Adamo, egli formò, te limo e polve
Di quella terra stessa, ed in tue nari
Soffiò spirto di vita; in te s'impresse
La sua medesma effigie, in te rifulse
Di Dio la sacra somiglianza, e viva
Anima divenisti. Eri tu solo
Del maschio sesso, e di femmineo tosto
Una dolce compagna egli ti diede,
Onde da voi progenie uscisse, e tutto
Benedicendo in voi l'umano germe:
- Moltiplicate, egli vi disse, empiete,
Dominate la terra, e quanto in mare
In aria e sopra il suol si move e spira,
Voi riconosca suoi signor. - Dal loco
Poscia ov'ei ti creò, qual che si fosse
(Chè nome ancor non hanno i lochi), in questo
Dilettoso boschetto egli t'addusse,
Tu rimembrar lo devi, in questo ameno
Giardin ch'ei stesso popolò di tanti
Sì dolci al gusto, a rimirar sì vaghi
Arbori e frutti, e libera la scelta
Infra lor ti lasciò. Quanto la terra
Tramanda ovunque dal fecondo seno,
Qui raccolto è per te: sol di quel frutto
Che del bene e del mal contezza arreca
A chi lo gusta, t'è il gustar vietato:
Morte è l'imposta pena, e 'l dì che il gusti,
Giorno è per te d'inevitabil morte.
Reggi tue voglie, di fallir paventa,
E morte che al fallir sarà compagna.
Ei qui diè fine, e quanto fe' mirando,
Buono lo scorse appien. Così dall'alba
E dalla sera il sesto dì fu chiuso.
Cessò dall'opra, e non già stanco, allora,
E al ciel de' cieli, alla superna sede
Ritorno fe', di contemplar bramoso
Dall'alto del suo trono il giovin mondo
Pur or aggiunto al vasto impero, e come
E buono e vago indi apparisse e al grande
Suo disegno conforme. In mezzo ai canti,
Ai plausi e al suono rapitor di dieci
Mila angeliche cetre egli levossi:
L'äer tutto echeggiò, tutta la terra,
Alla dolce armonia (tu lo rimembri,
Poichè l'udisti) risonâr le sfere,
Rispose il cielo, e s'arrestaro intenti
I pianeti ad udir, mentre ascendea
La festeggiante luminosa pompa.
- Apriti, o ciel (cantavasi), v'aprite,
Viventi, eterne porte: ecco ritorna
Il Creator di nuova gloria cinto
Dall'opra sua mirabile, dall'opra
Di sei dì, l'universo. Ei vien: v'aprite
Ora, e sovente in avvenir; chè spesso
Ei prenderà di visitar diletto
Le dimore de' giusti, e i nunzj alati
Lor spedirà del suo favor ministri
Con amica frequenza. - Il glorïoso
Coro in salir così cantava, ed egli
Attraversando il ciel, che le raggianti
Porte gli spalancò, verso l'eterna
Magion del sommo Padre il piè rivolse
Per ampia via che di folti astri e d'oro
Ha il pavimento, somigliante a quella
Che tutta sparsa di minute stelle
Sopra il tuo capo biancheggiar tu vedi
Nel seren della notte, e, quasi fascia,
Per mezzo al firmamento si distende.
Già del settimo giorno il sol cadea,
E tremolando fuor dall'orïente,
Foriero della notte, in sulla terra
Fosco barlume usciva, allor che al sacro
Monte, di cui l'inaccessibil vetta
Lo eternamente immobile sostiene
Divino trono, il Figlio giunse. A canto
Del suo gran Genitor egli s'assise,
Del Genitor che là sedea, ma insieme
Invisibil venuto era col Figlio
(Tal è di Dio l'onnipresenza!), e dato
Ordine all'opra aveva egli del Tutto
Autore e fine. Riposando allora
L'alto Fattor dalla fornita impresa,
Sacrò il settimo dì, qual termin posto
Alle grandi opre sue; ma non già mute
Stettero l'arpe: animator empieo
Musico soffio ed oricalchi e trombe,
Organi e flauti, ed ineffabil suono
Dall'auree disgorgò tremule corde
Che delle or sole ed or alterne voci
Accompagnò la melodia divina.
Da' turiboli d'ôr salìano intanto
Nubi d'incenso, e d'odoroso velo
Coprìano intorno il monte, e de' sei giorni,
Si celebrò così l'alto lavoro:
- Quanto, o Signor, son l'opre tue sublimi!
Quanta è tua possa! Qual pensiero arriva
A misurarti, e qual può lingua sciorre
Di te degne parole? Assai più grande
Or tu riedi fra noi che quando armato
Delle tremende folgori i giganti
Angeli iniqui sterminasti: allora
Distruggevi, or tu crei. Chi teco a prova,
Signor, chi può venir? Chi por confini
Al regno tuo? Delle ribelli squadre
Che lo splendor della tua gloria e i tuoi
Adoratori di scemar tentaro,
Che valser mai le scellerate trame?
Quanto agevol ti fu quel cieco orgoglio,
Quei stolti sforzi rovesciar? Chi guerra
Moverti ardisce, ei sol più grande e chiara
Fa la tua possa. Di quel mal tu saggio
Conosci l'uso, e in maggior bene il volgi.
Ecco un novello mondo, un altro cielo,
Da questo ciel non lungi, in sul lucente
Mar cristallino, al tuo comando è surto,
Di quasi immensa ampiezza: ecco infiniti
Astri gli fanno splendida corona,
E ciascun d'essi è forse un mondo, ov'altri
Abitator saran locati un giorno;
Ma il quando è a te sol noto. Ecco fra tanti
Globi la terra dal profondo intorno
Suo proprio mar cerchiata, ameno e lieto
Dell'uom soggiorno. Oh ben tre volte e quattro
Felice l'uomo e i figli suoi che a tanti
Favori Iddio sortì! La propria imago
Ei con mano amorosa in loro impresse,
Ei di quel vago albergo a lor fe' dono,
E sovra ogni opra sua diede l'impero
In terra, in aere, in mar, nè ad essi impose
Che di cantar sue lodi il dolce incarco,
E d'accrescergli ognor di giusti e santi
Adoratori una novella stirpe.
Oh lor felici appien, se scorger sanno
La lor felicitade, e fermi e fidi
La dritta via calcar! - Così cantaro
Gli empirei Cori, e d'alleluia lieti
Tutto il ciel risonò; così fu il primo
Sabbato celebrato. Or paga io fei
La tua richiesta di saper qual fosse
Di questo mondo e delle cose tutte
L'origin prima e 'l primo aspetto, e quanto
Pria del tuo tempo avvenne, onde contezza
N'abbian da te quei che verran. Se brami
Altro saper che di saper negato
All'uom non sia, la tua dimanda esponi.

LIBRO OTTAVO

Adamo fa varie domande intorno a' movimenti celesti, alle quali riceve dubbie risposte, e viene esortato a cercare di istruirsi piuttosto di ciò che gli può veramente esser utile. Egli si conforma a questo consiglio, e per trattenere Raffaelo, gli riferisce le sue prime idee dopo che fu creato; gli narra come fu trasportato nel Paradiso terrestre; come parlò con Dio intorno alla solitudine e alla società; come ottenne una compagna, e quanto grande fu la sua gioia al primo vederla. L'Angelo gli dà sopra ciò alcuni utili insegnamenti, e dopo aver ripetute le sue ammonizioni fa ritorno al cielo.



Qui l'Angel tacque, e di sua voce il suono
Nell'orecchia d'Adam restò sì dolce
Che ancor d'udirla egli credeasi e intento
Pendea dal muto labbro. Alfin riscosso
Con grato cor così rispose: - Oh! come,
Istorico divin, render giammai
Grazie o mercè bastanti a te poss'io?
Tu la mia di sapere ardente brama
Largamente appagasti, e arcane cose
E per me imperscrutabili degnato
Ti se' svelar che di stupor, di gioia
M'empiono insieme e di devoto affetto
Vêr l'alto Creator. Ma pur sospesa
Tien la mia mente un qualche dubbio ancora,
Che tu sol puoi discior. Quand'io rimiro
Questo del cielo e della terra immenso,
Nobil teatro, e le diverse moli
Ne paragono insiem, null'altro io veggo
Esser la terra che una macchia, un solo
Punto, un atomo sol fra tanti e tanti
Astri ch'ardon lassuso. Eppur scorrendo
Dïurna immensa via questi sen vanno,
Se a lor distanza e al rapido ritorno
Si rivolga il pensier; ed altro intanto
Ministero non han, tranne sol quello
D'impartir luce a questa opaca terra
La notte e 'l giorno, a questo punto? E come
(Spesso meravigliando in cor favello)
Natura, in tutto così parca e saggia,
Qui non serbò misura, e a questo solo
Uso sì vaste e senza posa mai
Rotanti masse ha destinato, mentre
Questa picciola terra, atta con molto
Più breve a raggirarsi e facil moto,
Ferma e ozïosa in mezzo a lor si giace;
Ed esse, fatte di reïne ancelle,
Per via sì lunga e con rattezza tanta
Che nel notarla il numero vien meno,
Di luce e di calor le invian tributo?
Così diceva Adamo, ed al sembiante
Volgere in mente alti pensier mostrava.
Eva, allora dal loco ove in disparte
Sedeasi alquanto, chè di ciò s'accorse,
Alzossi e 'l piè di là rivolse altrove
Sì umìl, sì maestosa e sì gentile
Che a chi mirolla il suo partir increbbe
I frutti e i fior, sua dilettosa cura,
Vassen'ella a veder, se freschi e belli
Spuntavano e crescean. Dell'amorosa
Lor nudrice all'arrivo ornarsi tutti
Parvero di più lucidi colori
E tocchi da sua man sorger più lieti.
Nè già, perch'ella un tal parlar non curi,
O mal atta a gustar l'alte dottrine
Sia la sua mente, di colà si toglie;
Ma sol perchè il diletto a sè riserba
D'udirle poscia, ascoltatrice sola,
Dal labbro del consorte; e lui, più caro
Narrator dell'Arcangelo, s'elegge
D'interrogar, che a' detti suoi (ben sallo)
Dolci interrompimenti avrìa frammisti,
E le sublimi dispute disciolte
Fra maritali vezzi: ella non brama
Dalla bocca d'Adam sole parole.
Ah! dove coppia tal con sì bel nodo
D'amor, di mutua stima unita e stretta,
Dov'or si trova? In dolce atto celeste
E non senza corteggio ella partissi;
Chè di lei qual reina ivan sull'orme
Le Grazie a mille, ed amorosi strali
Scoccavan sì che desïosa intorno
Ogni cosa parea di sua dimora.
D'Adamo ai dubbj Rafaello intanto
Così risponde affabile e gentile:
- Di ricercar, d'intendere il desìo
In te non biasmo, Adamo: il cielo è quasi
Di Dio volume a te dinanzi aperto,
Ove legger di lui l'opre ammirande
Tu possa e l'ore e i giorni e i mesi e gli anni;
Ma che il cielo si mova oppur la terra,
Nulla importa per ciò, se dritto estimi.
All'Angel come all'uom nascose il resto
L'alto Architetto in suo saper, nè volle
Disvelar suoi segreti a lor, cui meglio
Che investigare, l'ammirar conviensi.
Ma se argomenti e conghietture vane
Ameranno i tuoi figli, un vasto campo
A lor tenzoni egli lasciò nel cielo,
Onde poi forse de' lor dotti sogni
Rida fra sè quando imitar vorranno
Co' lor ordigni que' superni giri
E misurar le stelle. In quante guise
Ravvolgeran la vasta mole! Oh quanto
Fabbricheranno e struggeranno a prova
Con incessante infruttuosa briga!
Di quanti cerchj avviluppato intorno
Quel lor mondo sarà! Fra l'uno e l'altro
Polo qual riporran confuso ingombro
D'orbite e zone, une entro l'altre! Io veggo,
Sì, veggo già dal tuo parlar che troppo
Saran tuoi figli a cotai studj intesi.
Strano ti sembra che a minori e foschi
Corpi servano sol quelle sì vaste
Lucenti masse, e che s'aggiri il cielo,
Per sì lungo cammin, mentre la terra
In tanto moto immobile sedendo,
Delle fatiche altrui tutto ella sola
Raccoglie il frutto. Or tu pon mente in pria,
Che delle cose misurare il prezzo
Sulla lor mole o sul fulgor non déssi;
E questa terra, a paragon del cielo
Piccola sì nè lucida, ben puote
Chiudere in sè maggior virtù del sole,
Che per sè steril splende e solo in essa
Fertil vigore infonde. A lei nel seno
Quella virtù che inoperosa fora,
Dispiegano i suoi rai; nè già le stelle
Versano a pro della terrestre mole
La luce lor; tutto è per te quel dono,
O della terra abitator. Sì vasta
De' cieli ampiezza poi ti mostri e dica
Qual sia del gran Fattor la possa e l'alta
Magnificenza che sì lungi stese
La creatrice man. Conosci, Adamo,
Che non è sol quaggiù la tua dimora;
Ma l'occhio volgi a quegli spazj immensi,
Al cui paraggio altro non sei che un punto
Tu con la terra insiem. Venera il resto
Fatto per usi arcani e noti solo
A quel supremo Autor. Di tante sfere
Nel rotar rapidissimo perenne
Scorger tu puoi quel braccio onnipossente
Ch'alla materia stessa imprimer seppe
Celerità quasi di spirto; e lento
Non stimerai tu me che al nascer primo
Del dì lasciate le celesti sedi,
Pur giunsi qui pria del meriggio, e tale
Spazio varcai che in numeri segnato
Esser non puote. A disgombrar tuoi dubbj
Se possa o no rotar l'eterea vôlta,
Così m'udisti argomentar, nè intendo
Asseverar perciò che il ciel si mova,
Qual sembra a te che fai quaggiù soggiorno.
Da questo basso suol locò sì lunge
I cieli e dagli umani infermi sensi
Quel gran Fattor, perchè, se umano sguardo
Gir presume lassù, niun frutto colga,
E si pasca d'error. Non potrìa forse
Centro dell'universo essere il sole,
E l'altre stelle da sua forza attratte
E dalla propria loro in un sospinte
Moversi a lui d'intorno in varj giri?
Tu vedi sei di lor ch'or alto or basso
Ed or innanzi ed or indietro vanno,
Or s'arrestano, or celansi; e la terra,
Benchè immota ti sembri all'aere in seno,
Settima unirsi non potrìa con esse,
E con moto tergemino diverso,
Nascosto a' sensi tuoi, rotarsi anch'ella?
Forza allor non sarìa che a tante sfere
In parti opposte obbliquamente spinte
Tu quei giri ascrivessi: ecco del sole
Cessato allora il faticoso corso,
E del primo invisibile grand'orbe
Che al di sopra d'ogn'astro, il moto imprime
A tutto il firmamento e sì la ruota
Della notte e del dì perpetuo gira,
Più non hai d'uopo: ecco sì lunghe vie
Finger non dèi, se vêr le piagge Eoe
A ricercar per sè medesma il giorno
Si volge allor sollecita la terra,
E mentre una sua parte al sole opposta
Via via coperta è dal notturno velo,
L'altro emisfero suo del pari incontro
Va del grand'astro ai raggi. E forse ancora
Pel limpid'aere non potrìa la terra
Diffonder luce alla propinqua luna,
E a lei render nel dì quel che da lei
Riceve in notte, con vicenda alterna
Ed opportuna, se abitanti e campi
Son pur lassù? Le macchie sue tu vedi
Simili a nubi; or ponno in pioggia sciorsi
Le nubi, e lieto far di piante e frutti
La pioggia può quell'ammollito suolo
Che adatto cibo a que' viventi appresti.
Forse altri soli ed altre lune un giorno
Si scopriranno ancor, di maschia luce
Raggianti quelli e di femminea queste
(Gemino sesso animator di tutto
Il magno corpo di natura), e forse
Avran chi pur in essi e viva e spiri;
Poichè sì vaste regïoni immense,
Vôte d'abitator, solinghe, mute
E solo fatte a scintillar d'un raggio
Che sì sottil, sì languidetto scende
Quaggiuso e indietro anco più debil torna,
No, creder non convien. Ma sia qual vuolsi
L'ordin dell'universo: in ciel s'aggiri
Regolator sopra la terra il sole,
O questa intorno a lui; dall'orïente
La fiammante carriera esso cominci,
O dall'occaso con leggiero e cheto
Equabil passo ella vêr lui s'inoltri,
E mollemente sul volubil asse
Te con le tacit'aure insiem trasporti,
In tali arcani travagliar tua mente
Ah! non voler, Adamo; a Dio li lascia,
Lui servi e temi, e l'ordine ei disponga,
A grado suo, delle create cose:
Tu i doni suoi, questo felice suolo
E la bell'Eva tua contento godi.
Per le ricerche tue tropp'alto è il cielo,
Umilmente sii saggio, a quel che presso
Ti sta volgi tue cure, i sogni vani
E d'altri mondi e di chi là soggiorni,
Da te disgombra, e che svelato io t'abbia
Della terra e del ciel quanto mi lice,
Pago rimanti. - Non più incerto allora
Adam soggiunge: - Oh come, eccelsa e pura,
Celeste Intelligenza, appien la sete
Del saper tu mi calmi! Il nodo hai tronco
Tu de' miei dubbj, e 'l più tranquillo e piano
Cammino io scorgo omai, lungi dall'aspre
Cure che attoscan della vita il dolce.
Sì, que' pensieri infesti Iddio, lo veggo,
Allontanò dall'uom, se lungi ei stesso
Con errante desìo, con studio vano
A cercarli non va: ma spingersi ama
Fuor di sentier l'irrequïeta mente
Senza alcun freno e senza meta alcuna,
Finchè ragione e la maestra prova
Non la richiama a quel verace e primo
Saper che di sottili astruse cose
In traccia non si volge e d'uso vôte,
Ma quelle sol che gli stan presso e donde
Raccor può frutto, a investigar s'adopra.
Un delirio orgoglioso, un fumo, un vento,
Null'altro è il resto, ed inesperti e tardi
Ci rende a quel che più ne importa, e solo
Di più oltre indagar cupidi sempre.
Ah! sì, da tant'altezza il vol s'abbassi,
E più vicine utili cose il tema
Sian de' nostri colloqui, onde a me sorga
Alcun suggetto d'opportuna inchiesta,
Se di tua sofferenza e dell'usato
Favor vorrai degnarmi. Udii con gioia
Di quel che innanzi a mia memoria avvenne
L'istoria dal tuo labbro; ora la mia
Poss'io sperar che tu d'udir non sdegni?
Tu forse ancor la ignori, e parte ancora
Riman del dì. Quant'io m'ingegni or vedi
Per trattenerti meco. A tanto ardire
Sieno discolpa la mia speme e 'l vivo
Desìo di tue risposte. Io teco assiso
Credo sedermi in cielo; e assai più dolci
Sono all'orecchio mio gli accenti tuoi
Che al rïarso e famelico palato,
Dopo il lavoro, i frutti della palma
Sull'ora calda che al ristoro invita.
Sazian bentosto quei, benchè soavi,
Ma non così le tue parole asperse
Della superna grazia. - E la tua lingua
(Con celeste dolcezza a lui soggiunge
L'Angelo allora) e le tue labbra, o Adamo,
Di venustade e d'eloquenza prive
Non sono già; chè largamente Iddio,
Come in sua bella imagine, diffuse
Nell'alma tua del par che nel sembiante
I doni suoi. Sia che tu parli o taccia,
Ogni gentile e nobil grazia è teco
E ogn'atto ne compone ed ogni accento.
Noi celeste famiglia in minor pregio
Te non abbiamo abitator terreno
Che di nostro conservo al sommo, eterno
Signor del Tutto, e le sue vie coll'uomo
Gioiosi investighiam, quant'ei t'onori,
O Adam, veggendo, e come al par che in noi
Il suo tenero amore ha in te riposto.
Or narra pur: lungi, ben lungi avvenne
Che per immensa ed aspra via spedito
Vêr le infernali tenebrose rive
Foss'io quel dì che tu spirasti in prima
L'aure di vita. In quadra e densa schiera
(Tal fu il comando) ad osservar ne andammo
Se dal carcer fuggirsi od altro ancora
Il nemico tentasse, onde nel mezzo
All'opra sua la creatrice mano
Convertir non dovesse irato Iddio
In man sterminatrice. È ver che indarno
Fora ogni sforzo di quegli empj uscito,
Non permettente lui; ma quel supremo
Re messaggi talor così ne invìa
A gloria del suo regno e a prova insieme
Di nostra pronta obbedïenza. Chiuse
Con stanghe e sbarre immobili trovammo
Le nere porte, e assai da lunge in prima
Ben altro suon che di celesti cetre
E liete danze entro v'udimmo; un tuono
Di grida lamentevoli n'uscìa,
Di disperata rabbia e d'urli orrendi.
Quindi contenti alle serene piagge,
Anzi 'l compier del sabbato, tornammo,
Com'era a noi prescritto. Or narra; attento
Tascolterò; chè se il mio dir t'è grato,
Io pur provo in udirti egual diletto.
Così parlò l'alta Possanza, e Adamo:
- Arduo per l'uom, riprese, è il dir com'ebbe
La sua vita principio. E chi se stesso
Nascendo ravvisò? Ma pur la brama
Di prolungar qui meco il tuo soggiorno
M'indusse a favellar. Da un alto sonno
Quasi riscosso, io mi trovai disteso
Tra l'erbe e i fiori mollemente e sparso
D'un ambrosio sudor che il sol bentosto
Coi caldi rai terse e lambì. Vêr l'etra
Gli occhi attoniti volgo, e l'ampia, azzurra
Vôlta col guardo trascorrendo intorno
Alquanto vo: da interna forza spinto
Quindi, com'io slanciarmi al ciel volessi,
Sovra i piè balzo e sto. Valli, colline
Mi rimiro all'intorno, ombrosi boschi,
Piagge e campagne apriche e fonti e laghi
E serpeggianti garruli ruscelli,
E sulle verdi rive un vario moto
D'animanti diversi. Altri la terra
Preme col piè, rapido il vol dispiega
Altri per l'aere, oppur di ramo in ramo
Lieto saltella e bei concenti alterna.
Tutto ride all'intorno, alme fragranze
Tutto spira e di gioja il cor m'inonda.
Me stesso indi contemplo e ad una ad una
Ogni mia parte osservo; i passi movo
Con snodate giunture or lenti or presti,
Qual più m'aggrada, vigorosi e fermi:
Ma chi mi fossi o come fossi o dove,
Io non sapea. Tento parlar, già parlo,
E ubbidïente a quanto veggo il nome
Dà la mia lingua. O sole, o dolce lampa,
Allora io dissi, o tu sì fresca e gaia
Terra inondata di serena luce,
O monti, o valli, o piani, o fiumi, o selve,
E voi che vita e movimento avete,
O vaghe creature, ah! voi mi dite,
Ditemi voi, se noto v'è, dond'io
Traggo l'origin mia, come qui sono.
Non già da me medesmo. Io l'opra dunque
Sì, l'opra io son di qualche eccelsa mano
Somma in poter, somma in bontade. Ah! voi
Com'io possa conoscerla mi dite,
Com'io possa adorar chi moto e vita
Mi diede, e più che non comprendo io stesso,
Mi fe' beato. Invan risposta io giva
Così chiedendo, e m'aggirava incerto
Lungi dal loco ove spirai da prima
Quest'aure e gli occhi all'alma luce apersi,
Quando alfin sotto l'ombre, in seno a verde
Fiorita sponda, m'adagiai pensoso.
Là per la prima volta un molle e cheto
Sonno mi prese ed un languor soave
Mi sparse per le membra; ad esso in braccio
Io mi diedi tranquillo, ancor che dentro
Al mio stato insensibile primiero
Di tornar mi sembrasse e a poco a poco
Nel nulla ricader. Leggiero un sogno
Sul capo allor mi stette, e i sensi interni
Piacevole movendo, a me, ch'io vivo
E son tuttor, fa fede. Innanzi agli occhi
Una forma divina aver mi parve,
Che: - Sorgi, uomo primier, sorgi, mi disse,
O tu che dèi dell'infinita umana
Famiglia essere il padre; il tuo soggiorno
T'attende, Adam: da te pregato io vengo,
Ed al giardino di delizie, stanza
Preparata per te, sarotti guida. -
In così dir per man mi prende e m'alza,
E lieve lieve per campagne ed acque,
Quasi per l'aere, senza imprimer orma,
Strisciando, alfine d'un selvoso, altero,
Monte m'adduce in vetta. Ivi si stende
Entro un ampio recinto ampia campagna
Degli arbori più eletti adorna, e lieta
D'andari e di boschetti. A par di questa,
Quant'io nell'altra terra avea già visto,
Tutto scemò di pregio. A me d'intorno
Carca ogni pianta di mature e fresche
Poma odorose distendeva i rami
E allettava i miei sguardi e m'accendea
Di viva brama de' suoi doni: a un punto
Si scioglie il sonno, e oh meraviglia! quanto
La visïon m'avea sì ben ritratto,
Tutto verace a me dinanzi io veggo:
E già di nuovo errando ito sarei,
Se fra l'ombre degli arbori improvvisa
Non m'appariva in manifesto lume
La scorta mia, Dio, Dio medesmo. Un dolce
Fremito allora di timor, di gioia
Tutto mi scorse, a piè gli caddi umíle
E l'adorai: la mano egli mi stese
E sollevommi, e: - Quei che cerchi io sono,
Dolcemente mi disse, autor di quanto
Sopra o sotto o d'intorno a te rimiri.
Di questo loco io ti fo don, tu l'abbi
Qual tuo, prendine cura, e quanto manda
La terra fuor del suo ferace grembo,
Côgli liberamente e lieto godi,
E inopia non temer. Quell'arbor solo
Che del bene e del male a lui che il gusta
La conoscenza infonde, arbor che in pegno
Della tua fede e ubbidïenza io posi
Nel mezzo del giardin (miralo appresso
All'arbor della vita, e quanto or dico
Bene in tua mente accogli e fisso il serba),
Guardati dal gustar: quel frutto è morte
Per te nel dì che tu ne mangi, e questo
Mio sol comando a trasgredir t'attenti.
Sì, morte inevitabile t'aspetta
Dopo quel dì; da queste amene sedi
Sarai sbandito, e fra pianto ed angosce
Per inospiti lidi errando andrai. -
Questo divieto ei proferì con tanto
Severa voce che tuttor mi tuona
Terribil nell'orecchio, ancor che appieno
Di non cadere e d'evitar la pena
Libera scelta io m'abbia. Egli riprese
Quindi il sereno aspetto e mi soggiunse
Placido e dolce: - Questi bei confini
A te non solo ed a' tuoi figli io dono,
Ma tutta ancor la terra: ampio stendete
Sovr'essa il regno, e quanto il suolo e l'aere
E 'l mare in sè contien, sia vostro il tutto,
Augelli, belve, pesci: ed ecco, in prova,
Che ogni belva, ogni augello al tuo cospetto,
Giusta la specie loro, io chiamo innanzi,
Onde suo nome ognun da te riceva,
E omaggio umìl ti renda. Il sol natante
Popol squamoso abitator dell'onde,
Non atto a respirar quest'aure lievi,
Qui non verrà, benchè degli altri al paro
Io 'l sottoponga a te. - Mentr'ei dicea,
Torme d'augelli e belve, a paio a paio,
Veggo appressarsi; mi s'inchinan queste,
Riverenti atterrando l'occhio e 'l muso,
In carezzevol atto, e quei sull'ale
Pendono umìli al lor signor davanti.
In lor passaggio, a ciasceduno io diedi,
Qual conveniasi a sua natura, il nome:
Tanto m'avea d'un chiaro lume a un tratto
Piena la mente Iddio! Ma in mezzo a tanti
Favor del cielo un'indistinta brama
Di cosa, onde pareami aver difetto,
Io mi sentiva, e al mio celeste Duce
Mover tai detti osai: - Deh! con qual nome
Io te chiamar potrò che tanto a queste
Opere tutte, all'uomo e a quanto puote
Esser di lui più nobile sovrasti?
Come adorarti io potrò mai, gran Padre
Dell'universo, altissima Possanza,
Fonte del ben, che sopra me con larga
Benigna mano hai tante grazie sparso?
Ma che, Signor! Non fia che meco a parte
Ne venga alcun? Qual può felice vita
Uom romito goder? Qual gioia piena,
Se tutto ancor quanto è di ben possegga,
Gustar potrà senza un compagno a lato? -
Di così dire ebbi ardimento. Allora
La luminosa imagine più bella
Lampeggiò in un sorriso, e: - Dunque, disse,
D'esser solo ti lagni? Or non son pieni
L'aere e la terra di sì varie e tante
Viventi creature? A' cenni tuoi
Pronte non corron esse e i lor trastulli
Non esercitan liete a te dinanzi?
Tu sai lor lingua e lor costumi, e un raggio
Han di ragione elleno ancor; con esse
Tu lor re ti sollazza: ampio è 'l tuo regno. -
Così dicea l'alto Signor del Tutto,
E comandar parea. Licenza imploro
Io di pur favellargli, e in un umil atto
Così soggiungo: - Ah! non ti spiaccia, o somma
Possanza, o mio Fattor, ch'io parli ancora,
E benigno m'ascolta. A far tue veci
Non m'hai tu qui locato, e non son io
Di que' viventi il re? Come star ponno
Diseguaglianza ed amistà? Qual dolce
Tenera compagnia, se non la stringe
Vicendevol piacer che al par si prenda
E al par si dia? Diletto egual non avvi
Fra i diseguali, ardor nell'un, freddezza
Regna nell'altro, e mutua noia tosto
Ogni amichevol vincolo dissolve.
Tale amistà, tal nodo io cerco e bramo
Che i piaceri del core e della mente
Ponga in gioconda comunanza e cara;
Ond'è che i bruti esser dell'uom compagni
Non mai potranno. Ognun di lor s'allegra
Colla specie sua propria, e a coppie insieme
Perciò tu ben li hai giunti: il lion ama
La lionessa, e 'l suo simìl cercando
Ogni simil sen va; ma non coi pesci
Si mescono gli augei, nè van gli augelli
Coi quadrupedi insieme, e non col toro
S'accompagna la scimmia. Or l'uom più molto
Che non essi fra lor, da lor diverso,
Di consorzio miglior non fia provvisto?
Allor con volto placido e sereno
Mi replicò l'Onnipossente: - A scelta
Felicità gentil veggo che aspiri
In compagnevol vita, e non t'appaga,
Se nol dividi, ogni piacer più caro.
Ma che dêi tu di me pensare adunque?
Ti sembra o no, che assai felice io sia,
Io che fui solo eternamente e solo
Sempre sarò, che simile o secondo
E molto meno egual giammai non ebbi?
Altri compagni ove trovar poss'io
Fuorchè quei ch'io creai, per gradi immensi
Inferïori a me più che non sono
A te quest'altre creature? - Ei tacque,
Ed io risposi umìl: - Stendersi invano
Tenta all'altezza ed ai profondi abissi
Dell'eterne tue vie l'uman pensiero,
O supremo Signor. Perfetto sei
Tu in te medesmo e a te medesmo basti:
Tal non è l'uomo e al suo simìl d'unirsi
Per aìta o conforto ei quindi brama.
Perchè infinito sei, tu sol d'alcuno
Uopo non hai, ma in suoi confini angusti
Ristretto è quegli, in unità si sente
Manchevol troppo e a propagare anela
Se stesso in altri, ond'ei n'ottenga quasi
Moltiplice così vita novella.
Tu, benchè solo, in tuoi recessi arcani
Per compagno hai te stesso, erger tu puoi
Della tua vicinanza a' divi onori
Le creature, ove così t'aggradi;
Ma non può già di questi muti armenti
Tra i disformi costumi aver diletto
Quella ragion, di cui mi festi il dono,
E che sovra di lor tanto m'innalza;
Nè i curvi petti lor poss'io dal suolo
Pur sollevare. - A così dir mi feo
La concessa licenza ardito e baldo.
Trovâr grazia i miei detti, e questa ottenni
Amorosa risposta: - Io fin qui volli
Provarti, Adam: quegli animai non solo,
A cui già desti il convenevol nome,
Conosci tu, ma te medesmo ancora
E tua nobil natura. Appien tu senti
Quel ch'io trasfusi in te sublime spirto,
Di me medesmo luminosa imago
A' bruti non concessa, e quindi il farti
Compagno lor liberamente a sdegno
Avesti con ragion: stabil rimanti
In tuo pensier: no, non piaceami, ancora
Prima del tuo parlar, lasciarti solo;
E neppur tai compagni io darti intesi
Quai finor li mirasti: a te dinanzi
Io sol li addussi onde provar se quanto
Conviensi o no, tu discernevi appieno.
Quel ch'or vedrai, stanne sicuro, Adamo,
Ti fia gradito; dolce imagin tua.
Tua metà, tuo sostegno, altro te stesso,
E a' voti del tuo core appien conforme. -
Qui tacque, o del suo dir null'altro intesi;
Chè quel fulgór, quella sovrana voce
Atti a più sostenere i miei terreni
Frali sensi non fur, già spinti al sommo
Della lor forza, e illanguiditi e vinti
Cercâr ristoro in grembo al sonno; ei venne
Tosto in aìta di natura, e gli occhi
Del suo vel mi coprì; gli occhi coprìo,
Ma della fantasia l'interna vista
Lasciò libera e aperta, e quello stesso
Loco dov'io giaceva, e quella imago
Fulgida, glorïosa, a cui dinanzi
Vegliando io stava, a me nel sonno immerso
E quasi tratto in estasi, di nuovo
Presenta in sogno. Quel divino aspetto,
Sopra di me curvandosi, m'apriva
Il manco lato, e ne traea grondante
Di vivo sangue e di vitali spirti
Calida costa. Grande era la piaga,
Ma di novella carne a un tratto empiessi,
Si risaldò, disparve. Egli la parte
Che da me dispiccò, tratta e figura
Fra le artefici dita, ed ella tosto
Crescendo vien, prende altra forma, e n'esce
A me simìl, ma differente in sesso,
Leggiadra creatura. Oh quale incanto
Di grazia e di beltà! Quant'io già visto
Avea di più vezzoso, innanzi a lei
O più tal non mi parve, o tutto accolto,
Tutto era in lei ristretto. I guardi suoi
Una dolcezza non sentita in pria
Da quel momento mi versaro in seno,
E dal suo bel sembiante si diffuse
Uno spirto d'amore ed un sorriso
Per tutta la natura. Ella disparve,
E tenebre e dolor lasciommi in core.
Mi scossi allor dal sonno e i presti passi
Volsi in traccia di lei, fermo in pensiero
Di ritrovarla, o consumarmi in pianto,
In pianto inconsolabile, e per sempre
Da me sbandire ogn'altra gioia, allora
Che, fuor d'ogni mia speme, ecco la scorgo
Non lontana da me, qual io già vista
L'avea nel sogno, tutt'adorna e bella
Di quanti a farla amabile potea
Sparger doni su lei la terra e 'l cielo.
Il celeste Fattor per man la guida,
Benchè non visto, e con la voce i passi
Ne drizza verso me; de' maritali
Arcani riti e delle sante leggi
Ell'era instrutta già. Le grazie vanno
Sull'orme sue, celeste raggio ha in viso,
E ogni atto spira dignitate e amore.
Ebro di gioia allor sclamai: Gran Dio,
Oh come adempi tue promesse! oh come
La passata tristezza or mi compensi,
Benigno padre mio! Sì, d'ogni bene
Sei liberale donator, ma questo,
Questo è 'l più bello de' tuoi doni, e alcuna
Invidia non men porti! Or sì, ch'io veggo
L'ossa dell'ossa mie, della mia carne
La carne, e me medesmo a me davante.
Tratta dal fianco mio la mia compagna
Quest'è; quest'è colei per cui gli stessi
Diletti genitori e 'l dolce albergo
L'uom lascerà; quest'è colei che seco
Diverrà, stretta in insolubil nodo,
Una carne medesma, un core, un'alma. -
Eva i miei detti intese, e, benchè Dio
Sua guida fosse, il verginal candore,
La modestia, il decoro, e il conscio merto
E quella ritrosìa che amore e vezzi
Pria d'arrendersi vuol, che offrirsi sdegna,
Benchè brami esser vinta, e dolcemente
Accrescendo i desir, la gioia accresce,
Natura stessa infin, benchè sì pura,
Le fean ritegno; alla mia vista indietro
Rivolse i passi, io la seguii, fu vinta
Dall'amor mio, dal suo dovere, e cesse
Con umil maestade ai dritti miei.
Al nuzïal boschetto io la condussi
Fresca come l'aurora e al par vermiglia.
Arrise il cielo, scintillâr le stelle
Di più bei raggi, ed i più scelti influssi
Scosser sull'ora fortunata; segno
Dierono d'esultanza i piani e i colli;
Ne gioiron gli augelli: a' boschi intorno
I dolci zefiretti e le fresch'aure
Susurrando lo dissero; e dell'ali
Scherzando fra di lor gittavan rose
E gittavan fragranze ai ridolenti
Arboscelli involate. Intanto sciolse
Al canto maritale i lieti versi
Il notturno amoroso augel, chiamando
Ad accender sua face in vetta al colle
La vespertina consapevol stella.
Tutta così la sorte mia t'esposi,
E quale e quanto siasi il ben ch'io godo,
Ti strinsi in brevi detti. A me son cari
Tutti questi del ciel nobili doni,
Io lo confesso, ma niun d'essi impero
Ha sulla mente mia, niun mi desta
Vivo desìo nel core. Ogni diletto
Che con varia dolcezza i sensi molce,
Questi bei campi, l'erbe, i fior, le poma
E degli augei la melodia soave
Poco sarìan per me senz'Eva mia.
Ma presso lei ben altri affetti io provo:
Rapir mi sento s'io la miro; s'io
Stendo su lei la man, rapir mi sento;
Per lei da prima un non compreso e strano
Moto mi scosse, in pria per lei conobbi
Che cosa è amor: fermo e tranquillo io stommi
In ogni altro piacer, ma contro il guardo
Della beltade e la sua forza arcana
Qui sol debole io son: manchevol forse
Fu in me natura e a tanti vezzi incontro
Vigor bastante ella non diemmi, o troppo
Tolto mi fu dall'impiagato fianco.
Almen cert'è che con più larga mano
Sparse di grazia e leggiadrìa l'esterne
Sue forme il gran Fattor; sebben, lo veggo,
Della mente e del cor nei più sublimi
Interni pregi ella a me cede e meno
Di me pur anco nel suo volto esprime
Del Creator l'imago e i segni augusti
Di quell'impero ch'ei ci diè su tutti
Gli altri animai quaggiù. Pur quando a lei
M'accosto, sì perfetta in tutto apparmi,
Sì ben conscia di quanto a lei s'aspetta,
Ch'ogni suo detto, ogni opra sua m'è avviso
Di saggezza e prudenza essere il fiore,
Di virtù, di bontade. A lei dinanzi
Del più alto saper vien meno il lume,
E prende il senno di follia sembianza.
Autorità, ragion (quasi foss'ella
Nella divina idea disegno primo,
Non già secondo), ovunque il passo volga,
Con seco vanno: gentilezza infine
E magnanimi sensi in mezzo a tante
Amabili sue doti han posto il seggio,
Sì che una sacra riverenza intorno,
Quasi una guardia angelica, la cinge.
- Non accusar natura (austero il ciglio
Allor riprese il Messaggier celeste);
Ella compiè sue parti, a te s'aspetta
Compier le tue. No, non temer che mai
La ragion t'abbandoni, ove tu stesso
Nel bisogno maggior non sfugga e spregi
La sua scorta fedel, nè troppo esalti
In tuo pensier ciò che di te men vale,
Come tu stesso scorgi. Alfin che tanto
Ammiri in lei? Che sì t'accende e move?
Quell'esterne sembianze? Elle, i' nol niego,
Leggiadre son, dell'onor tuo son degne
E degli affetti tuoi, non già d'impero.
Libra con lei te stesso, e 'l valor quindi
Conosci d'ambedue. Nulla sovente
Più giova all'uom che in pregio aver se stesso,
In pregio, a cui modestia e dritto e vero
Sian debito sostegno. Esperto e saggio
Quanto in ciò più sarai, più agevol fia
Ch'ella signor ti riconosca e onori,
E sottoponga i suoi vistosi pregi
Ai più solidi tuoi. Così vezzosa
Per tuo piacer maggiore Iddio formolla,
E tanta de' suoi doni augusta luce
In lei versò perchè tu farla oggetto
Dell'amor tuo senza rossor potessi:
Ma se men saggio sei, con vigil occhio
Ben ella il noterà. Se poi sì vivo
Di quel diletto, onde l'umana stirpe
Dee propagarsi, a te rassembra il senso
E d'ogn'altro maggior, pensa che i bruti
Son del medesmo a parte ancor, nè fatto
Sarìa comune ed abbassato ad essi,
Se degno fosse d'occupar l'eccelsa
Mente dell'uomo e d'agitarne il core.
Quanto in lei di sublime e di gentile
Risplender vedi ed a ragion conforme,
Ad amar segui: amore io già non biasmo,
Ma sol quel cieco e furïoso affetto
Che dissimil n'è assai. Verace amore
La mente affina, accresce l'alma, ha il seggio
Nella ragione e nel consiglio, e scala
Fassi all'amor del Creator superno,
Se da' bassi piacer si spicca e s'erge.
Quindi niun degno si trovò fra i bruti
D'essere a te compagno. - Allor, non senza
Qualche rossor, così rispose Adamo:
- No, non è già quella beltade esterna,
O quel piacer, di cui con l'uomo a parte
Son gli animanti ancor (bench'io con alta
Misterïosa riverenza onori
Del letto marital le leggi sante)
Ciò che a lei più m'allaccia: assai maggiore
Han forza in me que' lusinghieri vezzi
E quelle tante grazie, ond'ella ogni atto,
Ogni moto accompagna ed ogni accento;
E facile e soave i nodi stringe
Di quel tenero amor che un'alma sola
Fa di nostr'alme; peregino accordo
Più dolce a rimirarsi in coppia amante
Che gentil soavissimo concento
All'orecchio non è. Pur ligio il core
Non ho perciò (gl'interni sensi appieno
Io ti disvelo), e nella varia schiera
De' multiformi imaginosi obbietti
Che per l'alma mi van, libera sempre
La mente mia discerne il vero, il meglio
Approva e a quei s'appiglia. In me l'amore
Già non biasmi tu stesso; al ciel, dicesti,
Ei ci solleva e n'è la strada e 'l duce.
Ma perdonami or tu, se troppo audace
Non è la mia richiesta: amano in cielo
Quegli Spirti beati? E per qual modo
Esprimono l'amor? Con mutui sguardi
Solo, o mescendo di lor pura luce
Insieme i raggi? Unisconsi da lunge
L'anime loro, oppur con stretti amplessi? -
L'Angel con un sorriso in cui rifulse
Delle rose del cielo il bel vermiglio
Onde Amor si colora: - A te, risponde,
Basti saper che siam lassù felici,
E ch'esser gioia senza amor non puote.
D'ogni puro diletto onde tu godi
Sotto corporeo vel (chè puro e mondo
Te ancor creò quella superna mano)
Noi godiam colassù la scelta e 'l fiore;
Nè di membra o giunture a noi frapponsi
Ritegno alcun. Più agevolmente ch'aura
Con aura non si mesce, onda con onda,
Bramosi d'accoppiar la lor purezza
Pienamente si mescono gli Spirti
In amplessi ineffabili, soavi;
Nè di quel modo hann'uopo onde le membra
S'uniscono alle membra e l'alme all'alme,
Mentre incarco terren le cinge e aggrava.
Ma più indugiar non posso: il sol trascorso
Oltre le verdeggianti esperie piagge
È segno al mio partir. Sérbati forte,
o caro Adam, vivi felice ed ama;
Ma Lui sovr'ogni cosa, il cui volere
Segue chi l'ama, e i suoi comandi adempie.
Non lasciar che giammai travolga e spinga
Impeto cieco la tua mente a quello
Che un libero voler riprova e fugge.
La tua felicità, la tua sciagura
Con quella insiem di tutti i figli tuoi
Riposta è in te; di tua costanza meco
Tutto il ciel gioirà: da te dipende
Il cadere o lo star; di proprie forze
Fornito appien, non ricercar d'altronde
Che da te stesso aita, e ad ogni assalto
Tieni di ree lusinghe immoto il petto.
Così dicendo egli levossi, e grato
Seguitandolo Adamo: - Addio, rispose,
Addio; va pur, se partir dèi, celeste
Amico, ospite mio, da quell'eccelsa
Bontà che adoro, a me quaggiù mandato.
Ogni mia brama affabile e benigno
Tu assecondasti, ed io nel cor la dolce
Memoria ognor ne serberò: ti serba
Tu ognor così propizio e spesso riedi. -
Così mossero entrambi, in vêr le stelle
Il divin Messo, e al suo boschetto Adamo.

LIBRO NONO

Satáno, avendo percorsa la terra con meditato inganno, ritorna di notte in forma di nebbia nel Paradiso, e s'insinua nel serpente che dorme. Adamo ed Eva al sorgere dell'aurora escono alle usate loro occupazioni. Eva propone al consorte di dividerle fra loro e che ciascuno lavori da sè a parte. Adamo vi si oppone, adducendo il suo timore che il nemico, del quale sono stati avvertiti, non venga a tentarla mentr'ella sarà sola. Eva, sdegnandosi perché egli non la crede né assai circospetta né assai ferma, persiste nel suo primo pensiero e vuol far prova di sua virtù. Adamo finalmente s'arrende. Il serpente la trova sola, le si accosta con destrezza, la rimira con meraviglia, le parla lusinghevolmente, innalzandola con le lodi sopra tutte le altre creature. Eva meravigliata nell'udirlo parlare, gli dimanda com'egli abbia acquistata la voce e la ragione umana che non ebbe fin allora. Il serpente le risponde aver ottenuto questi vantaggi pel frutto d'un certo albero ch'è nel giardino. Eva il prega di condurla a quell'albero, e trova ch'esso è quello della Scienza, a lei e ad Adamo vietato. Il serpente con molte astuzie e argomenti la induce alfine a mangiar delle frutta di quello: essa le trova squisite, e delibera per qualche tempo, se ne farà parte al suo sposo o no: finalmente gli porta un ramo carico di quei pomi. Adamo rimane attonito e costernato, ma per eccesso d'amore, risolve di perir secolei, e cercando estenuar la colpa, mangia anch'egli del frutto. Effetti di esso in ambedue. Eglino cercano di coprir la loro nudità: la discordia entra tra loro, e si accusano e rimproverano scambievolmente.



Non più di Dio che sulla terra scenda
Facil, benigno all'uom, non più m'è dato
D'Angelo favellar che al desco stesso
Coll'uom s'assida, ospite, amico, e in dolce,
Amorevol colloquio i ricchi doni
Con lui divida della terra. Or denno
Di triste note risonare i carmi,
E raccontar la rotta fè, la turpe
Diffidenza dell'uom, le calpestate
Celesti leggi, dell'offeso Nume
Il giusto sdegno, e la feral sentenza
Che il mondo empiêr di guai. La colpa or viene,
Vien seco indivisibile la morte,
E forieri di morte angoscia e pianto:
Dolente sì, ma più sublime tema
Di quel furor che per tre volte intorno
Spinse ai muri di Troia il fero Achille
Sul fuggente nemico; assai più grande
Dello sdegno di Turno allor che tolta
Gli fu la sposa, e più che gli odj acerbi
Di Nettuno e Giunone, ond'ebber tanto
Affanno i Greci e di Ciprigna il figlio.
Sì, ben più grande è l'argomento mio,
Se la Musa del ciel che mi protegge,
Darammi stil conforme, ella che suole,
Nel notturno silenzio a me scendendo,
Dettare od inspirare i pronti versi
Non implorata, fin dal dì che prima
Dopo lungo indugiare io scelsi alfine
L'alto subietto al canto. Armi e guerrieri,
Ch'altri stimò finor d'eroica tuba
Degna materia sol, l'ingegno mio
Destar non sanno, e per natura io sdegno
Di finti cavalieri in finte pugne
Nojosamente raccontar le stragi,
Mentre miglior fortezza in faccia agli empj,
Crudi tiranni di tormenti e morte
Sprezzatrice magnanima e costante
Celebrator non ha. Corse ed arringhi
Cantin pur gli altri, effigïati scudi,
Ricche divise, e per gran fregi e barde
D'argento e d'oro sfolgoranti intorno
Cavalieri e cavalli; indi le vaste
Adorne sale, i nobili conviti
E 'l pronto stuol di siniscalchi e paggi;
Vulgare e bassa impresa, ignobil arte,
Non qual di vate o di poema a dritto
Può la fama eternare. A me, che ignaro
Son di tai studj e non li curo, innanzi
Altro argomento sta per sè bastante
Ad innalzare il nome mio, se il peso
Degli anni e 'l freddo sangue e 'l freddo clima
Al disegnato vol deboli e manche
Non mi fan l'ali, e ben potrianlo, ov'io
Fossi dell'opra il solo autor, non quella
Che a notte nell'orecchio a me l'arreca.
Già s'era il sol nell'ocean nascoso,
Già diffondeva un fioco e dubbio lume
Espero sulla terra, e dal confine
D'un emispero all'altro il fosco ammanto
La notte distendea, quando Satáno
Che al minacciar di Gabrïello s'era
D'Eden fuggito, or fatto ancor più scaltro
In suoi disegni iniqui, e infellonito
Ognora più dell'uomo alla ruina,
Sprezzando ogni più grave e certo danno
Che a lui sovrasti, impavido ritenta
La prima via. Fuggì di notte, e, scorsa
Tutta la terra, della notte al mezzo
Tornò, la luce ognor cauto schivando
Per tema d'Urïel che già nel primo
Entrar suo lo scoperse e dienne avviso
Ai Cherubin custodi. Indi cacciato,
Pien di angoscia e di rabbia egli per sette
Continue notti andò vagando; il cerchio
Dell'equinozio trapassò tre volte,
E quattro volte il carro della notte
Da un polo all'altro. Nell'ottava alfine
Ei fe' ritorno, e per un varco opposto
De' Cherubini alle veglianti ascolte
Trovò furtiva, e non sospetta via.
Eravi un loco, onde più traccia alcuna
Or non riman (benchè il peccato oprasse
Tal cangiamento e non il tempo), dove
Del Paradiso alle radici il Tigri
S'ingolfava sotterra, e quindi appresso
L'arbor di Vita in larga fonte all'aura
Uscìa di nuovo in parte. Ivi col fiume
S'incavernò Satáno, e su con esso
Fra 'l nebbioso vapor poscia risalse,
E investigò dove celarsi. Ei tutta
Avea cerca la terra e tutto il mare
Oltre il Ponto salendo, oltre le pigre
Meotich'onde ed oltre l'Obio estremo,
E giù dell'Austro agli ultimi confini
Scendendo poscia: inver l'Esperie piagge
Ei quindi scorse di Panáma al seno,
E quindi al suol che l'Indo e 'l Gange inonda.
L'Orbe intero così spïando ei venne
Con sollecita cura e a parte a parte
Le creature tutte, in sè librando
Qual d'esse meglio alle sue trame adatta
Esser potesse, e alfin più scaltro il serpe
Di tutte giudicò. Fra tutte quindi,
Dopo un lungo ondeggiar fra i suoi pensieri,
Lui di sue fraudi atto strumento elesse,
E in lui d'entrare e al più sagace sguardo
Di celar s'avvisò le perfid'arti:
Chè ogni scaltrezza in chi sì astuto nacque,
Stata sarebbe di sospetto scevra,
Ma in altre belve, d'infernal possanza,
Che in loro oprasse oltre il brutal costume,
Dare indizio poteva. Ei sì risolse,
Ma prima lo scoppiante interno duolo
Prese a sfogar così: - Quanto se' vaga,
O terra, e al ciel simil, se anzi nol vinci
In tua beltà, degno di numi albergo
Più che dell'uomo, opra seconda, in cui
Forse il Fattor le prime idee corresse
(Poichè qual Dio crear vorrebbe il peggio
Dopo il miglior?), terrestre ciel che intorno
Hai nobil danza di rotanti cieli
Che sol per te, lume aggiungendo a lume,
Le ufizïose loro eteree fiamme,
Siccome appare, accendono, e nel seno
Ti vibran tutta de' lor raggi a prova
L'alma virtù! Qual d'ogni cosa è centro
Quel Nume in cielo e tutto a sè rivolge,
Tal sei tu pur di queste sfere il centro,
Chè tutte in sè non già, ma in te fan mostra
Di quell'igneo poter che informa e nudre
L'erbe e le piante, e agli animali imparte
Diversi gradi di più nobil vita,
Moto, senso, ragion, che tutti accolti
Son poi nell'uomo. Oh con qual gioia scorsa
Tutt'intorno io t'avrei, se gioia alcuna
Entrare potesse in me! Qual vario sempre
Giocondo aspetto! or monti or valli or fiumi
Or selve or piani or terra or mare or liti
Incoronati di foreste, rupi,
Antri, spelonche! Ma rifugio o posa
In loco alcun non io già trovo, e quante
Più delizie ho d'intorno, in cor più sento,
Come in sola d'affanno amara fonte,
Addoppiarsi i tormenti. In me veleno
Fassi ogni gioia, e in cielo, in cielo ancora
Sarìa peggior la sorte mia. No, starmi
Nè qui desìo nè colassù, se domo
Pria non giungo a veder quel re superbo.
Nè già scemar la mia miseria ho speme
Per quel ch'io cerco; al par di me dolente
Sol di far altri io spero, e peggio ancora
Seguane poi per me. Sparger ruine
Di questo cor feroce è il sol conforto;
E se per forza o fraude io traggo alfine
Nel precipizio quei, per cui create
Fur queste cose tutte, il tutto ancora
Che nel bene e nel mal con lui s'unisce,
In un pari destino andrà ravvolto.
Cada egli dunque, e furïoso scorra
Per ogni dove l'esterminio. Il vanto
Io solo avrò fra le possanze inferne
D'aver disfatto in un sol dì quel ch'opra
Fu di sei giorni e di sei notti intere
Per lui ch'è detto Onnipossente; e forse
Gran tempo innanzi ei meditolla ancora,
O l'ebbe almen da quella notte in mente,
In cui scior seppi da servaggio indegno
La metà quasi dell'angelic'oste,
E assai men folta colassù ridussi
La turba adoratrice. Egli, vendetta
Bramando, e il danno riparar sofferto,
Sia che a crear nuovi Angeli l'antica
Sua scemata virtude inabil fosse
(Seppur questi da lui l'origin hanno),
Sia per maggior nostr'onta, empier le nostre
Sedi risolse d'un terrestre fango,
E l'uom da tanta sua viltade ergendo,
De' bei doni del ciel, di nostre spoglie
Adornarlo, arricchirlo. Il suo decreto
Ad effetto recò, l'uom fe', per lui
Quest'Universo splendido costrusse,
Gli diè la terra per sua sede, in essa
Dichiarollo signore, ed, oh vergogna!
L'ale avvilì degli Angeli pur anco
Al suo servigio, e posegli d'intorno
Di fulgidi ministri ascolte e ronde.
A ingannar di costor la vigil cura
Forza mi fu penetrar qui fra i ciechi
Vapor notturni ascoso, e qui mi fia
Ora gran sorte il ritrovar fra queste
Macchie e cespugli addormentato il serpe,
Fra le cui torte spire io celi e copra
Me stesso e le mie frodi. Oh turpe, oh strano
Avvilimento! Io che pugnai co' Numi
Per ergermi sovr'essi, or son costretto
Dentro il loto a ravvolgermi e la bava
D'un bruto e questa mia divina essenza
Che già del cielo i primi onori ambìa,
Ad incarnare, ad imbestiar! Ma dove,
Di vendetta il desìo dove non mena?
A che non scende ambizïon? Quant'alta
È più la meta ov'ella aspira, è forza
Che tanto più s'abbassi e, prima o poi,
Soggiaccia ad ogni cosa indegna e vile.
E tu, vendetta, ancor che dolce in pria,
Come presto ti cangi, e il tosco amaro
In te stessa rivolgi! Ebben, nol curo;
Purchè a ferire ed atterrar tu giunga,
Se non giungesti a più sublime scopo,
Questo del mio livor secondo oggetto,
Quest'uom sì caro al ciel, questo novello
Figlio del suo dispetto, opra di fango
Che tal formata fu solo per nostro
Scherno maggiore. E non sarà ch'io renda
Odio all'odio, onta ad onta, oltraggio a oltraggio?
Così dicendo, come nebbia oscura
Che terra terra striscia, ogni palude,
Ogni boschetto andò spiando, e il serpe
A trovar non tardò che al sonno in preda
Giaceasi avvolto in raddoppiati giri,
E in mezzo ad essi riposava il capo
D'astuzie pieno. Egli innocente ancora
Non sotto l'orrid'ombre e in cupe tane,
Ma in grembo all'erba tenera dormìa
Senza timore e non temuto. Entrógli
Per le fauci Satán, tacito e leve
Del cerebro e del cor le intime vie
Gli penetrò, gli scorse, e aggiunse il lume
D'intelletto e ragione al brutal senso;
Ma non turbógli il sonno, e il nuovo albòre
Stette là chiuso ad aspettare. Or quando
In Eden cominciò la sacra luce
A scintillar sugli umidetti fiori
Esalanti l'incenso mattutino,
Mentre quanto germoglia e quanto spira
Dalla grand'ara della terra innalza
Mute laudi al gran Fabro e odor soavi,
Fuor se n'uscì l'umana coppia, e il suo
Vocal, divoto ossequio al muto Coro
Unì dell'altre creature. I freschi
Olezzi del mattino e l'aure molli
Va poi godendo insieme e divisando
Come possa in quel giorno affrettar l'opra
Che troppo per due soli in quel sì largo
Terren cresceva, e al suo consorte in pria
Eva sì prese a dir: - Ben possiam noi
Questo giardin rassettar sempre, o caro,
Sempre le piante e l'erbe e i fior disporne,
Nostro sì dolce incarco: in fin ch'aìta
Non ci recan più mani, invan represso
Sotto il nostro lavor, più sorge ognora
Il gran rigoglio lor. Quanto nel giorno
S'opra da noi, questi arboscei spogliando
Di troppi rami e ambizïose fronde
Od acconcio sostegno a lor giugnendo,
Tutto è perduto, e, nello spazio breve
D'una o due notti, la natura prende
Col suo vigor l'opere nostre a scherno;
Tutto a imboschir ritorna. Il tuo consiglio
Proponi dunque, o ciò che in mente or vienmi
Non ti spiaccia d'udir. Fra noi divisi
Sieno i lavori: ove il desìo ti guida
O il bisogno è maggior, tu vanne, e a questo
Boschetto intorno il caprifoglio avvolgi,
O là dirigi l'edera seguace
Ove meglio s'arrampichi e s'infrondi.
Io colà fra quei mirti e quelle rose
Fino al meriggio le mie cure intanto
Impiegherò; chè, mentre uniti all'opra
Passiam così l'un presso all'altro i giorni,
Qual meraviglia se in sorrisi e sguardi
Si perdon l'ore, e nuovi obietti sempre
A nuovo ragionar materia danno,
Talchè langue il lavor, sebbene impreso
Di buon mattino, e della cena intanto,
Che non abbiam mertata, il tempo arriva?
- O amata e sola mia compagna - a lei
Dolcemente così risponde Adamo -
O fra quanto creò l'eterna mano
Oltr'ogni paragone a me più cara,
Al tuo provvido avviso, a questa cura
D'affrettare il lavor che Dio c'impone,
Come negar potrei debite lodi?
Quale in donna esser può studio più bello
Che il domestico bene, e all'opre oneste
Il consorte eccitar? Pur sì severa,
No, Dio non fe' del faticar la legge,
Che necessario od opportun ristoro
A noi si vieti, o di colloquio, dolce
Nudrimento dell'anima, o di sguardi
E di sorrisi l'alternar soave,
Di teneri sorrisi, onde natura
Negò il bel dono a' bruti ed ornò solo
Il sembiante dell'uomo, esca gentile
Onde si pasce quell'amor che il nostro
Più basso fin non è. Creonne Iddio
Al travaglio non già penoso e duro,
Ma al piacer ci creò, piacer che giunto
Sia con ragione. A questi andari, a queste
Frondose volte, non temer, per quanto
Ad agïato passeggio uopo ci fia,
Torran le nostre mani agevolmente
Ogni selvaggio ingombro, ed altre nuove
In nostr'aìta giovinette braccia
Verran bentosto. Se però discaro
T'è il conversar soverchio, oppormi a breve
Lontananza fra noi non vo': chè solo
Starsi, è talor la compagnia migliore;
E a più dolce ritorno ci sospinge
Un picciolo ritiro. Io sol pavento
Che tu da me divisa un qualche danno
Possa incontrar: qual ci fu dato avviso
Dal ciel, tu il sai; tu sai qual vegli astuto
Nemico che il suo ben perdeo per sempre,
E or invido del nostro, a noi con scaltro
Assalto va tramando onta e ruina.
Certo in agguato ei sta non lunge, e 'l tempo
Del suo vantaggio e il loco, avido aspetta,
Quando disgiunti noi sarem, stimando
Vane le prove sue mentre l'un l'altro
Soccorrerci possiamo. O sia ch'ei tenti
A quel sommo Signor renderci infidi,
O il nostro disturbar tenero amore,
Che forse in lui maggior invidia desta
D'ogni altro nostro ben, sia questo, o ancora
Peggiore il suo disegno, ah! tu, mia cara,
Quel fido lato ah! non lasciar che vita
Ti diè da prima e ch'or ti guarda e copre.
Là dove onta o periglio ascosi stanno,
Il posto più dicevole e sicuro
È per la donna del suo sposo al fianco;
Ch'ei veglia a sua difesa o corre insieme
Ogni peggior destino. - A questi detti,
Qual chi amor pari all'amor suo non trova,
Dolce ed austera insiem, con tutta in volto
La maestà dell'innocenza accolta,
Eva così risponde: - O Adamo, o figlio
Della terra e del cielo, e re non meno
Dell'ampia terra tutta, il so che a trarci
Dentro i suoi lacci un fier nemico aspira:
Tu me n'avverti, e già l'udii pur anco
Dall'Angel che partìa, mentre sull'ora
Che i fior chiudon le foglie, indietro alquanto
Tra questi arbor frondosi il piè rattenni.
Ma che sorgerti in cor dubbio potesse
Di mia costante fè vêr te, vêr Dio
Perchè un nemico può tentarla, ah! questo
D'udir non m'attendea. L'aperta forza,
Incapaci, quai siam, di morte e pena,
È vana contro noi: dunque gl'inganni
Tu temi del nemico e temi a un tempo
Che l'amor mio, che la mia salda fede
Possan sedursi o vacillare. Ah! come
Questi pensieri, Adam, per lei che tanto
T'è cara, nel tuo sen trovan ricetto?
Con questi dolci allor teneri accenti
Procura Adam racconsolarla: - O vaga
Del ciel figlia e dell'uomo, Eva immortale,
Chè tal ti rende l'innocenza e 'l primo
Invïolato tuo candor, non io,
Perchè di te diffidi, ognor vicina
Ti bramo al fianco mio, ma perchè ancora
Gli assalti stessi del nemico nostro
Vorrei che tu schivassi. Anco sedurti
Tentando sol, di turpe nota ei sparge
La tua virtù che corruttibil crede
Nè contro l'arti sue secura appieno.
Un'onta è questa, ancor che vana, e sdegno
Tu medesma ne avresti. Or non ti spiaccia
Se da te sola io distornar procuro
Oltraggio tal, che l'inimico a un tempo,
Per quanto audace sia, contr'ambi noi
Non avrà forse di tentar baldanza,
O vôlti in me primier ne fian gli assalti.
Nè la malizia e le coperte vie
Tu dispregiar di lui: chi que' superni
Spirti sedur potè, sottile e destro
Ben esser dee. No, non stimar soverchia
L'aìta altrui: dai sguardi tuoi maggiore
Fassi ogni mia virtude: a te dinanzi
E più saggio e più vigile e più forte
Mi sento, ov'uopo il richiedesse, e l'onta
D'esser sugli occhi tuoi vinto o deluso,
Doppia virtù m'accenderebbe in petto.
E come tu del pari al fianco mio
Non sentiresti maggior forza al core,
E di venir coll'inimico a prova
Anzi non sceglieresti allor ch'hai presso
Di tua virtude il testimon migliore?
Le domestiche sue vigili cure
E 'l coniugal tenero affetto esprime
Ad Eva Adam così; pur ella assai
Apprezzata da lui sua fè non crede,
E dolce gli risponde: - In breve giro
Se rattenerci ognor così ristretti
Debbe un nemico o vïolento o scaltro,
E se niuno di noi per sè non basta
A stargli all'uopo incontra, e come in questa
Perpetua tema ci direm felici?
Ma che! niun mal, se nol precede il fallo
Puote avvenirci alfin: ci oltraggia il nostro
Nemico, è ver, con la sua turpe stima
Di poterci sedur, ma quella turpe
Speranza sua verun disnore in fronte
Non c'imprime però, che tutto torna
Sovr'esso a ricader. Perchè temerlo,
Perchè evitarlo dunque? Un doppio onore
Dallo schernito suo stolto disegno
Anzi noi ritrarrem, l'interna pace,
E dal ciel testimon di nostra fede
Grazia sempre maggior. La fè, l'amore,
La virtù che son mai, se all'uopo soli
E senz'aìta altrui secura prova
Di sè non danno? Ah! non crediam che scema
Nostra felice sorte abbia lasciata
Quel saggio Creator sì che del pari
Vivere in sicurtade uniti o soli
Noi non possiam. Troppo sarebbe incerto
In cotal guisa il nostro bene, e a tanto
Periglio sottoposta, indegna fora
Del titol suo questa beata sede.
- Non lagnarti del cielo (allor soggiunge
Fervidamente Adam); tutte le cose
Ottime uscîr di man del Fabro eterno:
Nulla quell'alta, onnipossente mano
Lasciò imperfetto: e l'uomo avrìa lasciato?
No, quanto sicurar da esterna offesa
Può 'l suo stato felice, appien tutt'ebbe.
Suo rischio in lui sta sol, sebben la possa
Stavvi ancor d'evitarlo, e mai non fia
Che contro il suo voler danno riceva.
Ma franco è il suo voler; chè franco è quello
Che obbedisce a ragione; e retta Iddio
Fe' la ragione, ma le impose ancora
Di sempre star tra le maligne e false
Imagini del ben guardinga e attenta,
Onde contro gli espressi alti divieti
La male istrutta volontà non torca.
Diffidenza non già, ma caldo amore
Mi move dunque ad iterar sì spesso
Gli avvisi miei con te; tu pur sovente
Porgimi, o cara, i tuoi. Fermi or noi stiamo,
Ma vacillar potremmo. Ah! sì, potrebbe
Qualche fallace, lusinghiera imago,
Qualche nemico, insidïoso laccio
Avviluppar ragion non così desta
Com'ella esser dovrìa. Non gir cercando
Dunque una pugna ch'evitar è il meglio,
E più agevole ancor, se tu non lasci
Il fianco mio. Non ricercato ancora
Il periglio verrà. Di tua fermezza
Brami dar prova? Ah! dammi quella in pria
Di tua docilità. Se lunge sei,
Testimon di tua fè, di tua costanza
Come sarò? Pur tuttavia se stimi
Che non cercato rischio a coglier abbia
Entrambi noi più sprovveduti e lenti
Di quel che tu, così avvertita, or sembri,
Va pur; chè, qui malvolentier restando,
Più lontana da me saresti ancora.
Va nel nativo tuo candor, riposa
In tua virtù, tutta la sveglia, Iddio
Le sue parti ha compiute, a te s'aspetta
Compier le tue. - Così diceale il nostro
Antico sire: ella però non lascia
Il suo proposto, ed ultima soggiunge,
Ma sommessa ed umìl: - Tu mel consenti,
E negli ultimi detti anco tu stesso
Pensi che un rischio inopinato entrambi
Assalir ci potrà men cauti forse
E men provvisti. Io più guardinga quindi
E più lieta men vo, nè già m'attendo
Ch'alla più debol parte in pria si volga
Un nemico sì altier, ma pur, se tale
È il suo disegno, con maggior vergogna
Rispinto ei partirà. - Così dicendo,
Dolcemente la mano ella ritira
Dalla man dello sposo, e qual fu pinta
Da' greci vati boschereccia ninfa
Oreade o Driade o del Latonio coro,
Leggiadra e snella avviasi; e Delia stessa
Al divin portamento, a' bei sembianti
Vinto avrebbe d'assai, benchè non d'arco,
Siccome quella, e di feretra armata,
Ma sol d'arnesi rustici quai l'arte
Dal foco intatta e rozza ancor, formolli,
O qualche Angel recati aveali in terra.
Pale o Pomona rassembrar piuttosto
Ella poteva o Cerere, in lor primo
Vezzoso fior di verginal beltade.
Con occhi accesi di desìo la segue
Adamo, e con la man vêr lei distesa
Di ritenerla agogna ancor; più volte
Di rieder tosto ei l'ammonì; più volte
Verso il meriggio ella tornar promise,
E nell'ordin miglior tutto disporre
Quanto alla mensa è d'uopo, e a gustar quindi
Grato riposo allor che il sol più ferve.
Eva infelice! Oh qual inganno è il tuo!
Qual ritorno ti fingi! Ahi fero evento!
No, dolce pasto e placida quïete
Da quell'ora fatale in paradiso
Non gusterai tu più. Tra i fiori e l'ombre
Sta nascoso infernal, invido agguato,
Che di fè, d'innocenza e d'ogni bene
Ignuda ti rimanda! Infin dal primo
Spuntar dell'alba, di verace serpe
Sotto le forme, iva spïando attento
Il fier nemico ove la prima e sola
Coppia ritrovi e faccia in lei di tutta
L'inchiusa stirpe un'ampia preda opima.
Cercò boschetti e campi, ove alcun gruppo
Sorgea più vago d'arbuscelli, e i segni
Apparìan di cultrice, industre mano,
O d'uman piè qualche vestigio impresso,
Or sul margin d'un fonte, ora d'un rio
Di liete ombre coperto. Ei tutto intorno
Col guardo interrogando, ambi ricerca,
Ma incontrar sopra tutto Eva in disparte
Egli desìa; desìa, sebben non spera
Ciò che sì rado avviene. Ai voti suoi
La sorte alfin oltre ogni speme arride,
E soletta la scorge. Un nuvoletto
D'alme fragranze le ondeggiava intorno,
E folti cespi di vermiglie rose
L'ascondean per metade: il molle stelo
Ella s'inchina a raddrizzar de' fiori
Che le incarnate, porporine, azzurre
O di bei spruzzi d'ôr dipinte teste
Lascian cadere a terra languidette,
E con tralci di mirto al lor sostegno
Gentilmente le annoda. Ah! ch'ella intanto
Fra tutti il più bel fior, se stessa, obblìa,
Chè lontano l'appoggio e sì vicina
Ha la procella! Spazïose vie,
Su cui dall'alto il cedro, il pin, la palma,
Diffondon ombra maestosa, allora
Ravvolgendosi audace in lunghe spire
Tra i folti arbusti e fior che quinci e quindi
Fan per mano di lei serto alle sponde,
Or nascosto, or visibile ei traversa,
Ed a lei si avvicina. Ameni e vaghi
Tanto non fur del redivivo Adone
Imaginati un dì gli orti famosi,
O quei d'Alcinoo, albergator cortese
Del figlio di Laerte, o quei non finti,
Ove con la leggiadra Egizia sposa
Iva a diporto il saggio Re. Satáno
Molto il loco ammirò, ma più la bella
Abitatrice. Qual chi chiuso a lungo
In città popolosa, ove le folte
Case e latrine attristan l'aere, uscendo
In bel mattino alla stagione estiva
Per ville amene a respirar le pure,
Campestri aurette, insolito diletto
Prova da quanto incontra, or dalle fresche,
Ora dalle recise erbe fragranti,
Ora dalle cascine, or dagli armenti,
Da ciascun suono e da ciascuna imago;
Ma se vezzosa forosetta intanto
Passa a Ninfa simìl, quanto gli piacque
Or per lei gli divien più vago e caro;
Più che in altro però, sovr'essa il guardo
Torna a fissar, nel cui leggiadro aspetto
Stima ogni gioia, ogni beltà raccolta:
Tal dolcezza nel cor scender sentissi
Satán, mirando il florido recesso
Ove così di buon mattino e sola
Eva giungea. Le angeliche sembianze
Di femminil, dolce mollezza sparse,
Le sue grazie innocenti, ogni più lieve
Suo moto ed atto la malizia in lui
Giungono ad affrenare, e con soave
Rapina a svergli dall'atroce petto
Il disegno feral. Stettesi alquanto
Di sua malvagità, di sua fierezza
Spogliato il crudo in stupida bontade,
Ed invidia, rancor, frodi, vendetta
Vinto obbliò. Ma quel che in sen gli bolle,
E in mezzo al ciel lo seguirebbe ancora,
Rovente inferno ripigliò bentosto
Novella forza, e l'ammiranda vista
Di tante gioie a lui negate accrebbe
Tutti i tormenti suoi. L'odio e la rabbia
Quindi ei raccoglie, se n'allegra e 'n questi
Accenti infiamma la feroce mente:
- A che venimmo, o miei pensieri? E quale
Dolce delirio immemori vi rende
Di ciò che qui ci trasse? Odio fu quello,
Amor non già, nè di cambiare in queste
Gioie gli affanni miei speranza alcuna.
Solo il piacer che dal distrugger nasce
Ogni piacere, a me s'aspetta; ogni altro
Perduto è omai. L'occasïon m'arride,
Trapassar non si lasci: ecco soletta
Ad ogni assalto mio s'offre la donna;
Lungi n'è Adam, per quant'io scorgo: è troppo
Colui sagace, vigoroso, altero;
Benchè fatto di creta, ei tal non sembra
Nelle sue forme eccelse, e forse ancora
Non spregevol nemico esser potrebbe.
Ah! sì, dal duol, dalle ferite immune
Egli è, tal non son io: così cangiato,
Avvilito così da qual ch'io m'era,
M'han le mie pene! È bella inver costei,
Divinamente bella e degno oggetto
Dell'amor degli Dei! Terror non spira,
Benchè terrore anco in amor si trovi
Ed in beltà, se lor non fassi incontro
Odio più forte; e l'odio è allor più fero
Che sotto il vel di finto amor si cela;
E così trarla a sua ruina intendo. -
Così fra sè dicea chiuso nel serpe
Il gran nemico dell'umana gente,
E ad Eva intanto s'avviò, non prono
Con ondeggianti, sinuose pieghe
Sul suol, com'indi in poi, ma di sua coda
Su circolar sostegno ei dritto s'erge
In moltiplici rote, una sull'altra,
Di torreggianti spire. Alto sormonta
Il crestato suo capo, e quai carbonchi,
Gli fiammeggiano gli occhi; il liscio collo
Arde d'un oro verdeggiante in mezzo
Ai pieghevoli giri, onde gli estremi
Volumi a fluttuar scendon sull'erba.
Dilettevole, amabile in sembianza
Egli si mostra, e serpe alcun più vago
Non fu visto giammai; non quelli, in cui
Cadmo ed Ermione e d'Epidauro il Nume
Cangiati fur, siccom'è fama, o quelli
In cui si tenne che l'Ammonio Giove
Ed il Capitolino un dì s'ascose,
Per Olimpiade l'un, l'altro per lei
Che in Scipio partorì di Roma il vanto.
Obbliquamente in pria, qual chi pur brama
D'appressarsi ad alcun, ma insiem paventa
Giugnere inopportuno, a lei di costa
Satán si tragge: o qual nocchiero esperto
Presso una foce o capo, ove più varj
Soffiano i venti, a questa parte e a quella,
A seconda di lor, cangia governo,
E torce obbliquo delle vele il grembo;
Tal egli ancor varia i suoi moti, e 'n cento
Scherzosi avvolgimenti a vista d'Eva
Il flessuoso strascico raggira
Onde allettarne i guardi. Ella ben ode
Di fronde uno stormir, ma ad altro intenta
Non si volge però; chè avvezza è spesso
Veder davanti a sè scherzar pe' campi
Le belve alla sua voce ubbidïenti
Più che non fu da greci vati pinto
Sommesso a Circe il trasformato gregge.
Più audace quindi le s'appressa in atto
Di meraviglia e di stupore, a lei
L'altera cresta e lo smaltato collo
Più volte inchina lusinghiero, e lambe
Il terren tocco dal leggiadro piede.
Quel muto favellar, que' guizzi alfine
Richiamâr d'Eva il guardo; egli n'esulta,
E la lingua del serpe a nuovi umani
Accenti disciogliendo, ovver spirando
Nell'aere un vocal suono, alle sue trame
Diè principio così: - Sovrana eccelsa,
Non istupir, seppur a te che chiudi
Tutte le meraviglie, oggetto alcuno
Mirabil esser può, nè gli occhi tuoi,
In cui tanta del ciel parte risplende,
Di sdegno armar, s'io così solo ardisco
Di farmiti d'appresso e pascer quella,
Ch'ho d'ammirarti, insazïabil brama;
Nè paventai l'augusta fronte e 'l ciglio
Che maggior maestà spirano ancora
Fra questi ermi recessi. In te, perfetta
Del grande Autore imagine sublime,
Tien fiso il guardo ogni vivente cosa
Ch'è a te per don del Creator soggetta,
E la celeste tua beltade adora,
Quella beltà che di più vasto degna
Altro teatro fora e d'altri onori.
Entro questo recinto, in mezzo a queste
Belve, insensate spettatrici, e inette
A discerner perfin de' pregi tuoi
Una piccola parte, or chi ti mira,
Tranne un sol uomo? Ed un sol uomo ch'è mai,
Mentre locata fra gli Dei tu Dea
E da perpetuo d'Angeli corteggio
Adorata e servita esser dovresti? -
Così la voce lusinghiera sciolse
Il tentator serpente, e d'Eva in core
Si fer strada quei detti. Al nuovo suono
Ella attonita resta, e: - Qual portento
Fia questo? alfin risponde - uman linguaggio
Nella bocca d'un bruto, e sensi umani!
Alle belve finor negato il primo
Stimai dal ciel che sol le fe' capaci
Di rozzi accenti e mormorio confuso.
Se luce di pensiero in esse splenda,
In dubbio io stonne; chè a' sembianti, agli atti
Molta ragione in lor sovente appare.
D'ogni altra belva più sottile e scaltro
Te, serpe, io conosca, ma voci umane
Atto a formar non ti credei. Rinnova
Or questa meraviglia, e narra come
A te già muto ora il parlar s'è aggiunto,
E come sì piacevole ed amico
Più di tanti animai che al mio cospetto
Stan tutto il dì, mi ti dimostri. Parla;
Chè ben d'ascolto un tal prodigio è degno.
- Bellissim'Eva, il tentatore astuto
Subito replicò, degna Reina
Di quanto in sè questo bel mondo serra,
A te l'imporre, a me s'aspetta i tuoi
Cenni obbedir, nè il soddisfarti adesso
Difficile mi fia. Qual l'altre belve
Che van pascendo le calcate erbette,
Io pur m'era da prima, e abbietti e vili
Eran, come il mio cibo, i miei pensieri.
Il cibo e 'l sesso io discernea soltanto,
Ma nulla di sublime e di gentile;
Finchè, per questi campi un dì vagando,
A scorger venni una superba pianta
Che tutta carca rifulgea da lunge
D'aurate insieme e porporine poma.
M'appresso a vagheggiarla, e tal si spande
Da lei soave peregrino odore
Che più i sensi m'alletta e mi lusinga
De' finocchietti teneri, fragranti,
E delle mamme che stillanti e colme
Recan di latte le pasciute gregge
In sulla sera e non succhiate ancora
Dai giovin figli alle lor tresche intenti.
Di gustare i bei frutti ardente brama
Tosto mi nacque, e d'appagarla tosto
Io pur presi consiglio, e fame e sete,
Due stimoli possenti, in me da quella
Dolce fragranza anco innaspriti, a un tratto
Mi spinser sulla pianta. Agli alti rami,
Che a gran fatica il tuo disteso braccio
Può giugnere a toccare o quel d'Adamo,
Avviticchiato pel muscoso tronco
Su, su m'alzai. D'un invido desire
Ogn'altra belva che a mirarmi stava,
Struggeasi a piè dell'arbore, agognando
Nè potendo salir. Giunto là dove
Pendeami intorno allettatrice e folta
Di que' pomi la copia, avidamente
Io mi diedi a spiccarli, e farne appieno
Sazie le voglie mie chè in pasco o fonte
Non mai trovato avean dolcezza tanta.
Satollo alfine, in me subito farsi
Sento mirabil cangiamento: un raggio
Di viva luce a rischiararmi scese,
Aura superna ricercommi il petto,
Nè il parlar mi mancò, bench'io serbassi,
Come tuttor, le prime forme. A grandi
Sublimi studj da quel punto io tutti
I miei pensier rivolsi e quanto il cielo,
L'aere e la terra abbraccia e quanto in essi
È di vago e di buon, colla capace
Mente tutto indagai, tutto discersi.
Ma guanto altrove di più bel si trova
E di miglior, nel tuo divino aspetto
Unito io vidi e nel celeste lume
Di tua bellezza. No, bellezza eguale
O simile alla tua certo non evvi.
Ciò mi spinse a venir, benchè importuno
Forse, per ammirarti, e omaggio e culto
Render a lei che, a gran ragion, d'ogni altra
Creatura e del mondo ebbe l'impero. -
Così ripien dell'infernal possanza
Dicea l'accorto serpe, e incauta e presa
Da maggior maraviglia Eva soggiunge:
- Le somme lodi, o serpe, onde cotanto
Tu di quel frutto la virtude estolli
Da te provata sol, sospeso, incerto
Tengono il creder mio. Ma di', tal pianta
Dove e quanto di qui cresce lontana?
Molte e diverse, a noi tuttora ignote,
Qui sorgon piante, e tal dovizia a noi
S'offre pertutto di squisite poma
Che non tocca di lor la più gran parte
Dai curvi rami incorruttibil pende;
Finchè a tante ricchezze un giorno sorga
Novella gente e sgravino altre mani
Alla natura l'ubertoso grembo.
- Breve, o Reina, e facile è la via,
Lieto risponde a lei l'astuto serpe:
Per la pianura, oltre un filar di mirti,
Appresso un fonte e dopo un bel boschetto
Di balsamo e di mirra. Ivi bentosto
Sarai, se accetti la mia scorta. - Andiamo,
Eva soggiunge: e al mal oprar veloce
Egli a vicenda or si raggruppa or scioglie
Ratto e lieve così che dritto sembra
In suoi viluppi camminar. La speme
Alto gli leva il collo, e per la gioia
D'una luce maggior gli arde la cresta.
Come pingue vapor, da gel notturno
Cinto e stretto talor, s'erge nei campi,
Indi agitato si converte in chiara,
Tremula vampa, a cui maligne larve
Spesso, siccom'è fama, unite vanno,
E col suo lume ingannator travia
Sovente il peregrin che dentro a ciechi
Burroni e stagni alfin s'affonda e perde
Privo d'aìta; tal risplende il serpe,
E la credula nostra antica madre
Conduce con sue fraudi alla radice
D'ogni mal nostro, all'arbore fatale.
Quand'ella il vede, al guidator rivolta,
- Ben potevám di qui lontani, o serpe,
Rimanerci, gli dice; ancor che tanta
Copia di frutte da quest'arbor penda,
La lor virtude, i lor stupendi effetti
Mostrinsi pur in te: toccar perfino
A noi non lice questa pianta: Iddio
Così c'impose, e di sua voce figlio
A noi lasciò questo divieto solo.
In nostro arbitrio è il resto, ed è soltanto
La ragion ch'ei ci diè la nostra legge.
- E fia ciò vero? - insidïoso a lei
Replica il tentator - non tutte dunque
Gustar potete queste frutta? e Dio
Così vi disse allor che tutto in terra
E nell'aer sommise al vostro impero?
- De' frutti d'ogni pianta, Eva soggiunge
Innocente tuttor, gustar ci lice;
Ma del frutto che dà quest'arbor vago
Posto in mezzo al giardino, Iddio medesmo:
Non ne gustate e nol toccate, o morte
Avrete inevitabile, ci disse.
I brevi detti ella chiudeva appena,
Che, fatto quel maligno anco più baldo,
Amor per l'uom fingendo e zelo e sdegno
Per l'oltraggio ch'ei soffre, un nuovo aspetto
Riveste, e par che fra magnanim'ira
Incerto ondeggi; maestoso e grave
Quindi si leva, e a dir sublimi cose
Pronto si mostra. Nell'antica etade
Tal in Atene o Roma, ove fiorìa,
Muto dipoi, libero dir facondo,
Celebrato orator quando al sostegno
Di gran causa accingeasi, in sè raccolto
Tutto si stava, e pria che l'aurea piena
Sgorgasse dalle labbra, il volto, il ciglio,
Ogni gesto, ogni moto in lui parlava
Ed ascolto chiedea; talor rapito
Dallo zelo del dritto e impazïente
D'esordj e indugi, all'argomento in mezzo
Fervido si slanciava. In simil guisa
S'atteggiò quell'iniquo, erto levossi
E all'arbor vôlto, impetuosamente
Così proruppe: - O sacra, o eccelsa pianta,
Di Saper madre e largitrice, or chiara
Sento in me la tua possa, or che discerno
Delle cose non sol le fonti e i semi,
Ma di que' sommi Artefici, per quanto
Saggi stimati sieno, ancor gli arcani.
No, Reina del mondo, a tai minacce
Di morte ah! non dar fè: voi non morrete:
Morir! perchè? pel frutto? Ei più sublime
Vita v'arreca sol. Morte paventi
Da chi la minacciò? Me, me riguarda
Che toccai, che gustai quell'almo cibo;
Eppur vivo non sol, ma vita n'ebbi
Di quella assai più luminosa ed alta
Che assegnommi il destin, calcato e vinto
Dal mio felice ardire. All'uom si nega
Ciò ch'è libero a' bruti? E così lieve
Trascorso accenderà d'un Dio lo sdegno?
Nè fia piuttosto ch'ei medesmo ammiri
Quell'audacia magnanima che, a vile
La morte avendo (checchè sia la morte)
E le minacce sue, più nobil grado
Cercò di vita, e 'l bene e 'l mal del paro
Conoscer volle? Aver del ben contezza
Troppo conviensi; e il mal (seppure un vôto
Nome ei non è) perchè celar si debbe?
Meglio l'evita chi 'l conosce. Iddio
Nuocervi ed esser giusto insiem non puote:
S'ei non è giusto, ei non è Dio; nè vuolsi
Più obbedire o temer. Così la stessa
Vostra tema di morte ardir v'insegna.
Qual esser può d'un tal divieto il fine?
Non vuol ei col timor tenervi ognora
Suoi ciechi, umìli, adoratori abietti?
Dal giorno, egli il sa ben, dal giorno in cui
Gustiate queste frutta, al vostro sguardo
Ch'or sì chiaro vi sembra, eppure è fosco,
Si squarcerà, si purgherà la nube;
Pari sarete a Numi, e al par vi fia
Del ben, del mal l'alta scïenza aperta.
S'io d'uom le interne facultadi ottenni,
Ben è ragion che somiglianti a Dei
Voi divenghiate. La brutale essenza
Io cangiai nell'umana, e voi l'umana
Cangerete in divina. Ecco la morte
Forse che vi s'intima, il depor questa
Vostra natura e rivestir quell'altra
Alma e celeste. Oh bel morire! oh folli
Minacce! oh lieto e desïabil danno!
E che son mai gli Dei talchè l'uom farsi
Non possa a loro egual, se eguale il pasca
Divino cibo? Essi fur primi, e quindi,
Che tutte cose di lor man fur opra,
Presso a chi venne poscia, acquistan fede.
Dubbio ciò parmi assai; dal sen di questa
Vaga terra che il sol scalda e feconda,
Tutto uscire io rimiro, e nulla mai
Da quei sterili Dei. S'eglino autori
Del Tutto son, chi la scïenza dunque
Del ben, del male in questa pianta ha chiusa
Sì che, malgrado lor, saggio ad un tratto
Dell'alme frutta il gustator diviene?
E in che gli offende l'uom, s'egli all'acquisto
Aspira del saper? qual danno a Dio
Dal saper vostro? E come mai, se tutto
Suggetto è a lui, contro sua voglia ancora
I doni suoi quest'arbore dispensa?
Forse ad un tal divieto invidia il mosse?
E nel seno d'un Nume invidia alberga?
Queste, sì queste ed altre assai ch'io taccio,
Ragioni appieno vi convincon quanto
Uopo del frutto abbiate. Umana Dea,
La man vi stendi e senza tema il gusta.
Tacque, e di lei nel cor facil la via
Ritrovaron que' detti. Il guardo affisa
Ella sul frutto, la cui vista sola
Era sì tentatrice, e 'l suon di quelle
Persuadevoli voci, in cui le sembra
Scorger espressa la ragione e 'l vero,
Le si raggira entro l'orecchie ancora.
A mezzo omai del suo celeste corso
S'avvicinava il sole, e già la fame
Che il saporoso odor de' vaghi pomi
Irritava ancor più, s'era in lei desta,
E di côrne e gustarne al cupid'occhio
Fea possente lusinga. Alquanto in prima
Però s'arresta incerta, e in sè rivolge
Questi pensieri: Alte, ammirande sono
Inver le tue virtudi, o d'ogni frutto
Frutto miglior, benchè per l'uom non sieno.
Gustato appena, tu snodasti al bruto
La rozza lingua al favellare inetta,
E gl'insegnasti a celebrar tue lodi:
Nè le tue lodi quei medesmo tacque
Che a noi ti divietò, quand'egli il nome
D'arbore del Saper ti diè, del grande
Saper che il bene e 'l mal libra e distingue.
E a noi poscia negotti! Ah! quel divieto
Le tue virtù più scopre, e quanto avrebbe
Uopo de' doni tuoi la nostra sorte.
Com'esser può che d'un ignoto bene
Ci procacciam l'acquisto? E un bene ignoto.
Mentr'anco il possediam, fors'è diverso
Da quello onde siam privi? Or s'egli dunque
Il saper c'interdice, un ben ci vieta,
Ci vieta l'esser saggi. Un tal comando
Obbligarci non può. Ma se dipoi
Nelle catene sue Morte ci serra,
Dai sublimi pensier, da questa nostra
Libertade qual pro? Nel dì che al frutto
Il labbro accosterete (è tal la legge),
Preda siete di morte. Or come il serpe
Morto non giace? Ei n'ha gustato e vive,
Vive e parla e ragiona e appien discerne
Ei ch'era privo di ragion. La morte
Per noi soli inventossi? e questo cibo
Che di superna luce empie la mente,
A belve si riserba e a noi si niega?
Sì, par ch'ai bruti ei si riserbi: eppure
Quei che primo fra lor ne fe' la prova,
Invidia non ne mostra, anzi con gioia
Del ben che gli toccò c'invita a parte,
Consiglier non sospetto, all'uomo amico,
Non ingannevol, non maligno. Adunque
Che mai pavento? anzi, conosco io forse
Ciò ch'io debba temer, se cieca, ignara
Vivo così del ben, del mal, di Dio,
Di morte e legge e pena? In questo divo
Frutto che il guardo appaga e 'l gusto alletta,
Qui il rimedio si sta: questo mi puote
Sparger l'alma di luce e saggia farmi.
Che dunque mi ritien? perchè nol colgo,
E corpo e mente io non ne pasco insieme?
Mentre così dicea, l'audace mano
(Ahi terribil momento!) al frutto stese,
Lo spiccò, lo gustò. D'orror la terra
Tutta fremè; dalle riposte sedi
Profondamente sospirò Natura
E per ogni opra sua segni di duolo
Diede e dell'alta universal ruina.
Ratto s'invola dentro al bosco intanto
Il serpe reo, nè già vi bada tutta
Al novello sapor la donna intesa.
Piacer sì dolce in alcun frutto mai
Di trovar non le parve, o così fosse
Veracemente, o l'agitata idea
Dalla speranza del Sapere accesa
E già sognante i divi eccelsi onori,
Inganno le facesse. Avidamente
Senza ritegno alcuno ella il divora,
Nè sa che morte inghiotte. Alfin satolla,
Di vinoso licor quasi ebra e calda,
Così esulta in suo core: - Arbor sovrano
Che tanto ogni altra pianta in pregio avanzi,
O di felicità, d'almo sapere
Dispensator possente, e tu finora
Negletto rimanesti e senza onore?
E quasi di natura un germe vano
Le belle poma tue pendêro intatte?
Ah! più non fia così. Mia prima cura
Tu sarai quind'innanzi: io le dovute
Lodi al tornar d'ogni novella aurora
Qui tornerò a cantarti, e i rami carchi
Di sì ricco tesoro a tutti aperto
Disgraverò, finchè, di te nudrita,
In sapienza io cresca e ugual divenga
A' Dei che tutto sanno, e invidian poscia
Altrui quel ben ch'essi largir non ponno,
Chè tanto qui, se dono lor tu fossi,
Cresciuto non saresti. A te dipoi,
O Sperïenza, incomparabil guida,
Quanto degg'io! Senza di te sugli occhi
Avrei tuttor dell'ignoranza il velo:
Tu mi sgombrasti del saper la via
E a que' misteri ebbi per te l'accesso
In cui s'asconde: e forse anch'io del cielo
Or m'ascondo agli sguardi. Alte e rimote
Troppo son quelle sedi onde si possa
Ogni cosa quaggiù scorger distinta.
Forse altre cure han disviato ancora
Il vigil occhio di quel sommo nostro
Divietator che appien si fida in tanti
Esploratori suoi. Ma come in faccia
Comparirò d'Adam? Degg'io svelargli
Qual io divenni, ed invitarlo a parte
Di mia felicitade, o meglio fia
Ch'io per me sola il gran vantaggio serbi
Ch'or m'acquistai? Quel ch'al mio sesso or manca,
Gli aggiugnerò così, così d'Adamo
Accrescerò l'amor, miei pregi eguali
Saranno a' suoi, forse maggiori ancora!
Chi sa? nè scopo de' miei voti indegno
Questo sarìa. Libero forse è mai
Quei ch'è minor? Sì, questo il meglio fora;
Ma se di ciò che feci Iddio s'accorse,
E morte me ne segue? Adam congiunto
Ad un'altr'Eva allor, godrà felice
Con lei la vita; ed io?... Mortal pensiero!
Son risoluta: Adam con me divida
Le mie gioie, i miei mali; ei m'è sì caro
Che andrei con seco a mille morti, e, priva
Di lui, la vita a me vita non fora.
Così dicendo, all'ospital possanza,
Che albergar nella pianta ella si crede,
Ed informar del néttare divino,
Del succo irraggiator le belle poma,
Umil s'inchina e di là torce il passo.
Desïoso aspettando il suo ritorno
Adamo intanto, ad adornarle il crine
E coronare il suo rural lavoro
Avea di scelti fior tessuto un serto,
Qual delle messi alla regina usati
Son d'offerire i mietitor sovente.
Qual contento, qual gioia in mente ei volge
Al ritorno di lei! Come del lungo
Indugio ei spera compensar l'affanno!
Ma pure il cor con interrotto e spesso
Palpitar gli porgea presagio tristo
Di qualche danno. Ad incontrarla alfine,
Per quella via ch'ella partendo tenne,
Verso la pianta del Sapere il piede
Egli rivolge, e in lei che riede appunto,
Colà presso s'avviene. In mano un ramo
Ella tenea di quelle vaghe frutta
Che côlte pur allor, ridean di molle
Lanugine cosperse, e ambrosio odore
Spargeano intorno. Ella ver lui s'affretta,
E già troppo sollecita nel volto,
Prima ch'ella parlasse, avea la scusa,
Che in queste a voglia sua dolci parole
Prosegue poi: - Non dell'indugio mio
Stupisti, Adam? Di tua presenza priva,
Oh quanto fur penose e a scorrer lente
L'ore per me! Qual non sentito innanzi
Struggimento amoroso a provar ebbi!
Ma fu la prima volta e fia l'estrema;
No, non più mai questo crudele affanno
Che inesperta cercai, soffrir vogl'io,
Di star lungi da te. Ma qual ventura
O qual prodigio mi ritenne, ascolta.
Qual ci fu detto, periglioso cibo
Quest'arbore non dà, nè schiude il varco
A ignoto mal, ma stenebra le luci
Per divina virtude, e cangia in Nume
Chi le frutta ne gusta. Il saggio serpe,
O non soggetto alla severa legge
Che a noi lo vieta, o dispregiarla osando,
Ne fe' la prova, e non già morte ei n'ebbe,
Siccome a noi si minacciò, ma voce
Umana e umani sensi e di ragione
Meraviglioso lume. Ei sì mi strinse
Co' detti suoi che ne gustai pur io,
E alle promesse corrisponder tosto
Sentii gli effetti; lucido lo sguardo
Di fosco ch'era in pria, più grande il core,
Più sublime lo spirto e caldo e pieno
Già di virtù divina. Io l'alto acquisto
Per te bramai, senza di te lo sdegno:
Chè sol teco m'è dolce ogni mia gioia,
E con te non divisa, amara tosto
E grave mi divien. Tu pure il frutto
Prendi dunque e l'assaggia, onde per sempre,
Come un eguale amor ci unisce e lega,
Egual gaudio ci unisca e sorte eguale;
Nè il tuo rifiuto sia cagion fra noi
D'ordin vario di vita, e tardi io voglia
Lasciar per te la diva essenza allora
Che più non mel consenta immobil fato.
Festante, sollazzevole dicea
Eva così, ma le accendea le gote
Un colpevole insolito rossore.
Il fatale misfatto udito appena,
Stupido, immoto, pallido si feo
Adamo, e tutte un freddo gel gli corse
Le vene e l'ossa, e le giunture sciolse.
Di man gli cade l'apprestato serto,
E le già fresche, or appassite rose
Van sparte al suol; la voce e le parole
Gli toglie un alto orror; nel cor gemente
Così tacito poi seco favella:
- O del mondo ornamento, o dell'Eterno
Ultim'opra e migliore, in cui quant'altro
D'amabil, di gentil, d'almo e divino
Può scorger occhio o imaginar pensiero,
Tutto splendea, come perduta sei!
Come a un tratto perduta! ed ogni vanto
Dell'onor tuo, di tua beltà disparve!
Oh vittima di morte! Al sacro frutto
Come la mano rea stender potesti
E 'l gran divieto vïolare? Ahi quale
Nemica ti deluse ignota frode
E trascinotti al precipizio ov'io,
Io pur trabocco; chè con te già fermo
Son d'incontrar la morte! E come privo
Di te viver poss'io? come lasciare
Tua dolce compagnia? come dal petto
Svellermi il forte amor che a te m'annoda,
E per questi ermi boschi errar solingo
Un'altra volta? Ah! se un'altr'Eva ancora
D'un'altra costa mi formasse Iddio,
Ah! mai del cor la tua diletta imago
Non m'uscirebbe, mai. No, no, lo sento,
Infrangibil catena a te mi stringe
Della natura: di mia carne sei
Tu carne, ossa dell'ossa, e 'l tuo destino,
Felice o tristo, il mio destin fia sempre.
Disse, e qual è chi d'angoscioso e fero
Sbigottimento in sè ritorna, e, vinto
Il tumulto del cor, sommesso cede
A irreparabil sorte, ad Eva questi
Detti volge tranquillo: - Ah quale ardire,
Eva, fu il tuo! Qual perigliosa prova
Far su quel pomo al digiun sacro osasti,
Mentre lungi non sol la mano e il labro
Star ne dovea, ma il cupid'occhio ancora!
Ma chi può rivocar le andate cose
E 'l già fatto disfar? Non Dio medesmo,
Non il Destin. Nè tu morrai, lo spero,
Nè cotanto odïoso è forse il fallo,
Da che nudrissi di quel frutto il Serpe
E il dissagrò col suo profano dente
E comun cibo il rese. A lui mortale
Esso non fu, tu lo dicesti, ei vive
E più sublime ancor grado di vita
Ottenne, all'uom fatto simìl: del pari
Dunque fia pur che noi sorgiamo a quello
D'Angeli e Semidei. Credere inoltre
No, non poss'io che quel sì saggio e grande
Del Tutto creator, benchè sì gravi
Fusser le sue minacce, al nulla primo
Voglia noi ritornar, noi che sull'altre
Opre sue tutte ei sollevò cotanto,
Di tanti doni ornò. Per noi creato
Fu il resto e a noi soggetto, e nosco insieme
Cadrebbe pur nella ruina stessa.
Dunque crear, distruggere, deluso
Rimaner, perder l'opra Iddio potrebbe?
Chi può pensarlo? A trar dal nulla un nuovo
Mondo il solo voler, lo so, gli basta;
Ma non perciò men ripugnante ei fia
Sempre al disfarci, onde il nemico altero
Con scherno a dir non abbia: Ecco la sorte
Di lor, cui Dio più favoreggia! a lungo
Chi puot'essergli caro? Io fui la prima
Vittima sua, l'uomo è seconda, or quali
E quante poi fien l'altre? A tai dileggi
Dar argomento ei non vorrà. Ma sia
Quel ch'esser puote, al tuo destin congiunto
Il mio fia sempre, e la sentenza pari
Sovr'ambedue: se morte a te m'unisce,
Mi fia cara la morte; un laccio io sento,
Un saldissimo laccio in questo seno
Che all'altra mia metà un'avvince e tira.
È mio ciò che tu sei, sola una carne
Noi siamo, un esser solo, e s'io ti perdo,
Perdo me stesso. - Oh glorïosa prova
D'un amor senza pari! (allor risponde
Eva) sublime esempio che m'infiamma
Ad emularti! ma, inegual cotanto,
Come il poss'io? Fuor del tuo caro lato
È gloria mia l'esser uscita, e tutto
Una soave gioia il sen m'inonda,
Quando del nostro amor, d'un cor, d'un'alma
In ambi noi t'odo parlare; e certa
Prova men reca questo giorno. Innanzi
Che morte, od altro più di morte orrendo,
Il nostro dolce nodo a romper venga,
Tu fermo sei d'entrar con meco a parte
Della mia colpa, se gustar è colpa,
Questo bel frutto che un sì caro pegno
(Forz'è ch'ognor dal bene il ben germogli)
Della tua tenerezza oggi mi porge:
La cui sublime tempra appien, com'ora,
Senz'esso, intesa io non avrei giammai.
Ah! s'io credessi che seguire al mio
Ardir dovesse l'intimata morte,
Ogni peggior destin soffrire io sola
Certo vorrei, sola morir piuttosto
Che farmi a te consigliatrice mai
D'alcun tuo danno, ed assai meno or quando
L'incomparabil tuo verace amore
Conosco a certi e manifesti segni.
Ma ben diversi i fortunati effetti
In me ne provo, e, non che morte, io sento
Fatta maggior la vita, acuto il guardo,
Nuove speranze, nuove gioie, e sparso
Il labbro mio di sì divin sapore,
Che quanto di più dolce in pria gustai,
Insulso od aspro or sembrami. T'affida
Alla mia prova, Adam; gustane, e 'l vano
Della morte timor consegna ai venti.
Così dicendo, ella abbracciollo e pianse
D'una tenera gioia, a tant'altezza
Spinto veggendo in cor di lui l'amore
Che per lei scelga d'affrontar la morte
E lo sdegno del cielo. In premio quindi
(Premio ch'è ben dovuto a quella rea
Condiscendenza) dal divelto ramo
A lui con mano liberal presenta
Le frutta allettatrici. Egli sospeso
Punto non sta, ma, benchè scorga il meglio,
Da troppo amore e da que' vezzi vinto
Le prende e le divora. Al nuovo eccesso
Che la gran colpa original compiea,
Dall'intime sue viscere la terra,
Come tra fiere ambasce, un'altra volta
Tutta tremò, mise natura un nuovo
Cupo lamento, rinfoscossi il cielo,
E al mormorar del tuono alcune stille
Gittò, quasi di pianto. Adam non prende
Di ciò pensiero, a satollarsi inteso;
Nè il primo fallo rinnovar paventa
Seco la donna e con l'esempio il molce.
Alfin, siccome dal fumoso esálo
Di fresco vin possente ambo compresi,
Nuotano nella gioia, e lor rassembra
Virtù divina entro sentir che il tergo
Lor cominci ad armar d'eterei vanni,
Onde fra poco aver la terra a scherno.
Ben altro in essi opra però da prima
Quel frutto ingannator, sfrenate, impure
Voglie destando: egli lascivo il guardo
Volge sopr'Eva, ed Eva al par lascivo
Lo rivolge su lui; fra lor divampa
Un cieco ardore, e con tai detti Adamo
Primo la invita: - Il fior, ben veggo, o cara,
Di squisitezza e d'eleganza intendi;
E le mie lodi in questo dì ben merti
Che vivanda apprestare eletta e rara
Hai saputo così. Quanto diletto,
Fuggendo i doni di sì nobil pianta,
Perduto abbiam finor! Quanto di vere
Saporose delizie ignari fummo!
Se i vietati piaceri han tal dolcezza,
Perchè vietato fu quest'arbor solo?
Ristorati così, dopo sì grato
Pasto, ad altri diletti amor ci chiama:
Vieni: dal dì ch'io ti mirai da prima
Di tanti pregi adorna e mia ti fei,
Non mai sì vivo ardor m'accese il petto,
Nè sì bella com'or, mercè di questo
Arbor possente, mi sembrasti mai.
Con questi detti ei mesce e sguardi e vezzi
Da lei compresi appien, da lei che vibra
Per le pupille tenere, languenti
Dolce contagio d'amorosa fiamma.
Per mano egli la prende, e sovra lieta
Sponda, a cui feano un verde tetto i folti
Rami intrecciati non restìa la guida.
D'asfodilli e giacinti e violette
Un letto morbidissimo la terra
Lor ivi offerse, ed alle accese brame
Pieno sfogo ivi dier, pegno e conforto
Del lor fallo comun, finchè le stanche
Lor membra il sonno ad irrigar discese.
Ma poichè spersa del fallace frutto
Fu quella forza vaporosa e dolce
Che, fervida scherzando al core intorno
Ed agli spirti, avea lor menti illuse;
E poichè si disciolse il grave sonno,
D'ebbrezza figlio, che turbato e scosso
Avean frequenti, minacciose larve,
Da quel riposo, anzi da quell'affanno
S'alzaron lassi, attoniti, l'un l'altro
Si riguardaro, e ben s'avvider tosto
Come schiusi avean gli occhi, e come cinte
Le menti di buior. L'alma innocenza
Che coperti li avea quasi di un velo,
E insino allor del mal la turpe faccia
Lor nascondea, fuggì: fuggì la bella
Mutua fidanza, la bontà, lo schietto
Candor primiero ed a colpevol'onta
Furon nudi lasciati. Invan coprirla
Essi vorrian, chè più palese ancora
La fan così. Qual dal lascivo grembo
Della druda infedel Sansone il forte
Raso s'alzò del suo vigor primiero,
Tal d'ogni onor di lor virtù spogliati
Si trovan essi. Uno appo l'altro assisi
Stetter gran tempo, sbigottiti, muti,
Cogli occhi al suolo affissi. Alfin, quantunque
Non men d'Eva confuso, Adam con pena
Questi flebili accenti al labro trasse:
- In qual punto fatale, oimè! l'orecchio
A quel bugiardo verme, Eva, porgesti,
Chiunque fosse che l'uman linguaggio
Contraffar gl'insegnò! Ben altra sorte
Veritier ci annunziò, ma, troppo falso,
Una sorte miglior: son gli occhi nostri
Or aperti pur troppo, appien pur troppo
Veggiamo il bene e 'l mal; perduto bene
Ed acquistato male. Oh! frutto reo
Del Saper, se Saper questo s'appella,
Che d'innocenza, di purezza e fede
Orbi ci lascia e d'ogni pregio antico;
E nel volto c'imprime i chiari segni
D'un turpe ardor, fonte di mali, e l'onta
Alfin che tutti gli accompagna e chiude
La trista schiera! Ah! come innanzi a Dio,
Come agli Angeli suoi, che pria sì spesso
Scender a noi con tanta gioia vidi,
Più mostrarmi io potrò? Queste or mortali
Pupille inferme a sostener capaci
Non saran più quello splendor superno.
Oh! potess'io trar qui selvaggia vita
In qualche burron cupo, ove del sole
E delle stelle a' rai mi ricoprisse
Boscaglia impenetrabile con ombra
Ampio stesa di folta eterna notte!
Vostri rami addensate, o cedri, o pini,
Copritemi, ascondetemi sì ch'io
Il ciel non vegga più. Ma intanto in questo
Misero stato nostro almen si cerchi
Come celar l'uno dell'altro al guardo
Quel ch'ora in noi sembra arrecare oltraggio
Al decoro, al pudor. Di qualche pianta
Le molli ed ampie foglie insiem congiunte
Cingano i lombi nostri, onde l'infesta
Onta che a perseguirci ha testè preso,
Sovra noi non si posi e ci rimprocci
Nostra bruttura. - Ei sì consiglia, ed ambo
Nel più folto del bosco insieme entraro,
E tosto il fico elessero, non quello
Che da' suoi dolci frutti ha nome e loda,
Ma quel ben noto anch'oggi agl'Indi adusti
Nel Malabar e nel Decan, che vaste
E lunghe stende le ramose braccia,
Da cui pendenti al suol nuovi rampolli
Metton nuove radici, ed ampia intorno
Cresce la prole alla materna pianta
In largo giro di colonne e d'archi
Frondosi, alteri, e d'echeggianti vie.
Ivi l'Indo pastor dal raggio ardente
Spesso ricovra, e per gli aperti spazj
Sta rimirando, alla fresc'ombra assiso,
Gli sparsi armenti pascolar sul piano.
Di quell'arbor le foglie eguali ad ampio
Scudo amazonio essi spiccaro, e come
Seppero il meglio, insiem le uniro e un cinto
Se ne formaro. Ahi vane cure! il turpe
Lor fallo e la temuta onta seguace
Non celan già! Quanto dal primo onore
D'ignuda purità, quanto è diverso
Quel tristo ammanto! In guisa tal fasciati
Di penne i fianchi e le altre membra ignudi
Trovò Colombo, non ha guari, erranti
Ir per foreste e per boscosi lidi
Gli abitator del discoperto mondo.
Così credero i nostri padri, almeno
In parte, aver la lor vergogna ascosa;
Nè men perciò tristi e dogliosi, in terra
A lagrimar s'assisero, nè solo
Larga versâr dagli occhi amara vena,
Ma di sconvolti impetuosi affetti
Nelle lor alme ad innalzarsi un nembo
Incominciò. Disdegno, odio, sospetto,
Diffidenza, discordia agita e scuote
Le misere lor menti, albergo in pria
Di calma e pace, or di tumulto e guerra.
Sulla ribelle volontà governo
Non ha più l'intelletto, ambi son fatti
De' sensi schiavi, e di ragion l'impero
Usurpan cieche, disfrenate voglie.
Alfine Adam, da quel ch'egli era un tempo
Non meno che nel cor, tutto cangiato
Nel volto e nella voce, il suo ripiglia
Interrotto parlare: - Ah! se l'orecchio,
Eva, tu davi al mio pregar, se quando
Quest'infausto mattin quella sì strana
Voglia d'errar, come non so, ti prese,
Se tu con me fossi rimasta, ancora
Noi saremmo felici, e privi adesso
Eccoci d'ogni ben, d'onta coperti,
Nudi, meschini! Ah! più non sia chi cerchi
Dar di sua fè non bisognevol prova:
Chi darla avido anela e vuol perigli
Temerario incontrar, sull'orlo ei pende
Già della sua ruina. - E quai, soggiunge
Eva punta a quel biasmo, e quai dal labbro
T'usciro, Adamo, acerbi detti? A mia
Colpa o voglia d'errar, qual tu la chiami,
Imputi ciò che presso a te non meno
Avvenirmi potea? ciò che a te stesso
Forse poteva anco avvenir? Se stato
Tu fossi allor presente, alcuno inganno,
Io ne son certa, in quel parlar del serpe,
No, scorto non avresti: entr'esso e noi
Cagion di nimistà non era alcuna;
Odiarmi ei non potea: perchè di danni
Dunque temerlo apportator? Non mai
Dunque io dovea dal fianco tuo staccarmi,
E, al par di prima, inanimata costa
Sempre ivi affissa rimaner? Se mio
Capo e signor tu sei, se tanto rischio
Mi vedevi incontrar, perchè divieto
Al mio partir con assoluto impero
Non festi tu? Facil pur troppo allora
Molto non ripugnasti, anzi l'assenso
E 'l commiato mi desti. Ah! se costante
E fermo stavi in tuo rifiuto, ancora
Io sarei, tu saresti anco innocente.
- È questo dunque l'amor tuo? ripiglia
Irato allor la prima volta Adamo;
E di mia tenerezza il premio è questo?
Eri tu già perduta, ed io per anco
Viver potea, potea goder eterno,
Felice stato; eppur con teco, ingrata!
Perdermi scelsi! e rinfacciarmi or sento
La cagion del tuo fallo? Assai severo
Non ti sembrai nel mio divieto! E ch'altro
Far io potea? Del tuo periglio accorta
Non ti fec'io? non tel predissi? Forse
Non ripetei che insidïosi lacci
Un fier nemico ci tendea? Restava
Sol forza usar con te; ma qui la forza
Un libero voler stringer non debbe.
Vana fidanza di te stessa allora
Ti trasportò, chè non trovar periglio
Ti promettevi, o rivolgesti solo
La vittoria e 'l trionfo in tuo pensiero.
Io forse ancora errai, tant'alta e pura
Credendo tua virtù che nulla mai
Di malvagio assalirla osato avrebbe;
Quest'è l'error ch'io piango, e che m'ha spinto
A quel misfatto, onde tu stessa or sei
L'accusatrice! E tal la sorte ognora
Fia di ciascun che, in femminil virtude
Posta soverchia fè, di donna in mano
Abbandoni il governo: altera, audace
Non soffrirà ritegno, e, a sè lasciata,
Del mal che avviene incolperà primiera
La debolezza e l'indulgenza altrui.
In amare così querele alterne
Essi l'ore spendean, ma niun se stesso
Mai dannava però, nè alcun di quelle
Vane contese lor fine apparìa.

LIBRO DECIMO

Gli angeli che stavano a guardia del Paradiso, conosciuta la disubbidienza dell'uomo, abbandonano i loro posti e risalgono al cielo per giustificare la vigilanza loro. Il figlio di Dio, mandato a giudicare i nostri progenitori colpevoli, scende e pronunzia la loro sentenza; indi, tocco dalla pietà. li riveste ambedue e risale al cielo. La Colpa e la Morte che fino allora stavano alle porte dell'inferno, avvedutesi per una meravigliosa simpatia del buon successo di Satáno nel nuovo mondo, e del delitto ivi commesso dall'uomo, risolvono di non trattenersi più a lungo nell'abisso, ma di portarsi verso la dimora dell'uomo sulla traccia di Satáno. A render più facile il tragitto dall'inferno a questo mondo, fabbricano uno stupendo ponte a traverso del Caos. Mentre sono per discendere sulla terra incontrano Satáno che ritorna all'inferno, superbo del suo buon successo. Loro scambievoli rallegramenti; Satáno arriva al Pandemonio; racconta con orgoglio in piena assemblea la vittoria da lui riportata sull'uomo; e invece degli aspettati applausi ascolta un sibilo generale degli uditori suoi trasformati improvvisamente con essoseco in serpenti, secondo la sentenza data nel paradiso. Un bosco di alberi somiglianti all'albero vietato della Scienza sorge presso di loro, vi salgono su avidamente per averne le frutta, ma solo masticano polvere e ceneri amare. La Colpa e la Morte infettano la natura. Dio predice la finale vittoria del suo Figlio sopra di loro e il rinnovamento di tutte le cose; e intanto comanda agli angeli di far diverse mutazioni nel cielo e negli elementi. Adamo, scorgendo sempre più decaduto il suo stato, piange amaramente, e respinge da sé Eva che cerca di confortarlo. Ella persiste e finalmente lo calma; quindi per distornare la maledizione che doveva cadere sopra i loro figli, propone ad Adamo violenti mezzi, che da lui non sono approvati. Egli concepisce migliori speranze, le rammenta la promessa a loro ultimamente fatta, che la stirpe di lei prenderà vendetta del serpe, e la esorta a unirsi seco per placare col pentimento e colle preghiere l'offesa Divinità.



Di Satán l'opra dispettosa e nera,
Com'egli ascoso entro l'anguinea scorza
Sedotto avea la nostra madre antica,
E questa indi il consorte, a côrre il pomo
Dell'arbore fatal, palese intanto
Era nel cielo. E chi di Dio lo sguardo
Evitar può che sovra il tutto è steso?
Chi sua mente ingannar, cui tutto è chiaro?
Ei giusto e saggio non vietò che all'uomo
Satán movesse assalto, all'uomo armato
D'integre forze e libero volere,
E tutte d'un nemico aperto o ascoso
Atto a scoprire, atto a rispinger l'arti.
Di non gustare il mortal frutto a quella
Coppia Dio stesso impose, e fisso ognora
Ella serbar l'alto comando in mente,
Qualunque fosse il tentator, dovea:
Pur trasgredillo, e quindi a dritto incorse
La pena inevitabile d'un fallo
Che tenea tanti falli in sè raccolti.
Mesti per la cangiata umana sorte
Ch'è lor già nota, e taciturni al cielo
Rapidamente gli angeli saliro,
Meravigliando assai com'entro il vago
Giardin furtivo penetrar potesse
Il perfido nemico. Appena giunta
La fatal nuova alle celesti porte,
A ognun increbbe, e dolorosa nube
Velò quel giorno le beate fronti,
Sebben quel duol, misto a pietà, l'eterna
Gioia non violò. Trasse dintorno
Al testè giunto angelico drappello
L'eterea gente, per udir del tristo
Caso l'istoria, ma veloce questo
Al divin s'affrettò supremo soglio
Del ben compiuto uffizio a render piena,
Agevole ragion, quando la voce
Dalla segreta nube, in cui si cela,
Il sommo eterno Padre, in mezzo al tuono
Così disciolse: - Angeli accolti, e voi
Ch'or ritornate dall'infausto incarco,
Cagion di turbamento o di dolore
Quello che in terra avvenne, a voi non sia.
Tutte le vostre cure opposte invano
Sariensi a ciò: ben lo predissi, quando
L'infernal golfo valicò da prima
Quel fello insidiator, che giunto ei fora
Ad ottener de' rei disegni il fine;
Che l'uom sarìa sedotto, e, all'esca preso
Di fallaci lusinghe, avida orecchia
Prestato avrebbe a menzogneri detti
Contra 'l suo Creatore. Alcun de' miei
Decreti al suo cader parte non ebbe,
Nè del più lieve tocco io mossi il pieno
Libero suo volere, in equa lance
A se stesso lasciato. Or ch'altro resta,
Poichè caduto egli è, se non che scenda
Sul fallo suo la meritata pena,
La morte che intimai? Già vana ei spera
Quella minaccia mia perchè veloce
Non la compiè, qual si credea, l'effetto;
Ma ben vedrà, pria che si chiuda il giorno,
Ch'altro è l'indugio, altro il perdon; nè fia
Che, qual la mia bontà, schernita torni
La mia giustizia. A giudicarli or dunque
Chi spedirò se te non mando, o Figlio,
Che in cielo, in terra e nel profondo abisso
A sostener mie veci eletto fosti?
Chiaro nella tua scelta è il mio disegno
D'unir pietade alla giustizia: io mando
In te dell'uom l'intercessor, l'amico,
Il volontario redentore e 'l prezzo
Del suo riscatto insiem, te mando alfine
Uomo promesso, a giudicar l'uom reo. -
Sì disse il Padre, e l'ampio fiume a destra
Spandendo de' suoi rai, tutto il suo nume
Fe' senza velo lampeggiar nel Figlio
Che manifeste in sè medesmo espresse
Le paterne sembianze, e con divina
Voce soave. - A te conviensi, o Padre,
Il decretar, rispose, a me la tua
Suprema volontade in cielo e 'n terra
Sta l'eseguire, onde tu pago ognora
In me riposi tuo diletto figlio.
Que' delinquenti a giudicare io scendo;
Ma sopra me dee ricader, lo sai,
Qual ch'ella sia, la lor condanna un giorno
Al compiersi de' tempi. A ciò m'offersi
Nel tuo cospetto, e, non pentito, adesso
Io quella pena d'addolcire ottengo
Che poi su me si stenderà. Pur fia
La giustizia così da me temprata
Colla pietà che satisfatte entrambe
Risplenderan più belle, e appien placato
Il tuo sdegno sarà. Di stuol seguace
Verun uopo io non ho; soli i due rei
Fiano presenti al mio giudicio: il terzo
Dal suo fuggir convinto e già ribelle
Ad ogni legge, condannato assente
Meglio sarà: convincimento al serpe
Non è dovuto alcun. - Ciò detto, alzossi
Dal folgorante soglio ov'ei sedea
Del padre in compagnia. Virtù, dominj,
Ministre podestà, principi e troni
Lo seguîr fino alle celesti soglie,
Donde l'Eden si scopre e tutte intorno
Sue belle piagge. In un sol punto sceso
È sulla terra; chè sebben sull'ale
De' più ratti momenti il tempo vola,
Non già di Dio la rapidezza adegua.
Già dal meriggio invêr l'occaso il sole
S'era abbassato, e le gentili aurette,
Foriere della sera, all'ora usata
Scotean lor vanni a rinfrescar la terra,
Quando in suo sdegno mansueto e dolce
Egli venne dal ciel, giudice e insieme
Intercessore, a profferir sull'uomo
Il suo giudicio. La colpevol coppia
Udì la voce da leggiero vento
Al su' orecchio portata, udì la voce
Di Dio che i passi pel giardin movea,
E dalla sua presenza entro il più folto
Si celò delle piante. Allor più presso
Iddio si fece, ed appellò con alta
Voce Adamo così: - Mi fuggi, Adamo?
Dove se' tu che con tal gioia e festa,
Scorgendomi da lunge, in pria solevi
Venirmi incontro? Io non ti trovo, e intorno
Sol trista solitudine mi veggo
Qui dove già, non ricercato ancora,
Tanto mi dimostravi affetto e zelo.
Qual io solea, non son? qual mai vicenda,
Qual caso or t'allontana o ti ritarda?
Vieni, ti mostra. - Ei viene, Eva lo segue;
Ma tanto or più restìa, quanto più pronta
Al fallo già; confusi entrambi in volto,
Tremanti in cor. Ne' loro sguardi amore
Nè vêr Dio, nè fra lor più non appare;
Ma sol colpa, terror, sdegno, vergogna,
Rancor protervia e frode. Incerto Adamo
Tenta, nè può parlare; in brevi accenti
Alfin così risponde: - Io nel giardino
La tua voce ascoltai, ma tema n'ebbi
Perch'ero nudo e mi nascosi. - A lui
Placido allora il Giudice soggiunge
Senza rampogna: - La mia voce spesso
Senza timore udisti, anzi con gioia;
E come sì terribile or divenne
Ella per te? Che tu se' nudo, or donde
Sapestil tu? Di quella pianta il frutto,
Ch'io toccar ti vietai, gustato hai forse? -
- Oimè! che fo? doglioso Adam soggiunge,
In dura stretta invero oggi dinanzi
Al mio Giudice sto: tutta m'è forza
In me recar la colpa, ovver la dolce
Mia compagna accusar, della mia vita
L'altra metà. Di lei che fida sempre
Pur mi riman, non io celar l'errore
Anzi dovrei che a biasmo ed onta esporla
Con le querele mie? Pur mi vi stringe
Mia dura sorte e ineluttabil fato,
Onde tutta su me l'orrida mole
Del fallo e del gastigo insiem non piombi.
E s'io tacessi ancor, qual cosa mai
Fugge, o Signore, il guardo tuo? La donna
Che ti piacque formar per mio sostegno
E ricevei come il miglior tuo dono,
Egregio dono, convenevol, caro
E divino così ch'io mai sospetto
D'alcun male non n'ebbi, ella che in tutte
L'opere sue, come di grazia, ancora
Di saggezza e virtù splender parea,
Ella il frutto mi porse ed io 'l gustai. -
- Fors'ella era il tuo Dio? (riprese allora
La manifesta maestà del cielo)
Che la voce ascoltar di lei piuttosto
Dovessi tu che la mia voce? Forse
Arbitra e guida di tua vita ell'era,
O t'era almeno egual che l'alto e degno
Viril tuo stato in sua balìa ponessi,
Quel nobil grado, in cui locato Iddio
T'avea sovr'essa che di te formata
E per te fu soltanto, e da te vinta
In ogni pregio più sublime e vero?
Beltade e vezzi per piacerti ell'ebbe,
Non già per farti servo. A chi soggiace,
Non a chi regge eran que' doni adatti
Ond'io la ornai. L'autorità, l'impero
A te si convenìa, se ben te stesso
Riconoscer sapevi. - Indi rivolto
Ad Eva disse: - E tu che festi, o donna? -
Allor coperta di vergogna e mesta,
All'augusto suo giudice davanti
Tutta tremante e cogli sguardi a terra,
Breve ella disse: - M'ha ingannata il serpe,
Ed il frutto gustai. - Ciò udito, Iddio
La sua condanna a profferir si volse
Senza indugio sul serpe. Ancor ch'ei solo
Dell'altrui fellonìa fusse strumento,
Nè la colpa recar sul reo potesse,
Pur, come infetto e dal primier natio
Suo fin contaminato in opra iniqua,
Egli fu maledetto. Utile all'uomo,
Del resto ignaro, il più saper non era,
Nè gli scemava il fallo. In voci arcane
Avvolger tuttavia piacque all'Eterno
Sul reo Satáno la sentenza, e in tali
Detti il serpe esecrò: - Perchè ciò festi,
Fra gli animali e fra le belve tutte
Sei maledetto: andrai carpon la terra
Sul tuo petto strisciando e fia tuo cibo
Per tutti i giorni tuoi del suol la polve.
Fra la femmina e te perpetua guerra
E fra 'l suo seme e 'l tuo porrò: tu sempre
Insidierai le sua calcagna, e 'l capo
Esso t'infrangerà. - Così predisse
L'oracol santo, e fu compiuto poi,
Quando Gesù dell'alma Vergin figlio,
Della nostra più pura Eva seconda,
Mirò Satán, prence dell'aria, in guisa
Di rovinosa folgore, dal cielo
Precipitare; e dalla tomba quindi
Sorgendo, vinti principati e scettri,
In pompa trionfal lungi splendente
Dietro si trasse i vincitor superbi
Incatenati per gli aerei campi
Che lungo tempo, qual suo regno, avea
Occupati Satán, Satán che sotto
A' nostri piè conquiso e infranto alfine
Per lui sarà che gliel predisse allora.
Ad Eva quindi si rivolse, e in questi
Detti il giudicio profferì: - Tue pene
Co' tuoi concepimenti insieme, o donna,
Io multiplicherò; con duolo i figli
Al dì darai; sarà soggetto a quello
Del tuo consorte il tuo volere, e impero
Egli avrà sopra te. Così dipoi
Adamo ei condannò: Perchè l'orecchio
Desti alla voce di tua donna e 'l frutto,
Ch'io ti vietai, gustasti, è pel tuo fallo
Maledetta la terra, onde con stento
Per tutti i giorni di tua vita il cibo
Ne ritrarrai: di triboli e di spine
Ferace ella sarà; l'erbe del campo
Ti daranno alimento, e pane avrai
Sol nel sudor della tua fronte infino
Che tu rieda alla terra, onde se' tolto,
All'origine tua: chè polve fosti
E polve tornerai. - Cotal decreto,
Giudice e salvator, sull'uomo ei rese
E allontanò dell'intimata morte
Il sovrastante colpo. Indi pietoso
Di lor che così nudi avea davanti
E all'aer esposti che cangiarsi or dee,
Infin d'allora non sdegnò di servo
Prender sembianze, e, come poscia i piedi
Lavò de' suoi discepoli, qual padre
Or questi figli suoi miseri e nudi
Con le pelli ammantò d'estinte belve,
O con le spoglie che lor tolse, e, come
In angue, rinnovò; nè sol le membra
De' suoi nemici rivestir degnossi
Ma quella ancor molto più turpe interna
Lor nudità, del sommo padre al guardo
Di sua giustizia ricoprì col manto.
Rapido al ciel quindi risale, e in tutto
Il beante splendor del sen paterno
Egli rientra: al Genitor placato
Piena ragion del suo messaggio rende,
Benchè quei nulla ignori, e per l'uom reo
Grazia e mercede d'implorar non cessa.
Prima del fallo e del giudicio intanto
Sulla terra avvenuti, entro le soglie
Del carcere infernale a fronte a fronte
Colpa e Morte sedean, mentre lontano
Dentro il buio Caosse ignei torrenti
Vomitavan le porte spalancate,
Da che la Colpa aperte e il fier nemico
L'ebbe varcate. Ella rivolta a Morte:
- O prole mia, perchè sediam qui, disse,
A riguardarci in faccia in ozio indegno,
Mentre il nostro gran padre in altri mondi
Inoltra i passi glorïosi, e a noi,
Suoi cari figli, miglior sede appresta?
Propizia sorte lo accompagna al certo:
Ov'altro fosse, dal furor rispinto
Di que' nemici suoi, fatto ritorno
Avrebbe omai quaggiù; chè adatto loco
Al suo gastigo ed alla lor vendetta
Più di questo non v'ha. Sentir già parmi
Vigor novello in seno, ali mi sembra
Sentir crescere a tergo, e ch'io già spieghi
Verso ampio regno a me concesso il volo
Fuori di questo orror; sì mi trasporta
Non so qual forza impetuosa, arcana,
Che le disgiunte ancor per tratto immenso
Conformi cose in amistà segreta
Congiunger può con ammirabil nodo.
Tu meco ne verrai, tu ch'ombra mia,
E dal mio fianco indivisibil sei;
E perchè questo interminabil, cupo
Báratro il ritornar di lui non tardi,
Tentiamo in prima un'opra audace e dura,
Ma di noi degna e al tuo potere e al mio
Non disegual. Sul vasto oceano orrendo
S'erga un sentier che dall'inferno arrivi
Fino a quel nuovo mondo, ov'or Satáno
È vincitore. Il monumento illustre
Dal grato infernal popolo con gioia
Sempre ammirato fia; chè facil varco
Avran sovr'esso e quei ch'a far soggiorno
Là chiamerà la sorte, e quei che d'ambo
Le parti andranno e torneran messaggi.
Nè già smarrir poss'io la via: tal nuovo
Impulso guidator colà mi tragge
E infallibile istinto. - A ciò risponde
Lo scarno spettro: - Ove ti guida il Fato
E 'l tuo possente genio, or vanne: addietro
Io non mi rimarrò, nè il dritto calle,
Te duce, errar poss'io. D'immensa strage
Già respiro la preda, e quanto ha vita
In sulla terra, mi tramanda un grato
Sapor di morte. Al fianco tuo m'avrai
Nell'opra disegnata, e teco a prova
Mie forze impiegherò. - Così dicendo,
Del feral tôsco, ond'or la terra è infetta
Fiuta il vapor con gioia, e qual da lungi
Un grande stormo di voraci augelli
Là stende il volo ove s'accampan due
Pronte a battaglia pel venturo giorno
Osti nemiche, e già presente l'ampio
Di que' vivi cadaveri macello,
Vittima della morte al nuovo sole
E grato pasto suo: così la torva
Squallida imago da distanza tanta,
Le aperte nari invêr la terra alzando,
Per la caliginosa aria l'odore
Attrae della sua preda. Ambo escon quindi
Dalle tartaree soglie, e sul fremente
Vasto regno del Caos, umido e nero,
Per diverso sentier slanciansi a volo:
Poi con robusta infaticabil lena
Su quell'acque librandosi, quant'ivi
O solido o viscoso a lor s'affaccia,
Come in irato mar su e giù travolto,
In ampj mucchi ragunando vanno,
E d'ogni lato il cacciano d'Averno
In vêr la bocca. Tai due venti usciti
Da poli opposti, sovra il cronio mare
Infurïando, smisurati monti
Accozzano di ghiaccio e chiudon oltre
Petzora il passo ai ricchi liti eoi
Del felice Cataio. Il vasto ammasso,
Con la pari a tridente, adusta e fredda
Clava che un gelo impietrator tramanda,
Morte percosse e l'assodò, qual fissa
Un giorno fu la già natante Delo;
Poi col gorgoneo sguardo il tutto rese
Rigido, immoto. Già dalle profonde
Radici dell'averno, insiem compatta
D'asfaltico bitume e larga al pari
Della soglia infernal, s'innalza e cresce
La ben fondata sponda: ecco s'incurva
Sullo spumante abisso in arco immenso
La vasta mole, un portentoso ponte
Che altissimo, lunghissimo distendesi
Fin dentro al muro immobile di questo
Mondo or aperto e dato a Morte in preda.
Ampio e agevol cammin di là conduce
Giù nell'inferno. Tal (se lice a grandi
Picciole cose assomigliar) bramoso
Di por la greca libertade in ceppi
Serse dall'alta sua mennonia reggia
Al mar sen venne, e 'l gran cammino imposto
Sull'Ellesponto, Asia ed Europa unío
E flagellò con replicati colpi
L'onde sdegnose. Con mirabil arte
Così compiuto avean que' fabbri inferni
L'alto lavoro e de' pendenti massi
L'enorme vôlta audacemente spinta
Sullo sconvolto báratro, lunghesso
La traccia di Satán fin dove appunto
Ei l'ali stanche ripiegò da prima
Fuor del Caosse, e posò salvo il piede
Del nuovo mondo in sull'esterna faccia.
Stanghe e catene d'adamante alfine
Tutta assodano l'opra, e troppo, ahi! troppo
Stabil la fanno. Or là son giunti i mostri
Ove tre vie fan capo: inverso il cielo
L'una conduce, a questo mondo l'altra;
E lunghissima a manca invêr l'averno
S'apre la terza. Già movean le due
Furie alla terra e al Paradiso, quando
Fra lo Scorpio e 'l Centauro ecco Satáno
In forma di celeste angel lucente
Lor si presenta, che sublime il volo,
Allor che entrava in Arïéte il sole,
Da questo suolo avea spiegato. Il padre,
Benchè in forme non sue, da' cari figli
Ravvisato è bentosto. Ei, già sedotta
Eva, nel vicin bosco erasi ascoso,
E là sott'altro aspetto, intento a quello
Che poscia ne avverrìa, tratto nel fallo
Vide da lei, benchè di frode ignara,
Adamo ancor; la lor vergogna vide
Cercare inutil vel: ma quando il Figlio
Scender di Dio per giudicarli ei scorse,
Spaventato fuggì, così sperando
Scampo non già, ma del divin presente
Furor sottrarsi, a súbita tempesta.
A notte poscia ei fe' ritorno, e dove
L'afflitta coppia ragionando insieme
E piangendo sedea, vôlto l'orecchio,
La sua propria sentenza indi raccolse,
E ch'or non già, ma in avvenir dovea
Su lui caderne il colpo. Ei lieto quindi
De' suoi trionfi, apportator tornava
D'alte nuove all'inferno, e là sul margo
Estremo del Caosse, appiè del nuovo
Prodigioso lavor, ne' due s'avvenne
Che incontro gli venian, diletti figli
Inaspettati. Gran letizia e festa
Fu quinci e quindi, e di Satán s'accrebbe
Anco la gioia alla stupenda vista
Del fabbricato ponte. A lungo ei stette
Meravigliato a riguardarlo, quando
La colpa alfin, sua lusinghiera figlia,
Ruppe il silenzio e disse: - Ammira, o padre,
Della tua gloria un monumento illustre
In quest'alta struttura; a te dovuta
Ell'è, se tu nol sai; tu primo autore
E artefice ne sei. Tal dolce e stretto
Legame di natura unisce e move
Con armonia segreta i nostri cori,
Che delle tue vittorie, ond'or mi fanno
Certa gli sguardi tuoi, fin di laggiuso
Ebbi fausto presagio, e mi sentii,
Benchè divisa per frapposti mondi,
Spinta vêr te da irresistibil forza
Con questo germe tuo; cotal per sempre
Noi tre congiunge ordin fatale! Omai
Più ritenerci non potè l'averno,
Nè quest'oscuro, innavigabil golfo
Nell'aperto da te nobil sentiero
Ci contese il seguirti. A noi, finora
Chiusi in quel tetro carcere, tu piena
Libertà procacciasti, il nostro regno
Le ben munite sue frontiere ha steso
Per te tant'oltre, e per te frena e doma
Questo ponte sublime il nero abisso.
Or questo mondo è tuo: quel ch'altri ha fatto
A te diè il tuo valor; più che dell'armi
Non ti tolse il destin, ricovrar seppe
L'alta tua mente e vendicare appieno
I danni in ciel sofferti. Ampio qui regno,
Che aver lassù non ti fu dato, avrai.
Lascia che in ciel (così decise il Fato)
Quel vincitor sia donno, or ch'egli stesso
Volontario ti lascia in abbandono
Questo novello mondo: egli di tutte
Cose divise dagli empirei fini
Teco parta l'impero: il quadro cielo
Ei s'abbia, e tu la mondïale spera;
O in te risurto un più che mai feroce
Nemico ei vegga e pel suo soglio tremi. -
- Mia vaga figlia, e tu mio doppio germe
(Delle tenebre il re lieto risponde),.
Un'alta prova oggi mi deste invero
D'esser voi stirpe di Satán (superbo
Di questo nome or vo che me rivale
Del re de' cieli onnipossente esprime),
E ampiamente di me, dell'oste inferna
Mertato avete, che fin qui, sì presso
Delle celesti porte, a' miei trionfi
Con quest'eccelsa, glorïosa mole
Uniste i vostri, e con sì stabil varco
Fêste di questo mondo e dell'inferno
Un solo regno ed una patria stessa.
Or mentr'io dunque per lo buio a quelle
Sozie possanze colaggiù discendo
Sul da voi fabbricato agevol calle
A dar contezza de' successi miei
E divider con lor le gioie nostre,
Voi per quest'altra via, fra mezzo a queste,
Or tutte vostre, numerose sfere
Dritto all'Eden scendete: ivi felici
Soggiornate e regnate; indi si stenda
Sulla terra e sull'aere il vostro impero,
E più sull'uom che dichiarato solo
Sovrano fu del tutto; egli sia vostro
Schiavo primiero, e alfin tuo pasto, o Morte.
Io vi mando in mia vece, e 'n vostre mani
La piena, incomparabile mia possa
Tutta rimetto: in voi, ne' vostri uniti
Sforzi di questo mio novello regno
Sta il securo possesso e delle inferne
Cose la gloria. Ite felici e forti. -
A questi detti, tra le folte stelle
Precipitan color rapido il corso
E di velen spargono il calle. Ogn'astro
Aduggiato scolorasi, dell'atra
Tartarea peste alla maligna forza
S'ecclissa e langue ogni pianeta. Intanto
Per l'altra e nuova via Satán scendea
Alle porte d'inferno. Alto mugghiando
Il diviso Caosse a destra e a manca
Assal con rovinose onde sonanti
La sovrapposta fabbrica che a scherno
Prende il vano furor. Varca Satáno
Le aperte soglie, da color lasciate
Che al nuov'orbe volaro, e tutto intorno
Trova deserto. Ritirata addentro
S'era l'oste infernale intorno a' muri
Del Pandemonio ch'è cittade e reggia
Dell'eccelso Lucifero (tal nome
Ebbe Satáno un dì dal fulgid'astro
Cui fu rassomigliato). In armi stava
Il campo tutto, e in general consesso
Sedeano i grandi della sorte incerti
Del sommo duce ch'eseguiti appieno
Gli ordini or trova al suo partir lasciati.
Come inseguìto dal nemico Russo
Là d'Astracan per li nevosi campi
Ritirasi lo Scita, o qual sen fugge
Il battrïan sofì verso i ripari
Di Tauri o di Casbìn, pieno di tema
All'apparir dell'ottomana luna,
E 'l regno d'Aladúl dietro si lassa
Fatto un deserto, tal quell'oste inferna
Dal ciel sbandita i neri suoi confini
Abbandonò per lungo spazio, e intorno
Alla suprema e più munita rocca
Con stretta guardia si ridusse, e quivi
Che l'audace suo re dall'alta impresa
Di gir cercando nuovi esterni mondi,
Faccia ritorno, d'ora in ora attende.
Egli, in sembianza di comun guerriero
Dell'ordine minore, inosservato
Passò fra lor; varcata indi la porta
Della sala real, sul trono eccelso
Che nel fondo sorgea con regia pompa
D'auro e di gemme riccamente intesto,
Invisibile ascende; ivi un tal poco
Egli s'assise, e il tutto a sè dintorno
Vide non visto: alfin come da nube
La sua fulgida fronte ecco si mostra,
E la forma qual astro ampio raggiante;
Anzi ancor più raggiante un falso lume
Spande, o gli avanzi della gloria prima
Che a Dio piacque lasciargli. All'improvviso
Folgoreggiar, quelle tartaree turbe
Volgon gli sguardi, e 'l sospirato duce
Veggon fra lor tornato. Alto risuona
Il plauso universale, ed ogni grande
Di quel nero consesso a un tratto s'alza,
E pien di gioia verso lui s'affretta
E 'l circonda e 'l festeggia. Egli con mano
Silenzio impone, e rispettoso, attento
Stassi ciascuno: - O principati, o troni,
Podestadi, virtù, dominj, ei dice,
Non sol pe' dritti vostri a voi si denno
Tai nomi ormai, ma pel possesso ancora
Degli espressi poteri or ch'io ritorno,
Oltr'ogni speme fortunato, a trarvi
Da quest'inferno, abbominevol antro
Di miseria e d'orror, da questo crudo
Carcer di quel tiranno. Un nuovo, un vasto
Mondo or vi chiamo a posseder che poco
Al nostro ciel natìo di pregio cede,
E ch'io fra mille rischj e mille affanni
Vi suggettai. Lungo il ridir sarebbe
Quello ch'io fei, quant'io soffersi, e come
I vôti, immensi, tempestosi guadi
Del feroce Disordine io trascorsi.
Quel varco, ov'or largo cammin costrutto
Han Colpa e Morte, ed appianato al vostro
Glorïoso tragitto, apersi io primo
Fra duri stenti: io mi slanciai, m'immersi
Nel tetro grembo del Caosse informe
E della notte ingenita che al mio
Viaggio audace s'opponean, gelosi
De' loro arcani, con orrenda rabbia;
E con fragor, con urli i gran decreti
Allegavan del fato. Al nuovo mondo
Che già predetto in ciel gran tempo innanzi
Avea la fama, vincitore alfine
Io giunsi; egregia fabbrica, perfetta,
Meravigliosa. Ivi in giardin felice
Era locato l'uom che al nostro esiglio
Dovea sua bella sorte. Al suo Fattore
Con l'arti mie lo fei ribelle, e un pomo
A lui vietato, il crederete? un pomo
A ciò bastommi. Per tal fatto (or voi
Ridete) acceso d'ira il re supremo
L'uom suo diletto e tutto il mondo insieme
Alla Colpa ed a Morte ha dati in preda,
E quindi a noi, senz'alcun rischio nostro
O pena o tema, a noi che là potremo
Soggiornar, spazïar, regnar sull'uomo,
Com'ei sul tutto in pria regnar dovea.
È ver (nol celo) che su me pur anco
Ei profferir la sua sentenza volle,
O piuttosto sul serpe, onde le forme
Io presi a sedur l'uom. Quel che mi spetta,
È mortal odio ch'ei fra me vuol porre
Ed il genere umano. Io deggio al piede
Tendergli insidie, ed il suo seme un giorno
Calpesterammi il capo; il quando poi
Non sepp'ei dir. Forse tropp'alto è il prezzo
Del conquisto d'un mondo? Eccovi esposti
I miei successi. Or ch'altro resta, o numi,
Se non andar di quei beati regni
Al pien possesso? - Egli, ciò detto, alquanto
Fermossi ad aspettar le liete grida
E 'l plauso universal; ma d'ogni lato
Ode, all'opposto, d'infinite lingue
Un orribile sibilo improvviso,
Suon di ludibrio general. Stupito,
Ma pochi istanti, ei ne riman; chè tosto
Maggior stupore ha di se stesso: ei sente
Che gli si stira e affila il volto, a' lati
Gli si affiggon le braccia, insiem le gambe
S'accoppian, s'attortigliano e bocconi,
Riluttante, ma invan, sul ventre cade
Mostruoso serpente a terra steso.
Or maggior della sua lo investe e doma
Una superna forza, e, come vuole
La sua condanna, in quella forma stessa,
In cui peccò, porta la pena. Ei tenta
Parlar, ma sol con la trisulca lingua
Sibili rende a' sibili dell'altre
Trisulche lingue; chè conversi i rei
Complici del suo fallo al par con lui
Son tutti in serpi. Un fero suon riempie
La vasta sala che d'attorte code
E spaventose teste ondeggia tutta
In orridi viluppi, e tutta ferve
Di que' rabbiosi mostri; aspi, cornute
Ceraste, anfesibène, idri, scorpioni,
Dipsadi, ellopj. Moltitudin tanta
Già non fu vista da quel suolo uscirne
Ove l'atro stillò gorgoneo sangue,
E non d'Ofiusa. In mezzo a lor grandeggia
Satán, dragone smisurato assai
Più di quel che dal fango il sol produsse
Pitone immane, e sovrastare agli altri
Sembra, come di forma, ancor di possa,
Seguillo ognun verso l'aperto campo
Ove l'intero esercito ribelle
Schierato stava cupido e superbo
Ad aspettar che il glorïoso duce
Si mostri in pompa trionfal, quand'ecco,
Oh vista ben diversa! un stuolo appare
Di deformi serpenti. Un freddo orrore
Assal tutta quell'oste e la percote
Il colpo stesso. In ciò che miran, tosto
Senton cangiarsi; cadono repente
L'aste e gli scudi al suolo, e cade a un tempo
Ogni guerrier: rinnovasi per tutto
L'orribil fischio, e quell'orribil forma
È di colpa comun comun gastigo.
Così fur vôlti in sibili di scorno
I loro applausi ed il trionfo in onta
Dalle proprie lor lingue. A far più grave
La pena loro, ivi dappresso un bosco
(Così piacque all'Eterno) a un tratto surse
Tutto carco di poma appien simìli
A quelle che a Satán fur l'esca ond'egli
Nel paradiso Eva ingannò. Gli sguardi
Sopra il novo stranissimo portento
Essi a lungo fissâr, da tema presi
Che, per un arbor solo, ivi cresciuta
D'arbor vietati sì gran copia fosse
A raddoppiar la lor vergogna e 'l danno.
Ma cruda fame e intollerabil sete
D'alto mandata sì gli assale e strugge
Che non san rattenersi: a torme, a mucchi
Tutti colà s'avvoltolaro, e sovra
Le piante inerpicandosi, dai rami
Così pendero attorcigliati e folti
Che fu men folto di Megera il crine.
Avidamente a dispiccar le frutta
Tosto si dier, vaghe e lucenti al guardo
Non men di quelle che un dì crebber poi
Appo il sulfureo lago, ove del cielo
Cadde la fiamma e Sodoma fe' polve.
Ma non al tatto solo, al gusto ancora
Fean queste inganno: essi calmar pensando
Con dolci poma la rabbiosa fame,
Amarissime ceneri mordaci
Solo col dente stringono, che tosto
Sono con ira e sibilante scroscio
Costretti a rigettar: tornan più volte
Spinti da fame e sete all'aspro assaggio,
Ed altrettante il sozzo, orrido pasto
Di ceneri e fuliggine distorce
Loro e bocca e mascelle. A quell'inganno
Sì fur spesso dannati essi che alteri
Ivan testè d'un sol trionfo e vano
Sovra l'uomo caduto, e tormentolli
Quello stridulo fischio e quell'atroce
Rabida fame infin che lor concesso
Fu ripigliar le prime forme. Ogni anno
Però, siccom'è voce, in fissi giorni
Quella pena e quell'onta in lor ricade
Ad abbassarne l'esultante orgoglio
Per l'uom sedotto. Incerta aura di fama
Pur del vantato lor trofeo si sparse
Fra le idolatre genti, onde cantaro
Che il serpe a cui d'Ofione il nome diessi,
Prima dell'alto Olimpo il regno tenne
Con Eurinome insieme (in lei fors'Eva
Che usurpò ambizïosa i dritti altrui,
Intesero nomare), e furo entrambi
Indi scacciati da Saturno ed Opi
Pria che al lume del dì sul ditteo giogo
Uscisse Giove. A' nostri danni intanto
Ahi! troppo ratta in paradiso è giunta
L'infernal coppia. Il sol poter stendea
Ivi la Colpa in prima, or ella stessa
Evvi in persona, e stabil sede avervi
Già fa disegno. Ne ricalca l'orme
Morte dappresso che non anco il tergo
Premea del suo corsier squallido e smunto,
Quando colei sì prese a dir: - O Morte,
O di Satán secondo illustre germe
Di tutto domator, di', che ti sembra
Di questo nostro impero? Ancor che duro
Cammin ci costi, assai miglior per noi
Non pensi tu che senza possa e nome
Lo starci a guardia colaggiù di quelle
Atre soglie infernali, ove per lungo
Digiun tu pur languivi? - A cui quel mostro
Così tosto rispose: - A me ch'eterna
Fame tormenta, paradiso, inferno,
O ciel che importa? Ov'è maggiore il pasto,
Ivi mia stanza anco è miglior; nè spero
Bench'io qui larga preda abbia davanti,
Empiermi il ventre già, nè stender mai
Intorno all'ossa mie la vôta pelle. -
- Intanto di quest'erbe e frutta e fiori,
Soggiunge allor l'incestuosa madre,
Pasciti in prima, indi d'augelli e pesci
E d'ogni belva, non spregevol cibo,
E quanto il tempo coll'adunca falce
Miete, col dente vorator tu struggi;
Finch'io sovra l'intera umana stirpe
Fermi mia sede e del mio tosco infetti
I suoi pensier, sguardi, parole ed opre,
E tua lo renda alfin più dolce preda. -
Ambo, ciò detto, per diverso calle
Volsero il piè, di spargere anelando
In ogni cosa di lor peste i semi,
E tosto o tardi, quanto vive, tutto
Maturare all'eccidio. Allor dal sommo
Soglio mirando ciò l'Eterno Padre,
Ai circostanti luminosi cori
Così parlò. - Mirate là que' sozzi
Mostri d'inferno con qual rabbia vanno
La terra a disertar ch'io non men vaga
Creai che buona, e tal serbata avrei
Se il folle error dell'uomo a quelle ree
Struggenti furie non ne aprìa l'ingresso.
Pur quel prence d'averno e gli empj suoi,
Perchè a' nemici miei facil consento
D'entrare in sì bel regno e avervi impero,
D'improvvidenza osan tacciarmi, e oggetto
A' lor dileggi io son, qual se da cieco
Disdegno preso, in lor balìa lasciato
Io tutto avessi e al lor furore in preda:
Nè san ch'io stesso que' mastini inferni
Di laggiù spinsi in sulla terra ond'essi
Quanto d'immondo e turpe il fallo umano
Sparse colà sovra le pure cose
Deggian tutto lambire e pascer sempre;
Finchè di quella sanie e quel sozzore
Satolli e gonfj, a un colpo sol del tuo
Vittorïoso braccio, o amato Figlio,
Con l'atra preda loro un'altra volta
Scagliati sien giù pel Caosse alfine
Dentro l'abisso, cui le ingorde fauci
Fian con suggello eterno allor serrate.
Più santi e puri allora il ciel, la terra
Di beltà nuova splenderan, nè mai
Soggetti a macchia più. Ma d'uopo è intanto
Che si purghi il misfatto e 'l mio s'adempia
Sovran giudicio. - Egli qui tacque, ed alto,
Come il fremer de' mari, in tutto 'l cielo
Dell'infinito angelico consesso
Risonâr gli alleluja: - È giusta e retta
Ogni tua via, Signor: giusti son tutti
In tutte l'opre i tuoi decreti eterni:
Chi fia che adombri la tua gloria? Al Figlio
Della perduta umana stirpe eletto
Ristorator quindi sia gloria e lode,
Per cui novello ciel, terra novella
Sorger vedranno le future etadi
O scender dall'empiro a' cenni suoi. -
Tai furon gl'inni, e 'l Creator frattanto
A sè chiamando i suoi ministri a nome,
Diverso incarco a ciascun diè, com'ora
L'ordin volea delle cangiate cose.
Di torcer la sua via così fu prima
Al sole imposto e tal vibrar sua luce
Che gelo e ardore intollerabil quasi
La terra alternamente ne sentisse,
Or dal rigore aquilonar percossa,
Or dalle infeste soffocanti vampe
Che il solstizio le avventa. Il proprio fue
Ministero alla luna indi fermato,
Ed agli altri pianeti i varj moti,
I varj siti, i varj spazj, ond'ora
Guardansi opposti con sinistre fronti,
Or s'uniscon maligni. Appreser quando
I loro influssi rei versar le fisse
Stelle dovean; qual d'esse a par col sole
Sorgendo o tramontando orridi nembi
Avesse a sollevar: fu il loco a' venti
Prescritto, e quando furïosi insieme
Dovrian mescere il mare e l'aria e i liti.
E quando il tuon le buie eteree volte
Crollerìa spaventoso. È fama ancora
Ch'a' suoi ministri comandò l'Eterno
Per venti gradi e più dal solar asse
Svolgere i poli della terra, e quelli
Non senza sforzo l'ampia e stabil mole
Spinsero e travoltâr. Per egual tratto,
Com'altri vuol, del suo Signore al cenno
Scostossi il sole dal cammino usato,
Pel Tauro, per le atlantidi sorelle
E i gemelli spartani infino al segno
Ascendendo del Cancro, e quindi in giuso
Pel Leon, per la Vergine e la Libra
Calando al Capricorno. I varj climi
Ebber così varia stagion: che in altra
Guisa un'eterna primavera in terra
Sarïasi vista e fresche erbette e fiori,
Con notti eguali a' giorni: ai poli il sole
Per compensarli di sua scarsa e troppo
Lontana luce, compartito avrebbe
Perpetuo dì, visibile girando
Senz'orto e senza occaso intorno intorno
All'orizzonte, nè d'eterni ghiacci
Forano state rigide le piagge
D'Estotilanda e i magellani liti.
Dall'empio assaggio del vietato frutto,
Qual dall'infando tïestèo convito,
Rivolse quel grand'astro i guardi e 'l corso:
Chè se, qual fu dipoi, tal fosse stato
Suo calle in pria, come il terrestre globo
Schivato avrìa, benchè di colpa scevro,
Gli acerbi freddi ed i cocenti ardori?
Cotai vicende in ciel trasserne in terra
E in mar, benchè più lente, altre simíli;
Splendero infausti gli astri; ignei vapori,
Caliginose nebbie ed atre pesti
L'aria infettâr: da Norumbéga estrema
E dai confin de' Samoiedi algenti,
Le lor di bronzo carceri squarciando
Borea ad Argeste e Cecia e Trascia armati
Di neve e gelo e turbini e procelle
S'avventano a schiantar le selve intere
E por sossopra i mari. Ad essi incontro
Si slanciano ruggendo Africo e Noto
Cinti di negre, fulminanti nubi
Dalla Serralïona e dalle porte
Del mezzodì. Di fianco in giostra viene
Con furia egual Zefiro ed Euro, e presso
Han Scirocco e Libeccio altomugghianti.
Tal fra le cose inanimate in pria
Trambusto surse, e della Colpa figlia
La Discordia bentosto il suo furore
Soffiò negli animali, e fu di morte
Fra lor ministra: cogli augei gli augelli,
Coi pesci i pesci ed ogni belva insieme
Cominciaron la guerra: i frutti e l'erbe
Obblìan feroci, e l'arrabbiato dente
Volgon l'une sull'altre; all'uomo alcuna
Più non serba rispetto, e il fugge o biechi
Torce sovr'esso nel passar gli sguardi.
Cotai furo i crescenti esterni mali
Che dalle folte e nere ombre del bosco,
U' s'era ascoso e abbandonato al duolo,
Già scorse in parte Adam, ma ben più feri
Nel seno altri ne prova, e 'n gran tempesta
Agitato d'affetti, il grave affanno
Cercò sfogar così: - Misero Adamo,
Tanto felice in pria! Di questo nuovo
Splendido mondo adunque il fine è questo?
A questo fin venn'io che dianzi n'era
L'ornamento più bello? Io che del cielo
Era testè l'amor, l'odio or ne sono?
E la vista di Dio, già di mie gioie
Suprema gioia, or di terror m'ingombra?
Ma de' miei mali almen qui fosse il fine!
Io li ho mertati e soffrireili in pace.
Ma che! quanto prolunga il fil di questa
Misera vita mia, la vita in altri
Da me diffusa, altro sarà che trista
Propaggin di miserie? Oh voce, oh voce
Con tanta gioja udita un dì! - Crescete,
Moltiplicate: - Oh voce or, più che morte,
Amara a ricordarsi! E ch'altro mai
Poss'io moltiplicar se non le altrui
Fere bestemmie sovra il capo mio?
Chi ne' venturi secoli, fra i tanti
Mali ch'io tratti avrò su lui, chi fia
Che non mi maledica? - Ecco il retaggio
D'Adamo, si dirà; mal s'abbia il reo
Nostro progenitor! - Così l'immenso
Carco dei danni, onde saranno oppressi
I miei più tardi sventurati figli,
Tutto sull'alma mia, quasi in suo centro
Ricaderà, s'aggraverà. Quai lunghi
Affanni, oimè, succederanno ai brevi
Piacer del Paradiso! Ah! t'ho fors'io
Richiesto, o Creator, di trarmi fuora
Dalle tenebre mie? Ti pregai forse
Da quel mio fango d'innalzarmi a questa
Forma vitale, e qui locarmi? A quello
Che festi, il mio voler parte non ebbe:
Giusto non fora il ritornarmi dunque
Nella mia polve? Io volontier vi torno,
Tutto quant'ebbi volentieri io rendo,
Io non atto a serbar quell'ardue leggi
Per cui quel bene ritener dovea
Che non ti chiesi. Io l'ho perduto, e basta;
Perchè tu dunque d'infiniti mali
V'aggiugni il peso? Inesplicabil sembra
La tua giustizia: pur tardi, il confesso,
Sì, troppo tardi, ora m'oppongo: allora
Che offerti furo, io ricusar dovea,
Quai che fossero, i patti. Il dono, Adamo,
Tu ricevesti, ne gioisti, ed ora
Contro la legge del goderlo, or movi
I tuoi vani argomenti? Iddio creotti
Senza il consenso tuo: ma che? se un reo
Figlio, mentre il riprendi, a te dicesse:
- Perchè mi generasti? Io non tel chiesi: -
L'oltraggiosa accettar discolpa audace
Vorresti tu? Pur non tua scelta diede,
Ma di natura necessaria legge
A lui la vita; e Dio crearti scelse,
E perchè grato il suo voler seguissi,
Trasfuse in te di sè medesmo un raggio.
Era suo dono il premio; a dritto or dunque
Sta in suo voler la pena: io mi sommetto;
Giusto è il giudicio suo: fui polve, e polve
Io tornerò. Deh ne giungesse il punto!
Ma perchè tarda la sua man quel colpo
Ch'oggi scagliar fermò? Perchè ancor vivo?
E son gioco di morte, e senza morte
Mi si prolunga il duolo? Oh come lieto
Alla data sentenza incontro andrei
Di ricadere in insensibil terra!
Quanto lieto a giacer porreimi in essa,
Come in grembo a mia madre! Ivi tranquillo
Avrei riposo, avrei sicuro sonno;
Non più di Dio la spaventevol voce
Mi tuonerebbe nelle orecchie allora;
Non più per me, pe' figli miei la tema
Mi cruceria con rinascenti pene
Di peggior sorte. Un dubbio aspro la mente
Però mi punge, che non tutto forse
Io morirò; che forse in un con questa
Corporea creta mia non verrà meno
Quell'aura pura che spirovvi Iddio:
E allor chi sa ch'io nella tomba o in qualche
Altro fero soggiorno ognor non provi
Senza morir la morte? Oh se ciò fosse!
Qual orrido pensier! Ma che! lo spirto
Di vita, ei sol, peccò; dannato a morte
È ciò che ha vita e colpa, e questo incarco
Terreno mio dell'una e l'altra è scevro.
Tutto dunque io morrò. Tacciano alfine
I dubbj miei: chè andar non sa più lungi
L'umana mente. Ah! se il Signor del tutto
È infinito, infinito anco il suo sdegno
Fia dunque? Sia; tal non è l'uom, che a morte
Ora è dannato. È come eterna l'ira
Dio sull'uom stenderebbe, a cui di vita
Fisso è un confin? Fare immortal la morte
Egli forse potria? Pugnanti cose
Ei stesso unir non può; chè fora questo
Di debolezza e non di possa un segno.
L'insazïabil sua vendetta dunque
Andrebbe oltre la polve, oltre le leggi
Della natura, onde ogni causa solo
Opra quanto il subietto in sè sostiene,
Non già quant'ella in sè medesma puote?
Pur se la morte un colpo sol non fosse,
Com'io supposi, che ogni senso spenga;
Ma serie interminabile di pene,
Che in me medesmo e fuor di me già sento
Incominciata, e se durar dovesse
Così per tempo eterno... Oimè! ritorna
Sull'ignudo mio capo il mio timore
A tuonar spaventoso. Io dunque e morte
Con sempiterno indissolubil nodo
Sarem congiunti? E non sol io, ma tutti
Andranno meco i miei più tardi figli,
Tutti perduti? Oh bel retaggio ch'io
Vi lascio, o figli! Consumarlo tutto
Io sol potessi almeno, e parte alcuna
A voi non ne lasciar! Quanto il mio nome
Benedireste allor, che un suon d'orrore
Così saravvi! E d'un sol uom pel fallo
Dunque dannato fia, benchè non reo,
Tutto il genere uman? Non reo! Che dico?
Ah! di mia colpa l'orrido fermento
Entro la massa di mia stirpe intera
Serpeggia e la corrompe: i figli miei
Saran d'infetta fonte infetti rivi:
Le lor menti, i pensier, le voglie e l'opre
Tutto fia pravo, e del suo sdegno Iddio
A dritto graveragli. Ah! sì, costretto
A confessar la sua giustizia io sono,
E per le buie, tortuose vie
De' miei vani argomenti io cerco indarno
Una fuga, uno scampo; ogni ragione
Al mio convincimento alfin mi guida.
Ultimo e primo io solo, io sol radice
Son d'ogni labe, e in me solo ricade
La colpa tutta. Oh ricadesse ancora
Tutta l'ira del ciel!... Che dissi? Ahi cieco
Desire! un peso io sostener potrei
Più della terra, più del mondo intero
Grave, orrendo a portar, sebben con quella
Trista donna diviso? E quanto bramo
E quanto temo, ogni speranza dunque
Distrugge di salute! O qual esempio
Insuperabil di miseria io sono!
Solo Satán, come in delitto, ancora
M'agguaglia in pena. O coscïenza, in quale
Abisso di terror m'immergi, ond'io
Se tento uscire, altro cammin non trovo
Che non mi tragga in un più cupo abisso! -
Questi mettea dal seno alti lamenti
Per la tacita notte afflitto Adamo,
Notte non più salubre e fresca e dolce,
Quale innanzi al peccar, ma ingombra e cinta
D'umide, spaventose, alte tenébre
Che all'atterrito cor presentan mille
In ogni oggetto orridi mostri e larve.
Sul suol, sul freddo, ignudo suol disteso
Ei spesso l'ora maledice, in cui
Creato fu, spesso la morte accusa
Che il suo colpo scagliar nel dì del fallo
Doveva, e ancor lo indugia. - Oh! perchè mai,
Perchè non vieni, o morte? egli pur torna
A replicar, perchè t'imploro invano?
Manca a' suoi detti un Dio? Perchè sì tarda
È la giustizia sua? Ma sorda è morte
A' voti miei, nè per preghiere e pianti
La divina giustizia affretta il passo.
Ben altre, o boschi, o fonti, o colli, o valli,
Ben altre note già dall'ombre vostre
Ripeter v'insegnai, ben altro canto. -
Quando sì vinto dal dolor lo vide
Eva dal loco ove piangendo stava,
Accorse, e quel furor con molli detti
Disacerbar tentò; ma: - Fuggi, fuggi,
Esecrabil serpente (egli le grida
Con severo sembiante), a te conviensi
Ben questo nome, a te che seco in lega
T'unisti, al par fallace e degna al pari
D'abborrimento. Oh perchè ancor non hai
Tu quelle forme stesse, onde altri avviso
Di tua nequizia interna avesse almeno,
Nè quel tuo lusinghier, celeste aspetto
D'infernal fraude occultator, nei lacci
Strascinasse così! Felice ancora
Io sarei senza te, senza quel vano
Orgoglio tuo che i miei consigli a vile
Ebbe nel maggior uopo, e 'l mio rispinse
Ah! troppo giusto diffidar. Dinanzi
Allo stesso Satán, di tua beltade
Desïasti far pompa, e 'l folle ardire
Di superarlo anco nudrivi! Intanto
Al primo incontro, nel tessuto inganno
Ecco schernita cadi; indi con teco
Nel precipizio me, perfida! traggi.
Ahi cieco me! me forsennato allora
Che saggia e ferma ed invincibil contro
Ad ogni assalto io ti credei, nè scorsi
Che verace virtude in te non era,
Ma vana mostra solo! Ah! perchè in terra
Un solo sesso ed il miglior non regna,
Siccome in ciel? Perchè quel grande e saggio
Supremo Facitor formò sì nuova
Creatura quaggiù, questo sì vago
Di natura difetto, ed altra via
L'umano seme a propagar non scelse?
Quest'orribile dì surto non fora
Allor per me, nè le venture etadi
Sariano esposte a mali tanti e gravi
Ch'io già preveggo. Una compagna adatta
Or l'uom non troverà, ma tale avralla
Qual trista sorte o inganno a lui la mena:
Or quella ch'ei più brama, a' voti suoi
Starà proterva e dura, e poscia in braccio
Darassi d'un indegno; or, se d'eguale
Amor ell'arda, s'opporran severi
I genitori: or quando alfin potrebbe
Ogni suo bel desìo far pago appieno,
Con laccio indissolubile già stretto
Ei troverassi a donna iniqua e rea
Che sarà l'odio suo, la sua vergogna.
Così sconvolta e travagliata sempre
Fia la pace domestica e la vita. -
Disse e 'l tergo le volse: Eva per questo
Non si sconforta, ma con largo pianto
E discomposte trecce, umile ai piedi
Gli si getta, li abbraccia e perdon chiede
E così geme e prega: - Ah! non lasciarmi,
Adam, così: m'è testimone il cielo
Qual io nel seno riverenza e amore
Senta per te: fu involontario il fallo,
E d'un funesto inganno io caddi preda.
Supplice adesso il tuo perdono imploro
E tue ginocchia stringo. Ah! non mi tôrre
Quegli sguardi soavi, ond'io sol vivo,
E i tuoi consigli e 'l tuo soccorso in questa
Estrema mia sciagura, o sol conforto,
Solo sostegno mio. Se m'abbandoni,
A chi ricorro? ove mi volgo? Ah! sia,
Almen finchè viviam (forse una breve
Ora soltanto), ah! fra noi due sia pace.
Entrambi offesi fummo, entrambi uniti
Contr'un nemico espressamente a noi
Decretato dal ciel, tutto volgiamo
L'odio nostro e 'l poter, contro quel crudo
Serpe: deh! pon giù l'ira: assai meschina,
Meschina troppo, e più di te son io.
Peccammo entrambi; contro il ciel tu solo,
Io contro il cielo e te. Sì, vo' tornarmi
A quel loco medesmo ove l'Eterno
Ci condannò. Là con preghiere e pianti
Lo stancherò ch'ei dal tuo capo svolga
La sua sentenza e la ritorca tutta
Sovra me sola d'ogni mal cagione,
Sovra me sola del suo sdegno intero
Ben giusto oggetto. - Ella finì spargendo
Un rio di pianto. In rimirarla umíle,
Inginocchiata, immobile, dal duolo
Oppressa e dai rimorsi, Adam sentissi
Tocco dalla pietà: gli parla il core
Per lei ch'era testè sua gioia sola,
Anzi sua vita, ed or prostrata, immersa
In disperato affanno ai piè si mira;
Per cotanta beltà che grazia chiede
E pietade e consiglio e aìta a lui
Ch'ella oltraggiò. Tutto il suo sdegno ei perde,
L'alza da terra, e placido le parla
In questi accenti: - Oh sconsigliata e troppo,
Siccome pria, nelle tue brame cieca!
Tutto sopra di te vorresti dunque
Ricevere il gastigo? Ah! prima apprendi
La tua metade a tollerar: non sai
L'ira soffrir del tuo consorte, ed atta
Ti credi a sostener l'orrenda piena
Dell'ira eterna, onde non provi ancora
Fuorchè minima parte? Oh! se co' preghi
Si potesser cangiar gli alti decreti,
Precederti a quel loco io ben vorrei
Con ratti passi, e con più forte voce
Chieder che sul mio capo il ciel versasse
Tutto il suo sdegno, e appien ne fosse immune
Un sesso frale a me fidato e ch'io
Mal seppi custodir. Ma sorgi, e omai
Da ogni alterno rimprovero si cessi;
D'altronde assai ne abbiam. Sol si contenda
In ufficj d'amore e in far più lieve
De' nostri guai scambievolmente il peso,
Giacchè la morte un súbito ritorno
Non fia nel nulla, s'io ben scorgo il vero,
Ma un lento mal che cogl'indugi suoi
Ci diverrà piu grave e fia trasmesso
Nei figli nostri. Ahi sventurati figli! -
Eva, ripreso cor, risponde allora:
- Troppo conosco, Adam, per trista prova
Che i miei consigli, del commesso errore
E di tanta sciagura a noi cagione,
Nulla mertar, fuorchè disprezzo, ponno:
Pur, giacchè 'l tuo favore, ancor che indegna
Io ne sia, tu mi rendi e insiem la speme
Di racquistarmi il tuo primiero affetto,
Che, vivendo o morendo, il mio conforto
Sempre sarà, non vo' celarti quali
Pensier mi van per l'agitata mente,
Onde ristoro o fine abbia l'estrema
Sciagura nostra; aspro compenso e duro,
Ma di quella men duro, e tal che puote
Ben anteporsi. Se il pensier ci affanna
De' figli nostri ch'a infallibil duolo
Nascer dovran, che preda alfin di morte
Tutti saranno (e miserabil certo
È il tramandar dal proprio sangue in questa
Dannata terra un'infelice stirpe
Che dopo tanti guai sia pasto alfine
Di quell'orrido mostro), in te scamparli
Sta dal crudo destin. Figli non hai,
Figli non acquistar: così delusa
Morte sarà, così l'ingordo ventre
Di noi due soli ad appagar costretta.
Ma se fra i vezzi usati e i dolci sguardi
E 'l dolce conversare, arduo tu stimi
Frenar l'ardor degli amorosi amplessi,
De' nuzïali riti, e di desìo
Senza speme languir dinanzi al caro
Oggetto d'egual brama anch'ei languente
(Tormento forse non minor di quanti
Noi ne temiamo), a liberar noi stessi
D'ogni terrore e i nostri figli a un tempo,
Cerchiam spedita via, cerchiam la morte;
O compian nostre mani, ov'ella indugi,
L'ufficio suo. Fra tremiti ed angosce
Perchè stiam noi, s'ella è di tutte il fine,
E tante strade a lei ci sono aperte?
Scelgasi la più breve, e si consumi
Coll'esterminio l'esterminio. - Pose
Eva qui fine, o de' suoi detti il resto
Troncò l'insana, disperata doglia;
E l'imagin di morte ond'ella ingombra
Tutta l'anima avea, le sparse il volto
D'un esangue pallor. Ma, nulla mosso
Da tai consigli, Adamo alzò la mente
Più attenta e grande a miglior speme, e disse:
- Il tuo sprezzar la vita, Eva, discopre
In te qualcosa più sublime e degna
Di ciò che sprezzi; ma il cercar la morte
Non è dispregio della vita, è duolo
Di perderla piuttosto e perder seco
Que' diletti, a cui troppo il cor s'appiglia.
Chè se qual fin delle miserie estremo
Brami la morte, e la prescritta pena
Pensi evitar così, lascia la vana
Speranza, o certa sii che Dio più saggio
La vindice ira sua così non arma
Ch'altri stornarla possa: anzi tem'io
Che se le mani vïolente e crude
Contro noi volgeremo, a noi s'accresca
La decretata pena, e più crucciato
L'alto Fattore alla protervia nostra,
Eterni in noi la morte stessa. Ad altro
Dunque ci rivolgiam miglior consiglio,
Che parmi ritrovar, se attento io peso
Parte di quel decreto: "Infranto il capo
Al serpe fia dal seme tuo." Qual fora
Meschina ammenda questa, ove non sieno
Vôlti quei detti al nostro gran nemico,
A Satán, com'io penso, il qual ci ordìo
Sotto imagin del serpe il fero inganno?
Schiacciar l'empio suo capo alta vendetta
Sarebbe invero, e procacciando morte,
O senza prole i nostri dì passando,
Ella fora perduta. Il suo gastigo
Ei così fuggirebbe, e doppio in noi
Cadrebbe il nostro. Ogni pensier stia lunge
Dunque da noi di volontaria morte,
E di sterilità che tutte tronca
Nostre speranze, e sol dimostra orgoglio
E rancore e dispetto incontro a Dio
E 'l giusto giogo suo. Rammenta come
Benigno ei ci ascoltò, come senz'ira
Ci giudicò, senza rampogne. Noi
Súbita morte aspettavàmo, ed ecco
Solo del partorire a te predetti
Sono i dolori che bentosto in gioia
Si cangeran de' figli al dolce aspetto.
Cadde, strisciando sul mio capo appena,
La mia sentenza al suolo: io debbo il pane
Col sudor procacciarmi: ebben, peggiore
L'ozio stato sarìa. La mia fatica
Mi sosterrà: contro l'ardore e 'l gelo
Già la provvida sua mano paterna
Spontaneamente ci vestì non degni,
E, al par che giusto, ei si mostrò pietoso.
Or quanto più, se il pregherem divoti,
Facil sarà ch'apra l'orecchia e 'l core
Alla pietà? Delle stagion l'acerbo
Rigor come si schivi, o scemi o tempri
Egli c'insegnerà. Già vedi come
Per lo sconvolto ciel nembose nubi
Aggirando si van; di nevi e ghiacci
Già di questa montagna aspra è la cima,
E con acuto, umido soffio i venti
Sperdon di queste maestose piante
Le belle chiome. Ciò ne avverte, o sposa,
Un ricovro a cercar, dove le nostre
Abbrividate membra abbian conforto
Di maggior caldo; e pria ch'all'aspra, algente
Notte ci lasci la diurna lampa,
A tentar di raccor sovr'arid'esca
Gli addensati suoi raggi e trarvi il foco;
O di due corpi al rapid'urto e spesso
Dall'aer trito sprigionar la fiamma,
In quella guisa che testè dal cozzo
Delle aggruppate nubi in giostra spinte
Scender la tôrta folgore vedemmo
E incendere del pino e dell'abete
La gommosa corteccia e spander lungi
Un sì dolce calor che può del sole
Al difetto supplir. L'uso di questo
Foco e di quanto esser sollievo ai mali
Potrà che il nostro fallo in terra ha tratti,
Iddio ci mostrerà, se a lui devoti
Ricorso avrem. Sì, trapassar la vita,
Sostenuti da lui, potremo ancora
Assai contenta e lieta, infin che resi
Alla polve sarem, primiero nostro
Nativo nido e nostra requie estrema.
Ch'altro di meglio a far ci resta intanto
Se non colà 've giudicati fummo
Ambo tornar, prostesi e riverenti
Cadergli innanzi, confessare il fallo
E implorarne il perdon, bagnando il suolo
Di pianto e l'aere di sospiri empiendo
Tratti da cor compunto, in certa prova
Di vero duolo e d'umiltà sincera?
Certo a pietade egli fia mosso e l'ira
Distornerà. Nel suo sereno sguardo,
Quand'ei più irato e più severo apparve,
Favor non rilucea grazia e mercede? -
Sì disse il nostro penitente padre,
Nè fu minor d'Eva il rimorso. Al loco
Di lor condanna s'affrettaro entrambi
Ivi prostesi e riverenti, a Dio
Caddero innanzi, confessaro il fallo
E imploraro il perdon, bagnando il suolo
Di pianto e l'aere di sospiri empiendo
Tratti da cor compunto, in certa prova
Di vero duolo e d'umiltà sincera.

LIBRO UNDECIMO

Il Figlio di Dio presenta al Padre le preci dei nostri primi genitori pentiti e intercede per loro. Dio le accetta, ma dichiara che essi non debbono più a lungo rimanersi nel paradiso. Manda Michele con una schiera di cherubini a scacciarli da quel felice soggiorno, ma gli ordina al tempo stesso di rivelare prima ad Adamo le cose future. Discesa di Michele. Adamo addita ad Eva certi segni funesti, scorge Michele che si avvicina e va ad incontrarlo. L'angelo intima loro di partire. Lamenti di Eva. Adamo cerca di ottener grazia, ma finalmente si sottomette. L'angelo il conduce sopra un alto monte del paradiso e gli presenta in visione ciò che avverrà fino al Diluvio.



Supplice, umìle, nel dolor, nel pianto
Stava la coppia; chè dal sommo seggio
Della pietà, ne' petti lor discesa
Era la grazia, de' lor cori avea
Franto lo smalto e molle carne invece
Rigenerato in essi, onde profondi
Uscìan sospiri dallo spirto mossi
Della preghiera e con più rapid'ala,
Ch'alto e facondo stile unqua non sciolse,
Volanti al ciel. Non sì devoti e augusti
Fur nei sembianti e nel pregar sì caldi
Que' duo famosi nell'etade antica
(Meno però di quella ond'io favello),
Deucalïon e Pirra, allor che, innanzi
Al sacro altar di Temide prostrati,
Stavan della sommersa umana gente
Implorando il restauro. Al ciel s'alzaro
De' nostri primi genitor le preci,
Nè dal loro cammin torcerle il soffio
O sperderle poteo d'invidi venti,
Ma, da niun spazio rattenute, i santi
Aditi penetraro. Ivi dal sacro,
Che l'ara d'oro eternamente esala,
Incenso rivestite, il divin Figlio,
Supremo sacerdote, innanzi al trono
Le appresentò del Padre e s'interpose
Pronto e lieto così: - Rimira, o Padre,
Quai della grazia tua nell'uom trasfusa
Son sulla terra i bei rampolli primi,
Questi voti e sospir che al tuo cospetto
In quest'aureo turibolo fragrante
Tuo sacerdote io reco: essi dell'aura
Divina tua dentro il suo cor spirata
I frutti sono e più soavi e grati
Di quei che offrirti la cultrice e ancora
Innocente sua man potea da tutti
Gli arbor di Paradiso. Ai preghi suoi
Porgi dunque l'orecchio, e questi ascolta,
Benchè muti, sospiri. Ei, com'è d'uopo,
Supplicarti non sa; lascia ch'io dunque
Intercessore, interprete per lui
E vittima votiva alfine io sia.
O buone o ree sopra di me tu reca
Tutte l'opere sue: perfette quelle
Diverran per mio merto, e 'l sangue mio
Purgherà queste. Accettami, e per l'uomo
Questa di pace alma fragranza accogli
Dalle mie mani. In grazia tua tornato,
De' suoi prescritti dì, benchè dogliosi,
Il numero egli compia infin che morte
(Io d'addolcir non di stornar di prego
La sua sentenza) a miglior vita il renda,
In cui dal sangue mio tutte ricompre
Meco alberghin le genti in gioia eterna,
Unite a me, com'io con te son uno. -
- Quanto per l'uom richiedi, amato Figlio,
(A lui risponde con serena fronte
L'eterno Genitor) tutto è concesso
Ed ogni tua dimanda è mio decreto.
Ma il far più lunga in quel giardin dimora,
Per quelle leggi che a natura io diedi,
Vietato è all'uom. Di quell'ameno loco
I puri, incorruttibili elementi
D'ogni discorde mescolanza scevri
Lui, qual contaminata e avversa cosa
Rispingono da sè nel grosso e immondo
Aer e a cibo mortal che a gradi il tragga
Al suo disfacimento, opra del fallo
Che di venen le pure cose ha sparso.
Un doppio eletto don, quando il creai,
Ebbe l'uomo da me; la pura gioia
E la vita immortal. Poichè la prima
Follemente ei perdè, sol potea questa
Far eterni i suoi mali, ov'io di morte
Non l'avessi provvisto; ultimo dunque
Per lui rimedio è morte, ed essa alfine
Dopo una vita in duri affanni scorsa,
Dopo costanti luminose prove
Della sua fede, alla seconda vita
Pe' giusti decretata, a nuovo cielo,
A nuova terra gli aprirà la via.
Ma da tutti del ciel gli ampj confini
De' beati il concilio omai s'aduni,
Onde i giudizj miei sull'uomo intenda,
Come testè sulle ribelli turme
Li vide e in sua virtù si fe' più forte. -
Ei così detto appena avea che il Figlio
Al vigilante, fulgido ministro
Fe' segno, e questi incontanente il fiato
A quella tromba diè che forse poi
S'udì in Orebbe allor che Dio vi scese,
E nel gran dì de' premj e delle pene
S'udrà fors'anco. L'alto suono empieo
Tutte del ciel le regïoni, e tosto
Da' bei boschetti d'amaranto ombrosi,
Dalle fonti e da' rii d'acque vitali,
Sulle cui sponde in compagnia di gioia
Sedeano i figli della luce, all'alto
Ordine udito, accorrono veloci
Alle lor sedi. Il suo voler sovrano
Allor così l'Onnipotente espose
Dal sommo trono: - A noi simìle, o figli,
Del ben, del mal nella scïenza volle
L'uom divenir col divietato assaggio
Di quel frutto fatal: misero! oh quanto,
Anzichè aver dell'acquistato male
E del perduto ben l'infausto lume,
Miglior per lui, stata sarìa la sola
Conoscenza del ben, null'altro! Or geme,
Tocco da me, si pente e piange e prega;
Ma in sua balìa lasciato, appien conosco
Quant'è il suo cor mutabile e leggiero.
Perch'egli dunque ora la man non stenda
Fatta più audace all'arbore di vita,
Ond'eterno egli viva o il sogni almeno,
Fuori di quel giardin mandarlo ho fisso
Ad abitare e coltivar quel suolo
Ond'egli già fu tratto, e dove stanza
Avrà qual meglio a lui conviensi adesso.
È tuo, Michele, un tale incarco: scegli
Di fiammeggianti cherubini un stuolo
E in Eden teco il guida, onde non mova
(O in aìta dell'uom per onta mia,
O d'occupar bramoso il nuovo albergo)
Nuovi tumulti il rio Satán. T'affretta,
E, fermo nel tuo cor, dal terren sacro
Scaccia il profano abitatore, intíma
Alla coppia colpevole ed a quanti
Da lei discenderanno, eterno esiglio
Dal fortunato suol. Ma, perchè troppo
Su que' teneri cori, omai dal duolo
Oppressi e dai rimorsi, acerbo e grave
Della sentenza mia non cada il colpo,
Non t'armar di terror. Se al tuo comando
Docili ubbidiran, senza conforto
Non partano da te: d'Adamo al guardo
Svela l'istoria de' venturi tempi,
Com'io medesmo inspirerotti, e il patto
Non obblïar che col femineo seme
Io rinnovai. Mesti così, ma in pace
Di là tu li congeda. Al lato poi
Orïental del paradiso, ov'aspro
È men l'accesso dal soggetto piano,
Loca un drappel di cherubini, e fiamma
Lungi ondeggiante di fulmineo brando
Spaventi ognun ch'osi appressarsi, e 'l passo
Chiuda all'arbor di vita, onde ricovro
Il bel giardin non sia d'immondi spirti
Ch'ogn'arbor mio depredino e novelli
Tendano all'uom con quelle frutta inganni. -
Tacque, e 'l possente arcangelo s'appresta
Alla discesa. Fulgida coorte
Di vigilanti cherubini è seco:
Qual doppio Giano, ha quattro facce ognuno,
E d'occhi folgoreggia in ogni parte
La forma lor, più numerosi e desti
Che quei del favoloso Argo non furo,
Nè a ceder presti, come quelli, al tocco
Della cillenia verga o al molle suono
Dell'avena sonnifera. Sorgea
L'aurora intanto a salutar di nuovo
Col sacro raggio il mondo, e di sue fresche
Molli rugiade a ristorar la terra,
Quando, già fine alle sue preci imposto
L'umana coppia, da vigor novello
Sceso dall'alto e da novella speme
E gioia ancor, benchè a timor congiunta,
Sentì riconfortarsi; e Adam rivolse
Queste dolci parole ad Eva intanto:
- Eva, che quanto ben per noi si gode,
A noi scenda dal ciel, difficil cosa
Il discoprir non è; ma che da noi
Possa lassù nulla salir che vaglia
L'alta a toccar di Dio beata mente
Ed a piegare il suo voler supremo,
Duro a credersi sembra; eppur cotanto
Può la preghiera, e dall'umano petto
Un sol breve sospir che infino al soglio
S'alza di Dio. Poichè 'l suo nume offeso
Con umil core e con ginocchia inchine
Mi rivolsi a placar, benigno e dolce
Parvemi di vederlo a' preghi miei
Porgere orecchia; all'affannato core
Tornò la pace, e la promessa in mente
Pur mi tornò che dal tuo seme il nostro
Nemico alfin sarà conquiso. Allora
Nel mio sbigottimento appien quel detto
Io non ricolsi: or certo son per esso
Ch'è l'amarezza del morir passata
E che vivrem. Salve tu, dunque, o sposa,
Tu del genere umano a ragion detta
Madre e di tutte le viventi cose,
Poichè il sarai dell'uom, per cui quaggiuso
Tutte le cose han vita. - Umile e mesta
Eva rispose allora: - Un sì bel nome
Ah! troppo male ad una rea conviensi
Che, fatta a darti aìta, oimè! si feo
La tua ruina: diffidenza invece,
Rampogne e tutti i biasmi a me si denno.
Ma ben è del mio giudice infinita
Verso me la pietà; chè, mentre io fui
Di morte a tutti apportatrice, ei vuolmi
Pur di vita sorgente; e tu benigno
Ne seguisti l'esempio e del gran nome
Degnasti lei che ben diversa il merta.
Ma il campo alla fatica omai ci chiama,
Alla fatica or con sudore imposta,
Benchè senza riposo abbiam trascorsa
L'intera notte. Ah! vedi? i nostri affanni
Nulla curando ecco spuntar ridente
L'aurora e incominciar la rosea via.
Vadasi, Adam. Dal fianco tuo partirmi
No, non vogl'io più mai, dovunque il nostro
Lavor diurno che al cader del sole
Or prolungar ne converrà, ci chiami.
Ma che! mentre ci lice in questo ameno
Soggiorno rimaner, qual cosa mai
Increscer ne potrebbe? Ah! sì, contenti
Sebben tanto scaduta è nostra sorte,
Trapassiam qui la vita. - Erano questi
Dell'umil Eva addolorata i voti,
Ma il ciel non approvolli, e varj segni
Sugli augei, sulle belve, in aere 'n terra.
Ne diè natura. In orïente appena
L'aurora rosseggiò ch'a un tratto l'etra
Di ferrigna caligine infoscossi;
Dalle sublimi aeree vie calando
Alla lor vista un'aquila, su due
Delle più vaghe piume adorni augelli
Scagliossi infesta e gl'inseguì tremanti;
E 'l re de' boschi, predatore or fatto,
Giù da un colle cacciossi un cervo innanzi
Con la compagna sua, coppia gentile
Della foresta onor, che vêr la porta
Orïental del Paradiso in ratta
Fuga si diero. Li seguì cogli occhi
Adam, nè senza turbamento ad Eva:
- O sposa, disse, altre vicende e nuovi
Sovrastano destini: assai con questi
Muti portenti suoi lo svela il cielo,
Nunzj del suo proposto: a noi sicuri
Troppo del suo perdon, sol perchè morta
Sospesa è qualche giorno, essi son forse
Un minaccioso avviso. In buia notte
Celato sta quanto ci resti ancora
Di vita e quale ella sarà: sol chiaro
È che siam polve e torneremo in polve,
Nè più sarem. Perchè s'offerse mai
Agli occhi nostri una cotal di fuga
Sulla terra ed in ciel doppia comparsa,
In vêr la stessa parte e al tempo stesso?
Perchè s'oscura in orïente il giorno
Anco pria del meriggio? e perchè splende
Su quella nube occidentale un lume,
Quasi d'aurora che un candor raggiante
Per lo ceruleo firmamento pinge;
E lento scende ed arrecar dimostra
Non so che di superno? - Imagin vana
Non l'ingannò, chè la celeste schiera
Per le tinte d'un liquido dïaspro
Aure giù scese, e del vicino colle
S'arrestò sulla vetta: alte, divine
Sembianze a rimirar, se Adam quel giorno
Da turbamento e da terror gli sguardi
Non avea tenebrati. Al pio Giacobbe
Non si mostrâr di Manaìm sul piano
Più luminose le attendate squadre
Degli angeli guerrieri, e più fiammante
Non apparì la dotanéa montagna
Tutta d'un igneo campo ricoperta
Contro quel siro re che trarre un solo
Uom ne' suoi lacci e in sua balìa bramando,
Qual assassino, apparecchiato avea
Non proclamata, insidïosa guerra.
All'eteree coorti il sommo duce
Di circondar con le lor armi impone
Il bel soggiorno, e tutto sol s'invia
Al ritiro d'Adam. Questi, da lunge
Scorgendolo venir, sì parla ad Eva:
- Ecco gran nuove, o sposa, ecco il decreto
Forse di nostra sorte, od altre leggi
Che si recano a noi. Da quella nube
Colà che cuopre fiammeggiando il colle,
Veggo qualcuno dell'empireo stuolo
A questa volta incamminarsi, e certo
A quella maestà che agli atti spira
E al portamento eccelso, alcun de' primi
Principi e regi del superno coro
Si manifesta. Minaccevol, fero
Egli non è sì che terror m'infonda,
Nè, come Rafael, benigno e dolce
Sì ch'io molto confidi. Augusto e grave,
Vedi? s'inoltra; ad incontrarlo è d'uopo
Ch'io vada riverente e tu ti scosti. -
Disse, e l'arcangel s'appressò. Lasciato
Egli ha il celeste e preso uman sembiante
Innanzi all'uomo: sopra le lucid'armi
Un militar fulgido manto ondeggia
D'ostro sì ardente che non mai l'eguale
Si tinse in Sarra o Melibea, d'antichi
Regi ed eroi bell'ornamento in pace.
Colorate ne avea l'ordite fila
L'iride stessa: la visiera alzata
Dello stellato elmetto al vigor primo
Della virilità nel vago volto
Misto scoprìa di giovinezza il fiore;
Stringe un'asta la mano, e dal bel cinto,
Qual da zodiaco scintillante, pende,
Spavento di Satán, la fera spada.
Umile Adamo a lui si prostra: ei serba
Senza inchinarsi dignità regale,
E perchè venne, in questi detti espone:
- Gli alti di Dio comandi uopo non hanno,
Adam, di lunghe, inutili parole:
Ti basti che i tuoi preghi accolti furo,
E morte, per sentenza a te dovuta
Quando peccasti, lascerà sua preda
Ancor per molti dì che il ciel ti dona
Onde appien tu ti penta, e l'atto reo
Con molte giuste e degne opre cancelli.
Allora il tuo Signor ben anco puote
Scamparti appieno dal rapace dritto
Che Morte ha sopra te; ma in questo loco
Più rimaner non ti permette. Io venni
A rimuoverti quindi, e quella terra
Condurti a coltivar, da cui già tratto
Fosti, e che meglio a te conviensi adesso. -
Più non diss'ei; chè un'agghiacciata mano
Strinse d'Adamo il core, e intenso affanno
Ogni senso gli chiuse. Eva che il tutto
Non vista udì, con lamentevol suono
L'ombroso loco ove teneasi ascosa
Così scoperse: - Oh inaspettato colpo
Peggior che quel di morte! Io così dunque
Lasciarti deggio, o Paradiso? Io deggio
Così lasciarti o natìo suol, di numi
Degno soggiorno? e voi lasciar, felici
Ombre, ameni passeggi? Invan sperai
Qui dunque, se non lieta, almen tranquilla
Passar la vita mia fino a quel giorno
Che ad ambi fia mortal! Fiori che altrove
Non potrete allignar, voi sull'aurora
Mia prima cura ed ultima la sera,
Voi ch'io con man sollecita dal primo
Vostro spuntar nudrii, cui posi il nome,
Chi ergerà i vostri steli a' rai del sole,
Chi disporrà vostre famiglie, e l'onda,
Ad irrigarvi, dall'ambrosio fonte,
V'arrecherà? Come da te, boschetto
Mio marital, che d'ogni arbusto e fiore
Ornai più vago e più fragrante, ah! come
Da te dividerommi? Ove in quel basso
Mondo, in confronto a questo, oscuro ed ermo
Il piede io volgerò? Come quel denso
Aere spirar potremo? avvezzi a questi
Frutti immortai... - Cessa i lamenti, o donna
(Dolcemente così l'Angelo allora
Nel suo dolore la interruppe) e quello
Che perdesti a ragion, rassegna in pace,
Nè locar troppo in non tue cose il core.
Sola non vai, vien teco Adam, tu dêi
Seguirlo, e ovunque il suo soggiomo fia,
Stimar che là sia la tua patria ancora. -
Dall'improvviso freddo orror riscosso
Adamo intanto e ricovrati i sensi,
Volse a Michele queste umili parole:
- Celeste abitatore, o fra i superni
Cori tu segga o sii fra lor primiero,
Chè a cotanto splendor prence di prenci
Ben ti dimostri, dolcemente invero
Il severo messaggio a noi recasti
Che in altra guisa di tropp'aspro e forse
Mortal dolor ci avrìa percossa l'alma.
Ma quanto tollerar la debil nostra
Natura può di tormentoso e fero,
Dall'annunzio feral che tu ci rechi
Noi tutto lo proviam. Conforto estremo
Fra le miserie nostre eraci questo
Felice asil, questi recessi ameni,
A cui son usi i nostri sguardi: ogni altro
Loco, deserto, inospite, straniero
Per noi sarà, qual noi sarem per esso.
Oh! se co' preghi io di cangiar sperassi
L'alto voler di lui che tutto puote,
Con supplici incessabili lamenti
Io stancarlo vorrei: ma contro i suoi
Assoluti decreti ah! non val priego;
Nulla più val che lieve soffio incontro
All'urto d'Aquilon ch'entro le labbra
Con furia il ripercuote onde fu spinto.
Quindi la fronte riverente io piego
Al comando sovran. Quel che più m'ange,
È che, lunge di qui, rimarrò privo
Di suo beante aspetto. Ad uno ad uno
Io qui divotamente avrei potuto
Tornar quei lochi a visitar sovente
Ch'egli degnò di sua presenza, e un giorno
Ridire a' figli miei: là su quel monte
Iddio, m'apparve, qui visibil stette
Sotto di questa pianta, udii sua voce
Fra questi pini, e qui con lui parlai
Presso questa fontana: eretto avrei
D'erbose zolle ricordevol ara
In ciascun di que' lochi, avrei raccolte
Tutte del rio le più lucenti pietre
E innalzato con esse ai dì venturi
Divoti monumenti, e offerto intanto
Sovra di lor dolce-olezzanti gomme
E frutta e fior. Ma colaggiù nel basso
Mondo, ove dato mi sarà di nuovo
Mirar l'alma sembianza? ove le tracce
De' piedi suoi? Chè s'io fuggii dinanzi
Al suo disdegno, or nondimen che il corso
Prolungò de' miei giorni e mi promise
Posteritade, io di sua gloria almeno
Gli ultimi raggi contemplar vorrei
E l'orme sante venerar da lungi.
- Adam, tu ben lo sai (risponde allora
A lui Michele con benigno sguardo),
Non questa rupe sol, ma il cielo è suo,
Suo l'universo; terra ed aere e mare,
Tutto è ripien di sua presenza, e quanto
Respira e vive, da sua possa immensa
Ha calor, spirto e vita. Egli a te diede
A possedere e dominar la terra,
Non picciol don. Del Paradiso adunque,
Ovver dell'Eden tra i confini angusti
Perchè ristretta or sua presenza credi?
Questa del regno tuo precipua sede
Forse stata sarìa; quindi le umane
Schiatte sariensi sparse, e tutte un giorno
Dai confin della terra avrien qui vôlto
Peregrinando il lor cammin le genti
Ad onorarti e celebrarti primo
Padre loro comun. Ma l'alto onore
E un sì bello avvenire or hai perduto,
E un suolo stesso co' tuoi figli scendi
Ad abitar. Pur dubbio in te non sorga
Che in piano e 'n valle, al par che qui, presente
L'Eterno a te non sia. Di sua bontade,
Del paterno amor suo chiari dovunque
Molti segni vedrai che del suo volto
Ti ritrarran la manifesta imago
E de' suoi piedi le divine tracce.
Ma perchè fede ai detti miei s'accresca,
E in te scemi il timor pria che da questo
Loco tu mova, di lassù mandato
Sappi ch'io sono a disvelarti quale
Destino a te si serba e a' figli tuoi
Ne' dì futuri. Or buone cose or ree
T'appresta ad ascoltar; fra la superna
Grazia e l'umana pravitade un spesso
Ostinato contrasto; e quindi ai mali
Verace sofferenza oppor saprai;
Quindi con pia tristezza e santa tema
Temprar la folle gioia, e con lo stesso
Sereno, imperturbabile sembiante
Mirar l'irata e la ridente sorte.
Più sicuro così trarrai la vita,
E, giunto alfine al tuo mortal passaggio,
Saprai varcarlo apparecchiato e fermo.
Vieni, poggiam su questo monte, ed Eva
A cui legai con grave sonno i sensi,
Qual tu dormivi allor che vita ell'ebbe,
Qui dormirà, mentre con me lassuso
Tu leggerai nell'avvenire. - Ascendi,
Grato risponde Adam, con teco io sono
Ove mi guidi, o mia sicura scorta,
Ed al braccio del ciel, sia pur severo,
Mi sottopongo: incontro a' mali il petto
Offro spontaneo, col soffrir m'appresto
A superarli ed a raccorre alfine,
Se così lice, da' sudori miei
Riposo e pace. - Ambo saliron quindi
Alle divine visïoni. Un monte
Altissimo sorgea nel Paradiso,
Dalla cui cima in chiaro, ampio prospetto,
Tutto quant'è per ogni parte steso
Apparìa della terra un emispero.
Più sublime non fu nè offrìa più larga
Vista là nel deserto il giogo alpestro,
Dove il maligno artefice d'inganni
Già trasportò con altro fine il nostro
Adam secondo, e sotto a' piè mostrogli
In lor superba pompa i varj regni
E la terra promise al Re del tutto.
Ampiamente di là potea lo sguardo
Signoreggiar gli spazj ove famose
Surser dipoi cittadi antiche o nove
E seggio fur de' più possenti imperi.
Da Cambalù che del gran Can fu reggia,
Da Samarcanda in riva all'Osso ov'ebbe
Regno Timùr, fino a Pechin, soggiorno
De' cinesi monarchi; ad Agra quindi
Ed a Laòr, del gran Mogol la sede,
Fin giuso all'aurea Chersoneso, e dove
In Ecbatán o in Ispaán il trono
Surse poscia di Persia, e dove il Czarre
Regge de' Russi il freno, e dove impugna
Ferreo scettro in Bisanzio il fier Sultano,
Adam scorgea; di là non men l'impero
Degli Abissini infino al porto estremo
D'Ercóco, e quei minori al mar vicini
Di Quiloa, di Mombáza e di Melinda
E di Sofála ch'altri Ofír credero,
Fino al Congo e ad Angóla; indi le rive
Del Negro e 'l monte Atlante, e d'Almansorre,
Di Sus, di Fessa, di Marocco e Algeri
E Tremiséne i regni; indi d'Europa
E dove Roma al vinto mondo un giorno
Dovea dar leggi. In spirito fors'anco
Ei vide il ricco Messico, dimora
Di Montezuma, e Cusco ancor più ricco
Là nel Perù, d'Atabalípa sede,
E la Guiána non predata allora,
Alla cui gran cittade i figli poscia
Di Gerïon diêr di Dorádo il nome.
Ma dagli occhi d'Adamo, onde a più grandi
Cose a veder sien atti, il fosco velo
Michel rimove, il fosco vel che steso
Quel frutto su v'avea; di miglior vista
Promettitor fallace; indi il visivo
Nervo ei ne purga con eufrasia e ruta,
E del fonte di vita entro vi stilla
Dipoi tre gocce. Penetrâr cotanto
Queste del mental guardo al seggio interno
Che chiuse gli occhi Adamo e cadde in terra
Tratto de' sensi fuor; ma l'Angel tosto
Lo rileva con mano e in lui ridesta
Così gli spirti: - Apri le luci, Adamo,
E di tua colpa original gli effetti
Prima osserva in talun che da te scende,
Che non distese al divietato pomo
La man, nè col serpente unissi in lega,
Nè fu reo del tuo fallo; eppur da questa
Sorgente infetta un rio veleno ei tragge
Ch'è d'orribili eccessi orribil seme. -
Schiuse Adam gli occhi, e una campagna vide
Parte arabile e culta, ove ammucchiate
Eran testè recise messi, e parte
Offrìa pasture, ovili e mandre; e in mezzo,
Qual confine, sorgea rustico altare
D'erbose glebe. Ivi a recar sen giva
Sudante mietitor le prime frutta
Del suo lavor, la verde e gialla spica,
Affastellate e quali il caso in mano
Gliel'avea poste. Mansueto e dolce
Un pastorello appresso ne veniva
Coi primi parti del suo gregge eletti
Infra i migliori; e il sacrificio offrendo,
Le pingui loro viscere spruzzate
D'incenso distendea su i tronchi rami
E ogni rito compiea. Propizia fiamma
Scesa dal ciel con rapido baleno
Arse tosto i suoi doni, onde si sparse
Grata fraganza intorno, e lasciò intatta
Del mietitor la non sincera offerta.
Gonfiossi a questi il cor di rabbia, e mentre
Con l'altro parla, in mezzo al petto un sasso
Gli avventa; al suol quegli stramazza, e tinto
Di mortale pallor l'anima versa
Infra i singulti e lo sgorgante sangue.
Inorridito a quella vista Adamo
E con subito grido all'Angel vôlto:
- Maestro, disse, ahi che vegg'io! che avvenne
A quel sì placid'uomo, a lui che offerse
Con tanto affetto i doni suoi? Di puro
Culto e pietà la ricompensa è questa? -
- Duo germani son quei, Michel commosso
Anch'egli replicò, che dal tuo sangue,
Adamo, nasceran. L'ingiusto al giusto
La morte dà, d'invida rabbia preso
Per la fraterna offerta al ciel gradita.
Ma inulto non andrà l'orrido fatto,
Nè senza pieno guiderdon la fede
Andrà dell'altro, ancorchè qui tra 'l sangue
Spirar tu il miri e tra la polve involto. -
E 'l nostro antico sire: - Ah! qual delitto!
E qual cagione! Ma veduta adesso
Dunque ho la morte? Ed il cammino è quello
Per cui tornar nella mia polve io deggio?
Oh terribile vista! oh morte, atroce
Allo sguardo, al pensier! or quanto, ahi quanto
Più orribile a provare! - Allor soggiunge
A lui così Michel: - Morte in sua prima
Imago or vista hai tu, ma son di lei
Molte le forme, e per sentier diversi,
Spaventevoli tutti, all'atra sua
Voragine si va, sebben l'ingresso
N'è orribil più che il cupo seno. Alcuni
Periran sotto a vïolento colpo,
Come testè vedesti, altri per foco,
Diluvj e fame; un numero maggiore
D'intemperanza vittime cadranno.
D'atroci morbi mostruosa turba
Sopra la terra essa trarrà che innanzi
Ora t'appariran perchè tu scorga
Di quanti danni l'ingordigia d'Eva
Sopra il genere uman sarà cagione. -
Disse, e repente un vasto loco agli occhi
S'offre d'Adam, lurido, tristo, fosco,
Qual d'egra infetta gente ampio ricetto.
D'ogni malor la spaventevol forma
Ivi raccolta stavasi. Là sono
Crudeli spasmi, orribili torture,
Ambasce, sfinimenti, atra coorte
Di varie febbri, epilessìe, catarri,
Fere tempeste di convulsi nervi,
Laceratrici interne pietre, sozze
Ulceri divoranti, smanïose
Coliche doglie, frenesìe, delìri,
E rabbia e tetra stupida tristezza.
Evvi la tabe estenuata e smunta
E l'asma soffocante, e 'l reuma, acerbo
Strazio delle giunture; evvi la scialba
Tumida idropisìa, v'è la feroce
Sterminatrice peste. Irrequïeto,
È delle membra l'agitar, profondo
Il gemer dappertutto. Era di letto
In letto affaccendata intorno agli egri
La Disperazïone, e il fatal dardo
Morte sovr'essi trïonfando scuote,
Ma spesso il colpo ne trattiene allora
Che invocata è da lor qual sommo bene
Ed ultima speranza. A ciglio asciutto
Qual uom di scoglio sostenere a lungo
Potea sì cruda vista? Adam nol puote;
E benchè nato egli non sia di donna,
In lacrime disciogliesi. Dell'uomo
La miglior parte da pietà fu vinta,
Ed alcun tempo abbandonossi al pianto,
Finchè pensier più fermi in lui frenaro
Del duol l'eccesso e ricovrando a stento
Il favellar, così proruppe: - Ahi tristo
Genere umano, in qual abisso cadi!
A qual serbato sei misera sorte!
Oh! perchè nelle tenebre del nulla
Non resti tu? Dunque del pari a forza
Ci fia data la vita e a forza tolta
Fra tanti orrori? Ah! se conoscer prima
Ciò che la vita sia, l'uomo potesse,
O dell'offerto don farìa rifiuto,
O bramerìa tosto deporlo e indietro
Tornarsi in pace. E può di Dio l'imago
Impressa in lui che tanto illustre e grande
Creato fu, benchè colpevol poi,
Esser depressa a sì deformi strazj,
A così fiere, mostruose pene?
Que' sacri avanzi ch'ei pur serba ancora
Della divina somiglianza prima
A ciò sottrar non lo dovrìan? - L'imago
Del gran Fattor, l'Arcangelo risponde,
Gli uomini allor lasciò che diêr se stessi
Vilmente in preda a cieche, avide brame,
Qual prima in Eva avvenne, e rivestiro
In sè del vizio, lor brutal tiranno,
La vergognosa forma. Abbietto tanto
È quindi il lor gastigo: esso di Dio
Non disfigura già l'effigie santa,
Ma sol la nuova lor cangiata e guasta,
Mentre, poste in non cal le savie norme
Della schietta natura, a sozzi morbi
In balìa dansi ed han condegna pena
D'aver sprezzata in sè di Dio l'imago. -
- Tutto è giusto, il confesso, Adam soggiunge,
E mi sommetto al ciel; ma via non evvi,
Fuor di queste sì crude, onde l'uom possa
Andar a morte e alla natìa sua polve
Rimescolarsi? - Evvi, Michel risponde,
Se del NON TROPPO la gran legge osservi;
Se nel cibo e nel ber tu cerchi solo
Debito nudrimento e non l'ingordo
Falso piacer: così molti anni e molti
Sul tuo capo rivolgersi vedrai,
Finchè qual cade al suol maturo frutto
O di leggier cede alla man che il coglie,
Cadrai tu pur della gran madre in seno,
Nè sarai dalla vita a forza svelto.
Vecchiezza è questa; ma convienti allora
Veder da te la gioventù, la forza,
La beltà dipartirsi e a gradi a gradi
Fiacchezza sottentrar, canizie e rughe.
Non più potrà gl'istupiditi sensi
Penetrare il piacer, non più la gioia
Ti sentirai, nè la speranza in core;
Ma un torpido languor le sceme e fredde
Vene t'occuperà, depressi e tristi
Fieno gli spirti, e 'l succo almo vitale
Inaridito alfin. - La morte omai,
Replica Adam, più di fuggir non curo,
Nè prolungar di troppo i giorni miei.
Unico mio pensier sarà piuttosto
Come portar fino al prescritto giorno
Io meglio possa questo grave incarco
E come meglio allor deporlo. - Vuolsi
Nè amar la vita nè abborrirla (a lui
L'arcangel replicò), tu, finchè vivi,
Di ben viver ti studia, e del suo lungo
O breve corso al ciel lascia la cura:
E a nuova vista t'apparecchia intanto. -
Ei mira, e vede in largo pian distese
Tende di color varj: all'une intorno
Pasceano armenti, uscìa dall'altre un dolce
D'organi o d'arpe armonico concento,
E dell'esperto musico la mano
Scorgeasi pur che rapida scorrendo
Or alto or basso le vibranti corde,
Con le dotte moltiplici misure
In mille guise varïar sapea
La discorde concordia. In altra parte
Sudar vedeasi affaccendato fabro
Di rame e ferro a due gran masse intorno,
O là trovate dove a caso il foco,
Struggendo i boschi, entro le accese vene
Del suol le aveva liquefatte e spinte
Di qualch'antro alla bocca, o dove all'aura
Lasciolle esposte rovinoso fiume.
Trascorre in preparate acconce forme
L'alliquidita massa: ei ne compone
In pria dell'arte gl'istrumenti varj,
E quindi ogni metallico lavoro
Scolpito o fuso. In altro lato un'altra
Dissimil gente dalle alpestri cime
De' patrj monti discendeva al piano:
Parean giusti al sembiante e aver rivolto
Lo studio tutto ad onorar con pio
Culto l'Eterno, a meditar l'eccelse
Della sua mano meraviglie e quanto
Può stabilir la libertà, la pace
Fra le umane adunanze. Eran non molto
Per la pianura andati allor che fuore
Ecco uscir delle tende un stuol di vaghe
Donne di gemme e ricche vesti ornate
Lascivamente. Della cetra al suono
Accordan molli, tenere canzoni,
E s'accostan movendo in lieti balli
Il piè leggiero. Senza fren lasciaro
Gli uomini, ancor che gravi, errar gli sguardi,
Onde ben tosto all'amoroso laccio
Ognuno è colto, e ognun colei si sceglie
Ch'è la sua fiamma: ognun d'amor ragiona,
Finchè nunzia d'amore in cielo appare
La vespertina stella. Allor bramosi
La teda nuzïale accendon tutti
E gridan tutti che s'invochi Imene,
Imen che allor ne' maritali riti
Fu invocato da pria: suona ogni tenda
Di concenti e di feste. Il dolce aspetto
Delle liete adunanze ove d'amore
E della gioventù coglieasi il frutto,
I molli scherzi, i giochi, i fiori, i serti,
Le sinfonìe mosser d'Adamo il petto
Che del piacere al natural talento
Non fu tardo ad aprirsi, ond'ei rivolto
A Michel, così disse: - Angel sovrano,
O verace apritor degli occhi miei,
Assai miglior questo spettacol sembra
Che i due già visti, e di tranquilli giorni
Porge più lieta speme: odio soltanto,
Morte e dolor più che la morte crudo
Appresentavan quei, ma fatta paga
In tutti i fini suoi qui par natura. -
- Da quando i sensi più lusinga e molce,
Benchè conforme alla natura appaia,
Non giudicar, risponde a lui Michele,
Di ciò che meglio sia, tu che creato
Fosti a più nobil fin, tu puro e santo,
Tu imagine di Dio. Le tende, or viste
Festevoli così, sono le tende
D'iniquitade, e albergheran la schiatta
Di lui che sparse del germano il sangue.
Opra saran delle sue mani industri
L'arti ch'ornan la vita, e illustre fama
Avrà di trovator sagace ingegno;
Ma quel sommo Fattore, onde le venne
Ogni sapere, in empio ingrato obblìo
Porrà superba e i ricevuti doni.
Pur vaga stirpe n'uscirà; già visto
Di quelle donne hai tu lo stuol leggiadro
Rassomiglianti a dee, sì vivo e gaio
E lusinghier; ma d'ogni dote prive
Elle saranno, in cui di donna è posto
Il domestico onor, la prima lode;
E nell'arti lascive instrutte solo
Dell'adornarsi, del danzar, del canto,
Di lezj e ciance e di procaci occhiate,
La savia stirpe di color che furo
Per la pietà figli di Dio nomati,
Di questa femminil profana turba
All'insidie, ai sorrisi ignobilmente
Immolerà la sua virtù primiera,
E la sua gloria. Ebbri di gioia insana
Or esultan costor, ma immenso pianto,
Vedrai, tosto gli attende e scempio orrendo. -
Svanito allor suo breve gaudio, Adamo
Esclama: - Ahi scorno, ahi duol! che chi di vita
Entrò con tanto ardor nel dritto calle,
Per torte vie poi volga il piede, o manchi
In mezzo del cammin. Ma veggo, ah! veggo
Che sempre avran quaggiù le colpe e i guai
Nel più debole sesso origin prima. -
- Anzi dell'uom nella mollezza rea,
L'Arcangel replicò, dell'uom che i dritti
Di sua maggiore dignità si scorda,
E quei ch'ebbe dal ciel doni migliori.
Ma volgi adesso ad altra scena il guardo. -
Adam rimira, e a sè dinanzi scorge
Ampio paese, culti campi e ville
E di cittadi popolose e vaste
Superbe porte e torreggianti moli:
Quindi un correr all'armi, orride facce
Guerra spiranti, e d'ossa e membra immani
Baldanzosi giganti; impugna e scuote
Altri le lucid'armi, ed altri affrena
Gli spumanti corsier; solo o schierato,
O fante o cavalier, niuno là stassi
In ozïosa mostra. Ecco da un lato
Scelto drappel che dal foraggio riede
E seco trae dai grassi, erbosi prati
Di pingui buoi, di belle vacche un branco
Per la pianura, e pecore ed agnelli
Belanti dietro alle rapite madri.
Scampano appena col fuggir la vita
I pallidi pastori, ad alte grida
Chiaman soccorso, e già feroce pugna
È incominciata. Con orribil urto
Ecco s'affrontan gli squadroni, e dove
Testè pascean le gregge, or tutto è d'armi
Sparso e d'estinti, sfigurati corpi
L'insanguinato solitario campo.
Ben munita città d'assedio stretta
Hann'altri intorno; con iscale e mine
E batterìe movonle assalto: un nembo
Scagliano i difensor dall'alte mura
Di dardi e pietre e di sulfureo foco;
Cruda è la strage, e spaventose e fere
Di qua e di là le gigantesche prove.
In altro lato da scettrati araldi
Un consiglio s'intima appo le porte
Della città: gravi e canuti padri
Misti ai guerrier s'adunano: diverse
Odonsi arringhe, e insorgono ben tosto
Discordie e parti. Uom saggio alfin si leva
D'anni maturo, maestoso e grave
Nel portamento, e sull'ingiusto e 'l giusto,
Sulla religïon, la fè, la pace
E i giudicj del ciel molto favella.
Ma di scorno e di riso il fan subietto
Del par giovani e vecchi, e già le mani
Rabbiose in lui stendean, se ratto scesa
Una nube dal ciel non lo togliea
Invisibil di là. Per ogni lato
Scorre allora il furor, la forza e l'empio
Diritto della spada, e fuga o scampo
Non havvi alcun. Si scioglie in pianto Adamo,
E pien d'angoscia, alla sua guida: - Oh! dice,
E chi son mai costor? Certo di morte
Ministri son, non uomini, che in mille
E mille doppj l'orrido misfatto
Ponno così moltiplicar di lui
Che del germano si bruttò nel sangue.
E non è questo ancor sangue fraterno
Ch'essi a torrenti spandono? Dell'uomo
Non è l'altr'uom fratel? Ma chi quel giusto
Fu che, senza del ciel la pronta aita,
Periva in sua giustizia? I tristi frutti
(L'Angelo gli risponde) eccoti, Adamo,
Di quelle diseguali infauste nozze
Ch'or or vedesti, in cui pietà s'unìo
All'empietà con discordevol nodo,
Ond'escon poscia mostruosi parti
E di mente e di corpo, e tai saranno
Questi giganti, onde sonar la fama
Per la terra s'udrà: chè sol la forza,
D'alto eroico valor sotto il bel nome,
Avrà ne' giorni loro il pregio e 'l vanto.
Vincer battaglie, ruinar cittadi,
Popoli soggiogar, sparger torrenti
D'umano sangue e di rapite spoglie
Tornar ricco ed onusto, ecco qual fia
La somma gloria. Trionfali onori
Quindi otterrà conquistator, eroe,
De' dritti umani protettore eccelso,
Figlio di numi ed egli stesso un nume,
Tal nomato sarà che fia soltanto
Degli uomini flagel, peste del mondo.
Per simil via s'otterrà fama in terra,
E ciò che più la merta, in muto obblio
Sepolto resterà. Ma quei che solo
Del giusto amico in un perverso mondo
Tu vedesti testè, della tua stirpe
Il settimo sarà. D'aspri nemici
All'odio ed al furor diverrà segno
Perchè seguir giustizia ei solo ardisce
E dire il ver, che a giudicarli Iddio
Verrebbe un dì vendicator severo
Con tutti i santi suoi. Corsieri alati,
Come vedesti, in odorosa nube
Alla lor rabbia il sottrarranno, e immune
Da morte, seco ne' superni regni
Di pace e gaudio il raccorrà l'Eterno.
Della bontade hai visto il premio; or mira
De' malvagi la pena. Adam riguarda,
E un novello di cose aspetto vede:
Non più rugge di guerra il rauco squillo,
E in giuochi, in scherzi, in pompa, in feste, in danze
Tutto è converso: maritaggi o stupri,
Adultéri o rapine ovunque han loco,
Siccome vuol la passeggiera insana
Voglia, e ben tosto alle spumanti tazze
Seguon civili risse. Alfine in mezzo
Alla sfrenata, nequitosa gente
Un veglio venerabile s'avanza,
Ed altamente con severa voce
I turpi eccessi lor condanna e sgrida.
Ei di lor feste e tresche i lochi spesso
Frequenta, e d'esortarli unqua non cessa
Lor colpe ad espìar quai rei fra ceppi,
A cui sovrasta la fatal sentenza;
Ma tutto è van. Quando ciò vede, ei lascia
L'inutile contrasto e le sue tende
Lungi trasporta. Indi sul monte atterra
Molte e gran travi, e a fabbricare un vasto
Navile imprende, in alto, in largo, in lungo
Misurato per cubiti, e di pece
Lo spalma intorno. In mezzo all'un de' lati
Fabbrica adatta porta, e dentro alloga
Per uomini e per belve in copia il vitto;
Quando, oh portento! d'animai, d'augelli
E di minuti insetti a paio a paio
O a sette a sette ogni maniera venne,
E per se stessi nella sacra nave
In bell'ordine entraro. Ultimo il veglio
Seguì coi tre suoi figli e con le quattro
Lor mogli, e Dio di fuor la porta chiuse.
Allor Noto si leva, e l'ampie, negre,
Pendenti ali battendo, aduna e addensa
Quante son nubi sotto il cielo; i monti
Tramandan su quanti han vapori e nebbie
Il fosco ammasso ad ingrossar: già l'etra
Vasta vôlta di tenebre rassembra;
Già impetuosa a gran rovesci piomba
La pioggia e mai non cessa, e tutta alfine
Sparisce al guardo la sommersa terra.
S'alza il naviglio galleggiante, l'onde
Cavalca altero, e con rostrata prora
Ne insulta e rompe lo spumante orgoglio.
Ne' suoi profondi gorghi il flutto immenso
Ogni altro albergo e le sue pompe aggira;
Da un mar che non ha lido, è il mar coverto,
E nei palagi, ove testè splendea
Ricchezza e lusso, or han la tana e 'l nido
Marini mostri. Di cotanta gente
Ch'empiea la terra, in breve legno ondeggia
Tutto l'avanzo. Oh qual dolor fu il tuo,
Adam, veggendo di tua prole tutta
Sì tristo fin, tanta ruina! Un altro
Di lagrime diluvio e di dolore
Te pur sommerse e oppresse in fin che alzato
Dall'angelica man, reggerti in piede
Potesti pur, ma inconsolabil sempre,
Qual genitor che tutti a un colpo spenti
I cari figli suoi si vede innanzi,
E questi detti sospirosi a stento
Articolasti: - Ahi visioni orrende!
Oh stato fosse a me chiuso per sempre
Un sì fero avvenir! Così la parte
Sol de' miei mali ch'ogni dì mi tocca
E m'è bastevol carco, avrei sofferta;
E tutto or sopra me s'ammassa e aggreva
Anco il peso di quei che fien divisi
Su molte etadi e pria del tempo han vita
Per lo mio preveder che un dì saranno.
Ah! più non sia chi di saper s'affanni
La sorte propria o de' suoi figli: a' mali,
Poichè denno avvenir, riparo alcuno
L'antiveder non reca, e sol presenti
E doppie fa le ancor lontane pene.
Ma invano or parlo: uomo non v'è che m'oda,
E i pochi che ancor vivi erran pel vasto
Deserto ondoso, alfin rabbiosa fame
E angoscia struggerà. Sperai, cessata
La vïolenza e 'l bellico furore,
Lieto il mondo veder, veder la pace
Incoronar l'umana stirpe alfine
Con lunga serie di felici giorni;
Ma quanto m'ingannai! La pace ancora,
Or veggo, è all'uomo infesta, e un reo diffonde
Veneno tal che le ruine stesse
Pareggia della guerra. Onde ciò nasca,
Deh! tu mi spiega, o mia celeste guida,
E se tutta ha qui fin l'umana stirpe. -
- Quei che lussureggiar fra pompe ed agi
Testè vedesti, a lui Michel risponde,
Son que' medesmi che superbi e gonfi
Di lor valore e lor guerriere imprese
Ivano in pria, ma di virtù verace
Erano vôti. Con gran sangue e stragi
Soggiogan genti e fan di fama acquisto,
Di titoli pomposi e ricche prede:
All'ozio quindi, alle delizie molli,
A intemperanza ed a lascivie in braccio
Si dan, finchè licenza e orgoglio insano
Destan contese e risse anco di pace
E d'amistade in sen. Color che vinti
E fatti schiavi son, con la perduta
Lor libertade, ogni virtude ed ogni
Tema di Dio pérdono a un tempo ancora,
Di Dio cui chiese invan soccorso e scampo
L'infinta lor pietà nel fero giorno
Della battaglia. Abbandonata quindi
Ogni divota cura, intesi solo
Saranno a trar la pigra e turpe vita
In securtà su quel che lor lasciato
Fia da' sazj tiranni; e larga assai
I doni suoi dispenserà la terra,
Onde dell'uom la temperanza a prova
Possa venir. Degenere, corrotto
Così tutto farassi; a tutti ignote
Giustizia, verità, modestia e fede
Saran, tranne ad un uomo, unico figlio
Di luce in buia età, che a' pravi esempi,
Alle lusinghe, agli usi, a un mondo irato
Intrepido opporrassi. Egli sprezzando
Gli altrui sprezzi, i rimproveri e la rabbia,
Rinfaccerà le lor perverse vie
All'empie genti, e di giustizia il calle,
Che il calle è in un di sicurezza e pace,
Lor mostrerà. L'ira del ciel pendente
Annunzierà sulle proterve fronti,
E deriso ne fia, ma lui con lieto
Occhio Iddio mirerà qual uom che solo
Seguace di virtù rimane in terra.
La vasta mole di mirabil'arca,
Com'hai già visto, ei per divin comando
Fabbricherà, dove fuggir co' suoi
La sovrastante universal ruina
Dato gli sia. Colà rinchiuso appena
Con sua progenie e con la lunga schiera
Degli animali a sopravviver scelti
Egli sarà, che spalancate tutte
L'ampie del cielo cateratte a un tempo
Continua sgorgheran crosciante piova
Il dì, la notte: del profondo abisso
Su sboccheran le fonti, e l'oceáno
Leverà il dorso altissimo, spumante
Finchè de' monti ancor l'estreme vette
Soverchi altero e le s'inghiotta il flutto.
Per la possa dell'acque allor divelto
Fia da sua sede questo monte stesso
Del Paradiso, giù pel vasto fiume
Travolto dal rapace ondoso corno
Con sua guasta verzura e i fluttuanti
Arbori in seno del vorace golfo;
Là prenderà nuove radici, fatto
Isola salsa e nuda, ad orche, a foche
Ed a marini, schiamazzanti augelli
Asilo e nido: e quindi, Adamo, apprendi
Che santo in faccia a Dio loco non evvi,
Se nol fa tale il cor devoto e puro
Degli abitanti suoi: Ma segui il resto
Or a mirare. - Adam riguarda e vede
Sul bassato oceán barcollar l'arca:
Sparite eran le nubi in fuga spinte
Da Borea acuto che col soffio adusto
Del diluvio increspando iva la faccia
Omai scaduta. In sull'acquoso, immenso
Cristallo il sol vibrava ardenti sguardi,
E a larghi sorsi il fresco umor bevea.
Con piè furtivo ritraeasi intanto
A poco a poco l'onda invêr l'abisso
Che i suoi sgorghi arrestò, come già chiuse
Il cielo avea sue cateratte. L'arca
Più non ondeggia omai, ma d'alto monte
Ferma in sul dorso appar; spuntan, quai scogli,
Le vette omai degli alti gioghi; al mare
Che si ritira, affollansi i torrenti
Sonori, impetuosi; ed ecco un corvo
Volar si scorge dalla nave, e quindi,
Nunzia più fida, una colomba parte
Per due volte a cercare o pianta o suolo
Ove posar il piede, e nel secondo
Rirorno suo, reca nel rostro un verde
D'olivo ramuscel, segno di pace.
Già si mostra la terra, e fuor con tutti
I suoi compagni il venerabil veglio
Della nave discende: ei tosto al cielo
Con grato cor gli occhi e le mani innalza
Divotamente, e rugiadosa nube
Sopra il capo si mira, a cui nel mezzo
Splende tricolorato arco ridente
Che con Dio pace annunzia e nuovi patti.
A quella vista il già si tristo core
D'Adamo esulta, e in questi detti il labbro
L'interna gioia esprime: - O tu che puoi,
Come presenti, le future cose
Recarmi innanzi, interprete del cielo,
Con questo nuovo consolante aspetto
Tu mi torni alla vita; io veggo, io veggo
Che l'uom vivrà cogli animali tutti,
Ed a' più tardi secoli serbato
Il lor seme sarà. Meno or mi grava
Un mondo intier di figli rei distrutto
Che non m'allegra quel sì pio, sì giusto
Uom che mertò di disarmar l'irata
Divina destra e d'un novello mondo
Esser principio. Ma perchè, deh! dimmi,
Quelle appaiono in ciel fulgide liste?
Imagin forse del placato ciglio
Di Dio son esse? o con leggiadro margo
Chiudono il grembo a quell'acquosa nube
Ond'ella ancor non si disciolga e torni
La terra ad allagar? - Sì, gli risponde
Michel, ben avvisasti; dell'Eterno
Placata è l'ira. Ei rimirò la terra
Di misfatti coperta, ed in sue vie
Ogni carne corrotta, ond'ebbe in core
D'aver creato l'uom rammarco e sdegno,
E i perversi punì: ma grazia tanta
Un sol uom giusto al suo cospetto trova,
Che sol per lui dall'esterminio estremo
L'uman genere scampa, e quind'innanzi
(Ei lo promette) a disolar la terra
Più non discenderan l'acque del cielo
Nè più trascorrerà fuor de' prescritti
Confini il mar. Tal è il suo patto, e quando
Egli le nubi stenderà per l'etra,
Quell'arco suo di tre colori impresso
Appariravvi ond'ei richiami in mente
La sua promessa. Il dì così, la notte,
Della semenza e della messe il tempo,
La state, il verno alterneran lor corso,
Finchè tutto rinnovi e purghi il foco,
E sorgan altri cieli ed altra terra
Ove un popol d'eletti avrà soggiorno.

LIBRO DUODECIMO

L'arcangelo Michele narra quel che avverrà dopo il diluvio: quindi, facendo menzione di Abramo, viene per gradi a spiegare quale sarà il seme della donna che fu promesso ad Adamo e ad Eva dopo la loro caduta. Incarnazione, morte e ascensione del Salvatore. Stato della chiesa fino alla seconda venuta dello stesso. Adamo consolato da questi racconti e promesse, scende con Michele dalla montagna, sveglia Eva che per tutto quel tempo aveva dormito, e la trova tranquilla e disposta a sommissione dai sogni favorevoli che avea fatti. Michele li prende ambedue per mano, e li conduce fuori del Paradiso. Si vede la spada di fuoco fiammeggiare dietro loro, e i cherubini prender i loro posti per guardare l'entrata del luogo.



Qual chi sul mezzodì s'arresta e posa,
Benchè bramoso di compir sua via,
Tal, fra lo spento e 'l rinascente mondo
L'Angel fermossi ad aspettar se forse
Qualche ricerca Adam frappor volea;
Indi così riprese: - Un mondo hai visto
Prender principio e gire al fine, e quasi
Rinascer l'uomo da novello tronco.
Molto è tuttor quel ch'a veder ti resta;
Ma ben m'accorgo che s'aggrava e langue
Il tuo sguardo mortal, nè regger puote
Al supremo splendor de' divi obbietti
L'umano senso; onde a narrarti io prendo
Quel che avvenir dovrà: tu porgi attenta
A' miei detti l'orecchia. In fin che pochi
Saranno i germi di quest'altra stirpe,
E vivo ancora avran l'orrore in mente
Del passato giudicio, andar lontani
Non oseranno dal diritto calle
E temeranno Dio: di larga prole
Cinti saran, coltiveran la terra,
E di biade, di vin, di pingui olive
Raccorranno ampie messi: a Dio sovente
Dalle lor mandre or offriran giovenco,
Or capretto, or agnel, fra le ricolme
Libate coppe e le divote feste.
Tranquilli giorni in innocente gioia
Essi così trarranno e in lunga pace
Per famiglie e tribù sotto il paterno
Soave impero. Alfin gonfio d'orgoglio
E fasto sorgerà chi non contento
Di bella egualità, fraterno stato,
S'arrogherà sopra i germani suoi
Iniquo scettro, di natura i dritti
Calcherà temerario, e dalla terra
Sbandirà la concordia. Egli col ferro,
Ei coll'insidie andrà non già le belve
Perseguitando, ma le umane genti
Che di portare il suo pesante giogo
Faran rifiuto. Cacciator possente
Sarà quindi nomato innanzi a Dio;
Sprezzerà il cielo, od il secondo scettro
Per dritto aver dal ciel darassi vanto:
Sedizïosi e ribellanti gli altri
Ei chiamerà, ma di ribelle il nome
Egli avrà con ragion. Seguìto e cinto
Da turba rea che un pari orgoglio unisce
Seco o sott'esso a farsi altrui tiranna,
Rivolge i passi all'occidente, e vasta
Pianura incontra, ove gorgoglia e bolle
Nera, bituminosa una vorago
Su di sotterra che profonda pare
Fauce infernal. Di quel tenace umore
Frammisto a cotta argilla ampia cittade
A fabbricar si danno ed ardua torre
Che al cielo erga la cima, onde risuoni
Alto il lor nome, ed in rimote e strane
Terre, ove poscia andran divisi, erranti,
La lor memoria o buona o rea non pera.
Ma Dio, che a visitar le umane genti
Spesso scende invisibile, e fra loro
D'ogni lor opra osservator s'aggira,
Dal sommo trono suo costor mirando,
Viene alla gran città pria che la torre
Alle torri del cielo emula surga;
E, con sorriso schernitore, infonde
Sulle lor lingue un vario spirto, il primo
Natìo linguaggio ne cancella, e invece
Vi sparge un suon di sconosciute voci
Discordante, confuso. Alto frastuono
Tra i fabbri allor si leva, invan l'un chiama,
Invan replica l'altro, a ignoto accento
Risponde accento ignoto, è rauco ognuno,
E ognun, quasi schernito, infuria e freme.
Il romoroso borbogliare e strano
Desta gran risa in ciel; pende la stolta
Mole lasciata in abbandono, e all'opra
Dalla confusïon rimane il nome. -
Acceso allora di paterno sdegno
Esclama Adamo: - Ahi detestabil figlio!
Ahi scellerato ardir! Tu sopra i tuoi
Fratelli osi innalzarti, e quell'impero
Che all'uomo Iddio non diè, così t'usurpi?
Sopra le belve, sugli augei, su i pesci
Assoluto dominio a noi concesse
Iddio soltanto: è dono suo tal dritto:
Ma l'uom dell'uomo egli non fe' signore;
A sè tal grado serba, e dell'umano
Giogo egli lascia l'uom disciolto e franco.
Ma non s'appaga di costui l'orgoglio
Nel calcare i suoi pari; il ciel medesmo
Con quella torre egli minaccia e sfida!
Ahi sciagurato! e qual trarrai lassuso
Vitto, onde te co' tuoi guerrier disfami,
Ove la stessa sottilissim'aura
Ti crucierà l'anelo petto, e 'l fiato
Ti verrà men, se non il cibo? - A lui
Michele allor: - Quel figlio a dritto abborri,
Quel figlio indegno che il felice stato
Dell'uom così sconvolse, e libertade,
Che unì con la ragion natura e Dio,
D'opprimer s'attentò: ma sappi ancora
Che dopo il tuo fallir perduta, Adamo,
È vera libertà che, nata insieme
Con la retta ragion, seco pur sempre
Soggiorna e senza lei vita non ave.
Se il lume di ragion nell'uom s'oscura,
Insane brame e ribellanti affetti
Prendon l'impero, ed in crudel servaggio
Traggono l'uom libero in pria: s'ei lascia
Da interni soggiogar tiranni indegni
Il proprio core, a vïolenti e feri
Signori esterni lo abbandona ancora
Il giustissimo Dio. Che siavi è d'uopo
La tirannia, ma non per ciò di scusa
Degno è il tiranno. Nazïoni intere
Dalla virtù ch'è la ragione stessa,
Allontanarsi si vedran talora,
E in tal viltà cader che fia ben dritto
Se il ciel le maledice e dàlle in preda
A straniero signor. Così quel figlio
Di lui che l'arca feo, dal padre offeso
Fia maledetto, e la sua stirpe iniqua
Condannata di servi ad esser serva.
Peggiorando in tal guisa andrà, del pari
Che il vecchio mondo, il nuovo ancor, fintanto
Che stanco Iddio dall'opre ree, ritragga,
L'augusta sua presenza e i santi sguardi
Da que' perversi, ed a lor empie e sozze
Vie gli abbandoni alfine. Un popol caro
Però fra loro ei si scerrà, da cui
Invocato sarà, popol che scende
Da un solo uomo fedel. Di qua soggiorno
Questi avrà dall'Eufrate e instrutto fia
De' falsi déi nel culto. O cieche menti!
Credere, Adam, potrai che, mentre ancora
Respira il santo veglio alle voraci
Acque scampato, le insensate genti
Obblïeranno il Dio vivente, e l'opre
Delle stesse lor mani in legno e 'n sasso,
Quai numi, adoreran! Ma Dio si degna
A quell'uomo apparire in sogno, e lungi
Dal patrio tetto e dai congiunti il chiama
E da que' falsi numi ad altre spiagge
Ch'ei mostreragli. Un popolo possente
Da lui vuol trarre e sì versar sovr'esso
I doni suoi che tutti in suo legnaggio
Fien benedetti i popoli. Veloce
Egli al cenno obbedisce, e benchè ignori
Sua meta, è fermo in sua credenza. Io 'l veggo,
Ma dato a te non è, con quanta fede
Numi ed amici e 'l natìo suol caldeo
Egli abbandona: ecco d'Arán il guado
Valica e seco un largo stuolo adduce
D'armenti e greggi e numerosi servi.
Meschino errando egli non va, ma l'ampie
Sue ricchezze confida a Dio che il chiama
A ignoti lidi. In Canaán ei giunge,
Di Sichen presso i muri e sul vicino
Piano di More le sue tende io scorgo
Piantate: quivi in don quell'ampie terre
Da divina promessa egli riceve
Pe' figli suoi dal boreale Amate
Fino al deserto austral (fian questi i nomi
Di que' lochi che nome ora non hanno)
E dal gran monte orïental dell'Ermo
Al vasto mare occidental: qua sorge
L'Ermo, là vedi il mare; a te rimpetto
Mira i lochi che addito. Ecco il Carmelo
In sulla riva, ecco il Giordan che scende
Da doppia fonte e verso l'orïente
Segna il confin; si stenderanno quindi
I figli suoi fino a Senìre, a quella
Lunga catena di montagne. Or membra
Che benedette di quest'uom nel seme
Saran tutte le genti: a te quel grande
Liberator si mostra omai, che il capo
Frangerà del serpente, e che più chiaro
Tosto predetto ti sarà. Da questo
Gran patriarca (i secoli futuri
Diranlo il fido Abramo) un figlio nasce
Ed un nipote poi, che a lui simíli
Saranno in fama, in sapïenza, in fede.
Da i lidi cananéi parte il nipote
Con sei figliuoli e sei verso una terra
Ch'Egitto nomerassi, ed è dall'onde
Del Nil divisa: questo fiume vedi
Che sgorga in mar per sette foci: ei vanne
Quel suolo ad abitar, dove lo invita,
Mentre rabida fame il popol strugge,
Il minor figlio ch'ai secondi onori
Del regno fia per le sue gesta alzato.
Là more il padre, e la sua stirpe lascia
Crescente in nazïon sì che ne prende
Sospetto ed odio il successor regnante.
Quindi a frenar la numerosa troppo
Progenie lor, tutti in non cale ei pone
Gli ospitali diritti, a rio servaggio
Danna ciascuno, e i maschi lor bambini
Consegna a morte. Due germani allora,
Aronne e Moisè, manda l'Eterno
A trar di ceppi il popol suo che carco
Di gloria e spoglie alla promessa terra
Con lor s'indrizza. Ma con feri segni
E severi giudizi il core in pria
Domo sarà del perfido tiranno
Che il lor gran Nume ed i messaggi suoi
Riconoscer non vuol. Cangiati in sangue
I fiumi si vedran; di mosche e rane
E di mordaci insetti un'oste immonda
Empierà la sua reggia e 'l regno intero
Inonderà; feroce lue le greggi
Tutte consumerà; del re, di tutto
Il popol suo le membra ulceri e bozze
Gonfieran, pasceran; l'egizio cielo
Squarceran tuoni orrendi a grandin misti,
E grandin mista a turbini di foco
Croscerà rovinosa, e ovunque passi,
Tutto devasterà. Ciò che non strugge
Il nembo, un'atra di locuste e folta
Nube con spaventevole stridore
Divorerà le biade, i frutti e quanto
Di verde in terra appar; nere ombre il regno
Tutto ricopriran, palpabili ombre
Per cui tre dì fian spenti: alfine, al mezzo
Di feral notte, piomberà su tutti
Gli egizj primogeniti improvviso
Colpo di morte. Sì da dieci piaghe
Il niliaco dragon trafitto e domo
Partir li lascia alfin: più volte il crudo
Suo cor si piega, ma qual gel che indura
Di più, poichè fu sciolto, ei pur ritorna
A ferocia maggiore, e quelli insegue
Cui già l'andar concesse: il mare allora
Con l'oste sua lo inghiotte, il mar che al tocco
Della mosaica verga in due si parte
Di liquido cristal pendenti mura,
E diviso rimane infin che tutta
L'eletta stirpe sull'opposto lido
Salva non pon l'asciutto piè. Tal possa
Dio concede all'uom santo! Anzi egli stesso
È seco lor nell'angel suo che siede
Nel dì sovra una nube e nella notte
Su colonna di foco, ed ora è scorta,
Precedendo, al lor corso, or li difende,
Girando a tergo, dal vicin tiranno.
Questi pien di furor la notte intera
Gl'incalza e preme, ma l'orror frapposto
Gli vieta d'appressar finchè nel cielo
L'alba novella spunti, e allora Iddio
Fuor dell'ignea colonna o della nube
Sporgendo il guardo, un subitan spavento
Manda per l'oste tutta, e de' lor carri
Le rote infrange. Per divin comando
Sul mar distende la possente verga
Mosè di nuovo, ed obbedisce il mare
Alla sua verga; furïose l'onde
Cadon sull'oste ed è sommersa. Il passo
Muove invêr Canaán l'eletta stirpe,
Non pel breve cammin, ma in lungo giro
Pel selvaggio deserto, onde allo scontro
Dell'armi Cananée subita tema
Non risospinga l'inesperte genti
Verso l'Egitto a scer piuttosto indegna
Vita servil: chè cara a tutti e dolce
Sien forti o vili, è la tranquilla vita,
Se all'armi non gl'infiamma impetuoso
Furor bollente. D'altro frutto ancora
Ferace ad essi quell'indugio fia
Per lo vasto deserto: ivi le basi
Porranno al lor governo, e 'l gran senato
Da dodici tribù scerran che tutto
Regga Israel con ordinate leggi.
Iddio dal Sina, la cui grigia vetta
Tremerà al suo venir, fra lampi e tuoni
E di trombe al clangore, Iddio medesmo
Detterà quelle leggi. Il civil dritto
Prescrivon l'une, ed altre il culto, i sacri
Riti e le feste: in mistiche figure
Ed ombre ei loro annunzierà pur quale
Seme a schiacciar del serpe il collo altero
È destinato, e come il duro giogo
Agli uomini ei torrà. Ma spaventosi
Ad orecchio mortal troppo gli accenti
Sono di Dio: chieggon perciò le turbe
Che di Mosè pel labbro ei lor dispieghi
Il suo volere e quel terror rimova.
Dio le lor preci ascolta, e apprendon quindi
Che senza intercessor non avvi accesso
Presso di lui. Mosè ne prende intanto
L'alto ufficio in figura in fin che venga
Un dì l'altro maggior, di cui predice
Ei stesso il tempo; e i sacri vati poi
Tutti cantar del gran Messia le lodi
S'udranno in varie età. Le leggi e i riti
Fermati in guisa tal, tanto diletto
Del buon popolo suo prende l'Eterno,
Che in mezzo ad essi di locar si degna
Il tabernacol proprio, e 'l Solo, il Santo
Co' mortali soggiorna. È per suo cenno
Di cedro e d'oro un santuario eretto
Che un'arca accoglie, e dentro l'arca è chiusa
La ricordanza del divino patto.
Di due raggianti cherubin fra l'ali
L'aureo seggio di grazia in alto splende,
E sette lampe che del ciel le faci,
Quasi in zodiaco, raffiguran, sempre
Ardongli innanzi: al padiglione in cima
Posa una nube il dì, che fiamma poscia
Divien la notte, eccetto allor che move
Sue tende il campo. In quella terra alfine
Che ad Abram fu promessa e a' figli suoi,
Fermano il piè. Lungo il ridir sarebbe
Tutte le pugne loro, i vinti regi,
I soggiogati regni, e come in cielo
Intero un giorno il sole immoto sta,
E 'l corso usato la notte trattiene,
Quando un uom griderà: Fermati, o sole,
In Gibeón, e tu t'arresta, o luna,
In valle d'Aialón, finchè Israello
Sia vincitor. Così chiamato fia
Il nipote di Abram, d'Isacco il figlio,
Che il nome stesso alla sua stirpe tutta
Di Canaán vittrice indi trasmette. -
- Celeste messo, che a sgombrar venisti
Le mie tenebre dense, Adam gli dice,
Oh con qual gioia rivelarmi ascolto
Questi segreti e quei del giusto Abramo
Sovra tutt'altri e di sua stirpe! Or sento
Questi occhi miei la prima volta aprirsi
Veracemente e confortarsi il core
Tant'ansio in pria sul mio destin futuro
E quel de' figli miei: già veggo il giorno
Di Quei che recherà letizia e pace
Sovr'ogni gente alfine. Oh grazia! o dono
Mal mertato da me, cui voglia insana
Spinse a cercar per divietate vie
Divietato saper! Ma pur non anco
Io comprender ben so perchè cotante
A quei s'impongan leggi e sì diverse,
Fra cui lo stesso Dio scender si degna
Ad abitar; di molte colpe sono
Molte leggi argomento: or come Iddio
Può soggiornar fra sì perversa gente? -
- Non dubitarne, a lui Michel risponde,
Fra lor pur troppo regnerà la colpa,
Poichè scendon da te: per ciò la legge
Fu data ad essi, onde la lor si mostri
Innata pravità che ognora è pronta
A pugnar contro lei. Così veggendo
Che può la legge sol scoprire il fallo,
Ma purgarlo non già (chè lieve e solo
Un'adombrata espïazion fia quella
Di tauri ed irchi in sacrificio offerti),
Conosceran che ben diverso sangue
Dovrà dell'uom perduto essere ammenda,
Sangue del giusto per l'ingiusto; e quindi,
Con viva fè, d'una tal ostia il merto
Recando in sè, potran di Dio la prisca
Grazia e dell'alma racquistar la pace.
Vani a tal fine e inefficaci i riti
Son della legge, di cui l'uom non puote
Lo spirito adempir, nè fia ch'ei viva,
Se non l'adempie. Ella imperfetta è dunque,
E data a lui soltanto onde il prepari
A migliore alleanza, a dì più lieti,
Quando fia tempo. Lo splendor del vero
All'adombrate, mistiche figure
Allor succederà, di strette leggi
Al giogo imposto, un inesausto fonte
Di grazia a ognun liberamente aperto,
A servil tema il filïal rispetto,
E all'opre della legge opre di fede.
Quindi Mosè, benchè sì caro a Dio,
Pur, poichè della legge è sol ministro,
Non condurrà nella promessa terra
Il popol suo; sol Giosuè ve 'l guida,
Che Gesù detto è fra i Gentili, e il nome
E l'officio di lui sostien che poscia
Il fero abbatterà nemico serpe,
E l'uom ricondurrà dai lunghi errori
Per lo mondano inospite deserto
Nel Paradiso dell'eterna pace.
Del Canaán terrestre i ricchi campi
Abiteranno intanto, e lieti giorni
Splender vedran per lungo tempo infino
Che nequizia comun non turbi e rompa
La comun pace, e contro lor non desti
Nemiche schiere irato Iddio. Pur sempre
A lor pentiti egli perdona, e sotto
I giudici da pria, poi sotto i regi
Li difende e li scampa. Il Re che al soglio
Ascenderà secondo, e fia non meno
Per la pietà che pel valore illustre,
Promessa irrevocabile da Dio
Riceverà che stabile in eterno
Sarà il suo trono. Canteran lo stesso
Tutti i profeti; che dal regio tronco
Di Davidde (così quel re s'appella)
Un figlio sorgerà, femineo seme,
A te, ad Abramo, ai re predetto, in cui
L'alta speranza poserà di tutte
Le nazïoni, e fia dei re l'estremo,
Perchè del regno suo non sarà fine.
Ma lunga serie di monarchi in prima
Terrà lo scettro. Di Davidde il figlio
Chiaro per senno e per ricchezze, all'arca
Di Dio che fino allor cinta di nubi
Errava fra le tende, un tempio augusto
Fonda e splendido culto. Appresso a lui
Vien ordin lungo di regnanti or giusti
Or rei, ma questi i più, ne' fasti inscritti,
Che sozzi ed empj riti ed altre colpe
Del lor popolo reo mescendo ai falli
Tanto provocheran di Dio lo sdegno
Ch'ei da lor partirassi, e 'l lor terreno,
La lor cittade, il tempio suo, la santa
Arca e gli arredi tutti in preda e scherno
Dati saranno alla città superba,
Di cui vedesti or or l'eccelse mura
In gran scompiglio abbandonate, ond'ebbe
Di Babilonia il nome. Ivi di sette
E sette lustri il doloroso giro
Passan fra le catene; alfin rimembra
Iddio la sua pietade e la giurata
Con Davidde alleanza a par de' giorni
Del cielo eterna, e agli oppressor toccando
Il cor, le genti sue scampa e riduce
Dal misero servaggio. Esse il distrutto
Suo tempio ergon di nuovo, e in picciol stato
Menan frugale e temperata vita
Per alcun tempo; ma cresciute poscia
In numero e in ricchezze, eccole in preda
A feroci tumulti; e scoppia in prima
Fra i sacerdoti stessi il foco reo
Della discordia, in mezzo a lor che sempre
Nella mente, nel cor, sul labbro pace
Dovriano aver; dall'empie lor contese
Contaminato è il tempio: i figli alfine
Disprezzan di Davidde ed allo scettro
Danno di piglio. In forestiere mani
Cader lo lascian quindi, e 'l gran Messia,
Il verace unto Re, da' dritti suoi
Escluso nasce; ma nel ciel risplende
Al nascer suo non più veduta stella
Che giunto lo palesa. A quel fulgore
Movon tre re dall'orïente i passi
In traccia di sua cuna, e incenso e mirra
Ed oro a offrir gli vengono. Dal cielo
Un nunzio scende, e a semplici pastori
Che nella notte vigilando stanno,
Il suo natale umil soggiorno addita.
Lieti colà s'affrettan essi, e gl'inni
Delle angeliche squadre odono intorno
Al testè nato pargoletto. Madre
Una Vergine gli è, suo genitore
Il poter dell'Eterno. Egli sul trono
Del Padre ascenderà; confine il mondo
Fia del suo regno, e di sua gloria il cielo. -
Ei qui cessò, scorgendo Adamo oppresso
Da gioia tanta che a dolor somiglia,
E già trabocca in lagrime, se sfogo
Di parole non ha. - Superno vate,
Adam prorompe allor, quai lieti eventi
Mi predicesti, e come appaghi tutti
Gli ultimi voti miei! Chiaro or comprendo
Ciò che tanto finora invan cercai,
Perchè detta sarà femineo seme
La gran speranza dell'umana gente.
Salve, o Vergine Madre, al ciel sì cara:
Eppur uscir tu di mia stirpe déi.
Eppur dee dal tuo grembo uscir la prole
Dell'altissimo Dio! Così l'Eterno
Con l'uom s'innesta, e con mortal ferita
Sarà dell'orrid'angue il capo infranto.
Ma dove e quando, dimmi, il gran conflitto
Avvenir dee? Qual morso il piè ferisce
Del vincitore? - Al che Michel: - La pugna
Mistica è sol, nè capo o piè ferito
Sarà veracemente: il divin Figlio
Le umane forme a rivestir non scende
Perchè Satán con maggior colpo atterri.
Non fia vinto così quei che dal cielo
Precipitando, di più gravi piaghe
Percosso fu, nè fu perciò men atto
A scagliar sopra te di morte il colpo.
Dalle fauci di questa a trarti viene
Il tuo Liberator, non già struggendo
Satán, ma di Satán l'opere inique
In te, nella sua stirpe. È d'uopo quindi
Che a quell'incarco, a cui tu debil fosti,
D'eseguir fido la superna legge,
Ei si sommetta, e la dovuta ammenda
Paghi di morte che il tuo fallo trasse
Sopra di te, sulla progenie tutta,
Tua trista erede: di cotal restauro
Solo fia paga la giustizia eterna.
Ei la legge del cielo adempie attento
D'amor e obbedïenza unico esempio,
Benchè adempierla solo amor potrebbe.
Cinto d'umana carne ei la tua pena
Viene a soffrire, aspri derisi giorni
E morte infame, egli salvezza e vita
Promette a tutti lor che fede avranno
In sua redenzïon, che i merti suoi
S'ascriveran colla medesma fede
E tutta in essi riporran la speme,
Non mai nell'opre lor, benchè conformi
Sieno alla legge. In mezzo agli odj, all'ire,
All'onte, alle bestemmie ei vive, e ceppi
Soffre e giudicio rio che a morte il danna
Obbrobrïosa e cruda. A dura croce
Dal suo medesmo popolo confitto
Ei muore: e muor perchè la vita arreca;
Ma su quel tronco stesso i tuoi nemici
Egli pur anche immola: ivi la legge
A te contraria, e dell'intero umano
Seme si stan tutte le colpe affisse.
Così dal timor prisco ognun fia sciolto
Che nel suo sparso sangue ha certa speme.
Ei muor, ma lungo sovra lui la morte
Non usurpa l'impero, e pria che spunti
In ciel la terza aurora, erger l'augusto
Capo lo veggon dal funereo sasso
Le mattutine stelle, assai più fresco
E più lucente del novello albòre.
Così pagato è nel suo sangue alfine
Il gran riscatto delle umane genti;
E salvo è ognun che il vuole e 'l sommo dono
Di lui con fè non vota d'opre accoglie.
Quest'opra eccelsa del divino amore
Cancella alfin quella sentenza, ond'eri
Dannato a morte pel tuo fallo eterna;
Frange a Satáno la cervice altera,
Colpa e Morte conquide, i due più forti
Di lui sostegni, e i dardi lor ritorce
In lui medesmo con più grave colpo
Che passeggiera e momentanea morte
Recar non può del vincitore al piede
Ed a' redenti suoi, morte simile
Ad un placido sonno, un lieve e dolce
Varco a vita immortale. Egli risorto
Quaggiù non resta a lungo, e sol talora
Ai discepoli suoi, che fidi sempre
Nel vïaggio terren gli fur compagni,
Fa di sè mostra: ei lor impon che quanto
Appresero da lui, vadan spargendo
Per tutti della terra i lidi estremi,
E di salute apran le vie, battesmo
Dando de' fiumi nelle limpid'onde
A ognun che crederà; mistico segno
Di lavacro maggior, per cui, le macchie
Asterse della colpa, a pura vita
L'uomo rinasce, ed è disposto e fermo
A incontrar morte, ov'uopo sia, simíle
A quella già dal Redentor sofferta.
La sua dottrina ad ogni popol conta
Sarà per essi; chè non solo i figli
D'Abram dopo quel dì saran chiamati
Di salute al sentier, ma i figli ancora
Della fede d'Abram per tutto l'ampio
Terrestre giro, e nel suo seme quindi
Fia beata ogni gente. Al ciel de' cieli
Egli ascende dipoi, de' suoi nemici
E de' tuoi trionfante, e nel suo volo
Dell'aria il Prence, il fero serpe afferra,
Per tutti i regni suoi stretto in catene
Lo tragge in mostra, ed al suo scorno alfine
Ei l'abbandona. Rientrando poscia
Nella sua gloria, alla paterna destra
Riprende seggio, e sopra i nomi tutti
Esaltato è il suo nome: indi, allor quando
Maturo fia per la sua fine il mondo,
Cinto di gloria e di poter verranne
Giudicator de' vivi e degli estinti,
Gl'infedeli a punire, a render degno
Guiderdone a' suoi fidi, e nell'eterna
Felicità seco raccorli in cielo,
O sulla terra; chè la terra allora
Fia tutta un paradiso, e più d'assai
Che quest'Eden non è, felice albergo
D'un più bel sol, di più bei dì lucente.
Qui s'arrestò l'Arcangelo, del mondo
Giunto alla meta estrema, e Adam ripieno
Di gioia e di stupor così rispose:
- O divina bontà, bontade immensa
Che tutto questo ben dal mal produce,
Che volge in bene il mal! prodigio ancora
Mirabil più che non fu trar dal folto
Antico orror la luce! In dubbio or stommi
Se più del fallo mio pentirmi io deggia
E della labe su i miei figli sparsa,
O più gioir che tanto ben ne scenda,
A Dio gloria maggior, sull'uom da Dio
Più larghe grazie, e sovra l'ira sparso
Il fonte di pietà. Ma di': se al cielo
Risalir debbe il Redentor, che fia
De' pochi fidi suoi, tra infida turba
E al vêr nemica abbandonati? Allora
Chi fia lor guida e difensor? Quegli empi,
Più che di lui non fèr, strazio crudele
Non farann'anco de' seguaci suoi?
- Certo il faran, l'Arcangelo risponde,
Ma lor bentosto ei spedirà dall'alto
Un tal Consolator, del sommo Padre
Promesso dono e Spirto suo, che in essi
Farà dimora, e della fè la legge
Che per amor tutt'opra e tutto vince,
Scriverà nei lor cori: essa lor guida
Sarà nell'arduo di virtù sentiero
E della verità: d'armi celesti
Essa ricopriralli, onde dell'empio
Satán gli assalti e gl'infuocati dardi
Possano rintuzzar. Quindi la rabbia
Affronteran degli uomini e la morte
Con saldo petto, e tale un dolce interno
Fra le lor pene sentiran conforto
Che di tanta costanza anco i più crudi
Tiranni avran stupor. L'aura divina
Scende in prima su lor che nunzi vanno
Del fausto alto preconio, e quindi al pari
Sovra ciascun che mondo uscì del sacro,
Salubre fonte, e portentosi doni
Ad essi imparte, onde a lor grado in ogni
Vario linguaggio di repente sciorre
Sanno le labbra, e quei prodigi stessi
Che il lor Signore oprò, dinanzi al mondo
Stupefatto iterar. Così di tutti
I popoli gran schiere andran con gioia
A ricever del ciel la nuova legge.
Il santo ministero alfin compiuto
E ben percorso il glorïoso arringo,
Dalla terrena alla celeste vita
Fanno tragitto, ma vergate carte
Di lor dottrina e di lor gesta in pria
Lascian quaggiù. Poscia d'ingordi lupi,
Già predetta da loro, a lor succede
Un'empia turba che del cielo i santi
Misteri tutti alla sfrenata, insana
Cupidigia d'onori e d'ôr fan servi;
E 'l sacrosanto ver, candido e puro
Lasciato in lor memorie, in mille guise
Sforman con vane imaginate fole.
Titoli quindi e dignitadi e nomi
Procacciando si vanno, e mentre vôlti
Mostran d'aver tutti i pensieri al cielo,
Van sol d'impero e di ricchezze in traccia.
Contro quel lume che a ciascun nell'alma
Dio stesso accese, opran la forza, e solo
In vani riti ed in pompose forme
Riposto è il culto lor: sen va sbandito
Il ver percosso dai maligni strali
Della calunnia, e solo in sen di pochi
Si nasconde e ricovra. Ai buoni infesto,
Propizio ai rei, sotto il suo peso stesso
Geme così, così prosegue il mondo
In suo cammin, finchè il gran giorno arrivi
Di requie a' giusti e di vendetta agli empi,
Il giorno, in cui tornar vedrassi alfine
Quei che in oscuri sensi a te promesso
Fu dianzi e meglio or riconosci, il tuo
Redentore e Signor. Nella paterna
Gloria, in mezzo alle nubi, egli dal cielo
Verrà sterminator del reo Satáno
E del corrotto mondo. Al foco in preda
Ei darà questo; indi novelli cieli
Per secoli infiniti e nuova terra
Dall'avvampante ripurgata massa
Fuori trarrà; giustizia e pace e amore
Stabil v'avranno eterna, sede, e frutti
Di gioia interminabile daranno. -
Qui l'Angel tacque, e per l'estrema volta
Così Adam replicogli: - Oh! come ratto
Il tuo sguardo profetico di questo
Fugace mondo ha misurato il corso
Ed il volo del tempo, infin che immoto
Il tempo rimarrà. Di là si stende
Per ogni parte il tenebroso abisso
D'eternità, nel cui profondo immenso
Ogni sguardo vien meno. Instrutto assai,
Assai tranquillo io di qui parto: tutto
Quel saper ricevei, di cui capace
È quest'angusto mio vasello. Oh quanto
Fui folle, a cercar oltre! Alfin comprendo
Ciò che di tutto è il meglio, e fermo sono
D'amar sempre e obbedir quel grande e solo
Padre e Signor, sempre pensar ch'io stommi
Nel suo cospetto, ognor serbare in mente
La provvidenza sua, sempre riporre
Ogni mia speme in sue paterne cure.
Ei quanto fe', con amoroso sguardo
Mira e soccorre con pietosa mano:
Col ben del mal trionfa, ad opre eccelse
Del debole si val, con lievi mezzi
Ogni gran forza atterra, e l'uman senno
Con la semplicità vince e confonde.
A difesa del vero i mali tutti
Costante sopportar veggo che sola
È d'altissimo onor degna fortezza:
Che del fedel la morte è solo un varco
Alla vita immortale, e ciò m'insegna
L'alto esempio di Lui ch'io lieto adoro,
E da cui sol la mia salvezza attendo. -
Allor Michel l'ultima volta anch'egli
Così risponde: - Appresso ciò, giungesti
Del saper alla cima; altro non resta:
Più oltre non bramar, quand'anco tutti
Gli astri del ciel, le angeliche possanze
Potessi annoverar, del gran profondo
Scoprir gli arcani, e di natura e Dio
Ogn'opra in cielo, in terra, in aria, in mare,
E tutte posseder quante ricchezze
Rinserra il mondo, ed il sovrano impero
Tu solo averne. Al tuo saper aggiugni
Opre conformi e basta; aggiugni fede,
Virtù, fortezza, temperanza, amore,
Alma d'ogni virtù, che detto poi
Fia carità. Ritroso allor da questo
Non partirai beato suol; che in seno
Un più felice paradiso avrai.
Ma vieni alfin, da quest'eccelsa vetta
Scender convien; n'è giunta l'ora. Vedi?
Le guardie che lasciai là su quel colle
Stanno a moversi preste, e in fronte ad esse
Lo sfolgorante ferro a cerchio ondeggia
Che intima il tuo partir. Vanne, risveglia
La tua consorte: a lei non men con dolci
Sogni presaghi di felici eventi,
Rasserenai lo spirto e la disposi
A sofferenza umìl. Di ciò che udisti
Tu le fa parte a miglior tempo, e quello
Più le ripeti che a fermar sua fede
Più gioverà; ripetile che un giorno
Dèe dal sen d'una donna uscir il germe
Del mondo salvator. Così concordi
In una stessa fè viver possiate
I vostri dì che saran molti, e possa
Il vostro duol, della commessa colpa
Tristo e debito frutto, aver conforto
Nel pensier dolce del promesso fine. -
Qui tacque, ed ambi scesero dal monte:
Adam là tosto s'affrettò dov'era
Eva rimasta in alto sonno immersa;
Ma desta ritrovolla, e funne accolto
Con questi detti in placido sembiante:
- So dove fosti e donde torni: Iddio
Scende nel sonno ancor; di lieti eventi
Auspici sogni ei m'inviò pur ora,
Quando dal duolo e dall'ambascia vinta
Caddi in braccio del sonno. Or tu mi guida;
Son pronta, andiam; fia paradiso ancora
Ogn'altro suolo a me, se teco io sono;
E senza te nè qui giammai nè altrove
Ritrovarlo potrei: tu, Adamo, il tutto
Sei per me sotto il ciel, tu che da questo
Loco se' per mia colpa in bando spinto.
Un altro alfin certissimo conforto
Meco ne vien che, se cagione io fui
Della ruina universal, di tanto
Non mertato favor degnommi il cielo,
Che nascerà pur dal mio sangue il grande
Riparator della comun ruina. -
Eva sì disse, e ne fu lieto Adamo,
Ma non rispose; chè dappresso troppo
L'Arcangel era, e dall'opposto colle
A' destinati posti in rifulgente
Ordin scendeano i cherubini, a guisa
Di leggiere meteore il suol radendo.
Così nebbia talor dal fiume uscita,
Lieve strisciando, il paludoso piano
Trascorre in sulla sera, e del bifolco
Che ritorna all'albergo, i passi incalza.
Innanzi ad essi balenava in alto
La brandita di Dio rovente spada
A cometa simile, e, a par dell'arso
Libico ciel, quel già sì dolce clima
Con sua vampa affocava. Allor Michele
Prendendo i nostri padri ambi per mano,
L'indugio ne affrettò, dritto alla porta
Orïental guidolli, e di là ratto
Giù per la rupe alla pianura, e sparve.
Essi al perduto lor felice albergo
Volsero indietro gli occhi, e l'igneo brando
Vider rotante in fulminosi giri
Su tutto il lato orïentale e folte
In sulla porta star tremende facce
Ed armi ardenti. Alle lor ciglia alquante
Stille di pianto allor mandò natura,
Ma tosto le asciugaro. A sè dinanzi
Avean tutta la terra, ove un soggiorno
Scegliersi di riposo, e loro scorta
Era la Provvidenza. A incerti e lenti
Passi, dell'Eden pei solinghi campi,
Tenendosi per man, preser la via.


AMEN
A[l] Me[lech] N[e'eman]
Lord God King Who is Trustworthy
Signore Dio Re Fiducia e Verità
So Be It
אמן amen آمين
Amen Cosí Sia
So sei es
Ainsi que ce soit
Seja assim ele
Tan sea
Adonoy Eloheynu Adonoy Echod
Adonai Elohaynu Adonai Echad
Baruchj Shem k'vod makchuso l'olom vo-ed
Barukh Shem k'vod malkhuto l'olam va-ed
V-ohavto es Adonoy Eloecho b-chol l'vovcho u-v-chol naf'sh'cho u-v-chol m'odecho
V-ahavta et Adonai Elohecha b-chol l'vavcha u-v-chol naf'sh'cha u-v-chol m'odecha
V-hoyu ha-d'vorim ho-ayleh asher onochi m'tzav'cho ha-yom al-l'vovecho
V-hayu ha-d'varim ha-ayleh asher anochi m'tzav'cha ha-yom al l'vavecha
Ani Adonly Elohaychem, Adonoy Elohaychem emes
Ani Adonai Elohaychem, Adonai Elohaycham emet

אמן AMEN آمين







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